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un ponte tra l’intimo e l’universale…

Barry Kornbluh è un navigatore delle luci, un interprete delle ombre. Con la sua fotografia, non racconta solo storie, ma suggerisce silenzi, apre dialoghi e sussurra segreti nascosti nelle pieghe dell’esistenza.

La sua macchina fotografica non è un semplice strumento per cogliere il reale, è piuttosto un estensione del suo sguardo, un mezzo per tracciare le emozioni nascoste nei dettagli più intimi e sfuggenti. Non c’è fretta nelle sue opere, ci sono piuttosto attimi sospesi, sguardi che si perdono nel tempo e chefluttuano tra il reale e l’immaginario.

È un percorso quello della sua arte, un cammino lungo i sentieri dell’umano, in un continuo dialogo con la fragilità e la forza che ci caratterizza. Ogni immagine sembra un tocco sull’anima, un risveglio di sentimenti sepolti, una domanda che si fa strada nel silenzio. Si percepiscono la malinconia, l’abbandono, la celebrazione, il dolore, l’incanto.

Ma in questo viaggio di luci e ombre, di figure e sfumature, non c’è solo l’eco delle emozioni. C’è una profonda urgenza di legame, un desiderio di trovare un senso nel tumulto dell’esistenza. Kornbluh ci guida a guardare più a fondo, a scoprire ciò che è celato, a riconoscere la bellezza nei recessi più impensati.

L’arte di Kornbluh è un appello alla lentezza, all’attenzione, alla presenza. Ci invita a osservare il mondo con uno sguardo rinnovato, a sentire con il cuore sgombro. Ci mostra che l’arte, come la vita, è un viaggio di scoperta e di comprensione, un percorso in cui ogni passo, ogni immagine, diventa un ponte tra l’intimo e l’universale.

un invito a guardare oltre…

Daido Moriyama, un faro nella tempesta multicolore dell’arte fotografica, è un sarto dell’immagine, un pittore del reale e del surreale, un cantore dell’umano e dell’inumano. Attraverso il suo sguardo, il normale diventa straordinario, il quotidiano si tramuta in eccezionale, il caos si risolve in armonia. La sua macchina fotografica, un semplice strumento nelle mani di molti, nelle sue diventa un ponte tra mondi, un’estensione del suo essere, un filo conduttore tra l’interno e l’esterno.

Moriyama esplora il suo soggetto come un poeta scandaglia il significato di una parola, come un musicista sonda le profondità di una nota. L’emozione, il pathos, si sprigionano dalle sue immagini come una melodia sussurrata al vento, penetrando l’osservatore in maniera profonda, lasciandolo spesso senza parole, immerso in un mare di riflessioni.

Uno degli emblemi di questa potente narrazione visiva è lo scatto “Stray Dog”, 1971. Un cane randagio, un abitante della strada, ci fissa dagli occhi lucidi, quasi accusatori, ma non privi di un certo desiderio inespresso. Sembra un fantasma, un’ombra evanescente, ma è lì, realissimo, che sancisce la nostra intima connessione con il mondo animale, con il mistero della vita, con la fragilità dell’essere.

In “Tights”, del 1987, Moriyama indaga l’intimità del femminile, trasformando una semplice gamba in un’opera d’arte, un inno alla sensualità e all’eleganza. La luce, come un pittore abile, disegna sulla tela del corpo linee e ombre, creando un gioco di forme e texture che affascina e sorprende.

Infine, in “Shinjuku”, 2002, Moriyama cattura l’energia pulsante di Tokyo, una metropoli che non dorme mai, una danza perpetua di luci e ombre, di volti e figure. In questo scatto, la città diventa un palcoscenico dove si rappresenta l’umanità in tutte le sue sfaccettature, un labirinto di strade e vicoli dove si intrecciano storie di vita, di amore, di solitudine.

Nell’opera di Moriyama, l’arte della fotografia diventa un percorso di scoperta, un viaggio nell’umano e nel divino, nel conosciuto e nello sconosciuto. Ogni scatto è un invito a guardare oltre, a cercare la bellezza nascosta nel cuore dell’ordinario. In questa scoperta, ci ritroviamo a viaggiare non solo nel mondo che ci circonda, ma anche dentro di noi, a esplorare i nostri desideri, le nostre paure, il nostro misterioso essere. In questo senso, l’arte di Daido Moriyama non è solo un dono alla fotografia, ma un dono all’umanità. Un dono che illumina, che stupisce, che tocca l’anima.

un’anima in tempesta che non trovava pace…

Renato Caccioppoli, nato dal ventre di Napoli, dalla terra dove il sole s’innamora del mare. Un seme di ribellione germogliato dal nome di un antenato rivoluzionario. Con l’andatura sicura di un pellegrino, si muoveva tra i corridoi dell’università. Le sue lezioni non erano conferenze, erano sinfonie di numeri e teoremi che danzavano nell’aria. “Il limite è una linea timida”, era solito dire, parole di un sussurro antico che rimbalzano tra le pareti di un’aula.

Ma lui non era solo un matematico, era uomo, complesso e pieno di vita. Un fuoco per la giustizia ardeva dentro di lui, un’ira divina contro l’ingiustizia umana. Non era un santo, né un eremita, era un uomo del mondo, conosceva l’ingiustizia e l’aveva sfidata.

