A distanza…

Quando sento dire che la didattica on-line può mettere una pezza a queste settimane senza scuola, penso che sì, è vero… Per molti, però. Non per tutti.

La didattica a distanza serve, certo. Aiuta. Ma in questo momento rischia di aiutare chi ha meno problemi, chi ha mezzi ed è fortunato ad avere il giusto supporto a casa.
Rischia di lasciare indietro, invece, chi avrebbe più bisogno di essere aiutato.

Fine pena mai(?)

  
Lo avevano interpellato non a un incarico di potere, bensì a far parte di un gruppo di esperti a elaborare proposte per l’umanizzazione delle carceri italiane; “esperto” di carcere — non foss’altro in qualità di ex ospite delle patrie galere (malgré soi) — , uomo di carcere, Adriano Sofri era stato contattato dal ministero affinché, da intellettuale libero, avesse da dire la sua sulla più abominevole delle nostre istituzioni, denunciata a livello internazionale come indegna di un paese che si definisce democratico. In che senso — questa la prima domanda — sarebbe stato “inopportuno” il suo contributo su una realtà che ha vissuto, analizzato e descritto come pochi altri?

Nessun incarico di potere (lo ripeto), nessuna paga (e con quanta pena c’è da rilevare che bisogna sottolineare anche questo dato; come se farsi pagare per un servizio reso sia di per sé una colpa), nessun privilegio: un contributo al ragionamento, un punto di vista informato per cercare di provare a risolvere un problema spinoso e oggettivamente schifoso. Odiando i pettegolezzi, il “chiasso” intorno alla sua persona, è bastato un minimo accenno di polemica, un labile cinguettio, e Sofri si è “dimesso”, ovvero, se preferite la banalità dell’ovvio, ha rinunciato a partecipare a un incontro del quale sarebbe stato protagonista autorevole e sensibile; “dimesso” perché ne ha abbastanza — e qui uso le sue stesse parole — “delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare.”

Detto questo — che è già tanto — la domanda, la seconda domanda da farsi a questo punto, ve la formulo schietta in questi termini: a che cazzo serve, in Italia, scontare una pena, se averla poi scontata non serve a cazzo? La certezza della pena – se si ammette un suo fine rieducativo – non può non tener conto che gli esseri umani cambiano: restano gli effetti dei loro reati, ovviamente, ma il risarcimento non può consistere nella vendetta, se non vogliamo imbarbarire anche gli innocenti.

l’invasione degli imbecilli…

Non voglio trattenermi troppo a lungo su tutte le implicazioni della dichiarazione di Umberto Eco, sennò mi vengono le vertigini, e vado subito al punto. Dice l’illustre semiologo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Commento a caldo: che stronzata! Argomentiamo.
Chi — mi chiedo — metteva a tacere gli imbecilli? E come? E, ancora: chi impedirebbe a questo ipotetico silenziatore-da-bar ad agire anche sui social media? Ma, poi, è davvero così utile e saggio reagire alle cazzate di un imbecille? E perché? Arreca danno? E in che misura? E soprattutto: perché a un imbecille dovrebbe essere negato il diritto di parola?
Beh, sì: troppe domande, è vero, e a nessuna provo a dare una risposta; il fatto è che la questione sollevata da Umberto Eco mi pare difettosa già in premessa, sicché rinuncio ad approfondirla. Dico solo che il bello di Internet è la sua anarchia. E in tale contesto, chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza, fesso o saggio che sia.
Di fronte a Erostrato che, per passare alla storia, dava fuoco al tempio di Diana (e arrecava un consistente danno alla comunità – benché come diceva Lec, prima di condannare Erostrato vorrei aver visto il tempio di Diana in Efeso), ben venga chi si limita a portare in superficie le proprie idee, per quanto fesse siano, ché — al netto, questo è il danno — fa perdere al massimo solo pochi mega di traffico dati. Tutto qui.