Dentro di lui bruciava un fuoco inarrestabile, un’anima in tempesta che non trovava pace. L’8 maggio 1959, il suo lume si spense. La matematica perse un figlio prediletto, il mondo un pensatore audace.

Nel suo appartamento di Napoli, Caccioppoli decise di farla finita. Un colpo di pistola, un silenzio che pesa. La sua morte fu come la sua vita, intensa, tragica, indimenticabile.

Filosofo re che si dilettava nell’abdicare, nel liberarsi del potere del pensiero. Un antitradizionalista, con un quarto di sangue russo che bruciava nelle sue vene. Un’emotività per i matti, un pugno alzato in un ristorante per un antifascismo frivolo e situazionista.

Renato Caccioppoli pensava che bastasse aprire un occhio. Uno solo per vedere la realtà nuda, senza filtri, senza pregiudizi. Quando gli studenti protestarono per i passaggi matematici saltati durante le sue lezioni, con un sorriso malizioso, rispose: “Qualcuno gli ha mostrato il campo e lui, aprendo l’occhio che aveva chiuso, finalmente ha visto”.

Era l’archetipo del Pensiero Debole, un pensiero che sfida le catene del Pensiero Forte, il pensiero della tradizione. Ma era tutt’altro che debole, era un gigante che camminava tra noi, un gigante che danzava leggero come una piuma sotto il peso del mondo.

Renato Caccioppoli, un nome che risuona ancora nelle stanze della matematica, un’eco che non si spegne. La sua vita è stata un canto alla conoscenza, alla libertà, alla passione. Una luce che, nonostante tutto, continua a brillare.

C’è dentro ciascuno di noi…

Ci sono dubbi incomunicabili che non troveranno mai soluzione, discussioni lunghissime che dureranno tutta una vita, virgole inceppate, punti sbagliati, grammatiche violate. Ci sono appuntamenti mancati, incontri per caso, litigi per finta, passeggiate troppo brevi, mani in tasca e partenze che non puoi affatto rimandare; strette di mano che non hanno paura, abbracci che sanno darti coraggio, notti passate a fare a fette il caldo, dolori a cui pensi di non sopravvivere, attese di cui non puoi fare a meno, rinunce, bugie, verità, sacrifici, scelte, tentazioni, punizioni… C’è dentro ciascuno di noi molto più di quanto non si riesca a spiegare.

…quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto

L’anima la si ha ogni tanto. Nessuno la ha di continuo e per sempre. Giorno dopo giorno, anno dopo anno possono passare senza di lei. A volte nidifica un po’ più a lungo sole in estasi e paure dell’infanzia. A volte solo nello stupore dell’essere vecchi. Di rado ci da una mano in occupazioni faticose, come spostare mobili, portare valigie o percorrere le strade con scarpe strette. Quando si compilano moduli e si trita la carne di regola ha il suo giorno libero. Su mille nostre conversazioni partecipa a una, e anche questo non necessariamente, poiché preferisce il silenzio. Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci, smonta di turno alla chetichella. È schifiltosa: non le piace vederci nella folla, il nostro lottare per un vantaggio qualunque e lo strepito degli affari la disgustano. Gioia e tristezza non sono per lei due sentimenti diversi. È presente accanto a noi solo quando essi sono uniti. Possiamo contare su di lei quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto. Tra gli oggetti materiali le piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi, che lavorano con zelo anche quando nessuno guarda. Non dice da dove viene e quando sparirà di nuovo, ma aspetta chiaramente simili domande. Si direbbe che così come lei a noi, anche noi siamo necessari a lei per qualcosa.

Wisława Szymborska, da Qualche parola sull’anima.

A margine.

Umberto bossi

  Sono necessarie una piccola considerazione e — a margine, seppur stretto — una precisazione su questa ”condanna per vilipendio” — in queste ore è argomento comune sul cartaceo, in tv e on line – che ha visto contrapposti l’ex senatùr Umberto Bossi e l’ex presidente Napolitano.
A voler riassumere la cosa in poche battute andrebbe detto che Bossi nel corso di un comizio, citando il nome di Napolitano chiosò dicendo «nomen, omen, l’è un terùn!». Gli astanti — ricordano le cronache — sottolinearono la battuta con applausi e altri rumori corporali scandendo il classico e scontato «vaffanculo». Chiusura ad effetto dell’ex leader: «Non dite così, magari gli piace». Fine della cronaca. Punto.
Ieri la condanna: un anno e mezzo di reclusione all’ex leader leghista per vilipendio.
Ora, immagino che il presidente Napolitano sia molto più di me sensibile alla tutela, al di là della propria persona, delle dignità della carica che ha ricoperto e che altri ricoprono e ricopriranno, ma la questione rischia di prendere una brutta piega ché quello di vilipendio è, obiettivamente, un reato detestabile quanto il carcere che qui si auspica il senatùr non debba scontare. Insomma, il costo della squallida vicenda giudiziaria è alto, più ancora che per lo spensierato Umberto Bossi, per l’Italia e i capricci della sua giustizia. E questa la considerazione.
A margine: non mi si vengano a tirar in ballo parallelismi e analogie con altri casi giudiziari, alzando magari il vessillo della “libertà di pensiero”. È assolutamente evidente che, nel caso di Bossi, si farebbe un torto alla logica e al pensiero pure.