La misura delle scelte…

Ci sono giorni che non chiedono celebrazione, ma misura.
Arrivano senza rumore, si appoggiano sul calendario come una mano sulla spalla, e chiedono soltanto una cosa: essere capiti. Non spiegati, non difesi, non semplificati. Capiti.
La morte, sì, merita rispetto. Sempre. Non esiste morte che possa essere derisa senza che qualcosa, in chi deride, si rompa. Non esiste morte che possa essere pesata senza che la bilancia tradisca. I morti chiedono una sola lingua: quella della pietà. E la pietà, quando è vera, non conosce confini, non distingue, non seleziona.
Ma la pietà non basta a vivere. Perché la vita — quella che resta, quella che continua ostinata tra le mani dei vivi — chiede un’altra lingua. Più aspra. Più esigente. La lingua del giudizio. Non sui corpi che cadono, ma sui passi che li hanno portati fin lì.
C’è una differenza sottile, quasi impercettibile, tra il rispetto e la resa. Tra il comprendere e il giustificare. È una linea che non si vede, ma si attraversa. E una volta attraversata, il mondo diventa opaco, indistinto, come se ogni gesto valesse quanto un altro, come se ogni scelta fosse assolta in partenza dal solo fatto di essere stata scelta.
Non è così.
Non tutte le scelte hanno lo stesso peso. Non tutte le direzioni conducono allo stesso luogo. E dire questo non significa negare l’umanità di chi ha sbagliato, ma riconoscere la responsabilità di chi ha deciso.
Perché è nella decisione che l’uomo si espone.
Il 25 aprile non è un giorno che appartiene alla storia. È un giorno che appartiene alla coscienza. Non celebra una vittoria — le vittorie, col tempo, si scoloriscono sempre — ma custodisce un gesto: quello di chi, a un certo punto, ha scelto.
Non tutti allo stesso modo. Non tutti nello stesso momento. Non tutti con la stessa lucidità. Ma alcuni sì. E questo basta.
Scelsero quando scegliere significava esporsi, perdersi, rischiare di non tornare. Scelsero senza la protezione del senno di poi, senza la consolazione della maggioranza, senza la certezza di avere ragione. Scelsero, e in quella scelta misero tutto ciò che avevano: paura, speranza, contraddizione.
Non erano migliori di noi. Erano, semplicemente, chiamati.
E questo è forse il punto più difficile da dire a un figlio: che non esiste un momento giusto per imparare a scegliere. Che nessuno ti prepara davvero. Che la vita non annuncia le sue domande più importanti con il tono solenne degli eventi storici, ma le nasconde nelle pieghe dei giorni qualunque.
Una parola detta o trattenuta.
Un’ingiustizia vista e ignorata.
Un gesto minimo che decide da che parte stare.
Le grandi scelte somigliano sempre a quelle piccole. Cambia il rumore intorno, non la sostanza.
E allora questo giorno — che qualcuno chiamerà festa, qualcuno ricorrenza, qualcuno pretesto — può essere, per chi vuole, una domanda lasciata aperta.
Non “chi avevi davanti”, ma “dove ti saresti messo”.
Non “cosa è successo”, ma “cosa avresti fatto”.
E forse è così che si protegge davvero la memoria: non trasformandola in racconto distante, ma lasciandola entrare nelle nostre vite come un’inquietudine leggera, come una responsabilità che non si vede ma pesa.
Perché i morti sono tutti uguali, sì. Ma i vivi no.
E nella differenza tra i vivi si gioca, ogni giorno, una forma minuscola e decisiva di libertà.
Non quella che si proclama.
Quella che si sceglie.

Pasolini, il corpo del reato siamo noi…

Ogni volta che il nome di Pasolini torna in un’aula di giustizia, succede una cosa strana: abbiamo l’impressione di parlare di un delitto, e invece stiamo parlando di noi. Di come questo Paese gestisce la memoria, il dissenso, la scomodità. Sono passati cinquant’anni abbondanti da quella notte all’Idroscalo, e ancora oggi qualcuno bussa alla porta della Procura chiedendo, con ostinazione quasi testarda: “Guardateci meglio”. Non è la prima volta, non sarà forse l’ultima. Il fascicolo è stato archiviato, riaperto, richiesto di nuovo, respinto, rilanciato. Si aggiungono dettagli, immagini d’archivio, analisi più raffinate, letture “unitarie” di indizi vecchi e nuovi; ma il punto, alla fine, è uno solo: è davvero credibile che quella notte ci fosse un solo colpevole, un diciassettenne lasciato da solo con il peso di un massacro sulle spalle? Non è solo una curiosità da giallo irrisolto. Delitti senza soluzione definitiva ce ne sono tanti, e non tornano a ondate regolari nei talk show, nei convegni, nelle interrogazioni parlamentari. Il caso Pasolini sì. Perché non riguarda soltanto “chi ha colpito” e “quante persone c’erano”, ma che cosa stava facendo, dicendo, scrivendo quell’uomo negli anni in cui è stato ucciso. E quanto di quell’ombra non abbiamo mai voluto davvero vedere.
Pasolini era troppe cose contemporaneamente: poeta, regista, intellettuale marxista, omosessuale dichiarato in un Paese che ancora faticava a pronunciare la parola; uno che attaccava tanto la borghesia quanto il partito, tanto il potere economico quanto quello culturale. Era un corpo estraneo per definizione. Non apparteneva a nessuna chiesa, e tutte le chiese – politiche, ideologiche, morali – si sono sentite legittimate a rivendicarlo dopo la sua morte, ma molto meno a difenderlo mentre era vivo. Forse è anche per questo che la sua morte non trova pace. Un intellettuale così, se muore di malattia, diventa subito “classico”: lo si sistema sugli scaffali giusti, si preparano convegni, anniversari, edizioni commentate, e si può continuare a non ascoltarlo davvero. Se invece viene ammazzato in modo brutale, in un luogo periferico, con una dinamica sporca, improvvisa, meschina, il suo corpo entra per sempre in conflitto con il desiderio tutto italiano di mettere le cose in ordine. Non basta il rito processuale, non basta una sentenza con un nome e un cognome. Quel cadavere resta lì, come un punto interrogativo piantato nella sabbia.
Le nuove richieste di riaprire il caso, a ben vedere, nascono da qui. Certo, ci sono le relazioni tecniche, i fotogrammi del telegiornale d’epoca, le perizie sui reperti, perfino le analisi sul Dna comparso molti anni dopo sui vestiti e sull’auto. Ci sono le ritrattazioni di Pelosi, le sue versioni che cambiano dopo decenni, le voci che parlano di più aggressori, magari legati a ambienti politici, criminali, o tutti e due insieme. Ma accanto al piano strettamente giudiziario ce n’è un altro, silenzioso, che riguarda la coscienza collettiva. Ogni volta che qualcuno dice “Pelosi non era solo”, sta dicendo anche: “Neppure Pasolini era solo”. Non lo era nei suoi bersagli polemici, nelle sue denunce, nella materia incandescente che maneggiava. Non lo era nella stagione storica che attraversava, tra stragi, trame nere, servizi segreti, pezzi di Stato che trattavano con pezzi di criminalità. Inserire il suo corpo massacrato in questo paesaggio non è un gioco di complottismo creativo: è riconoscere che quell’omicidio si colloca in un’epoca che ha prodotto molti morti “scomodi”, e poche verità complete. E tuttavia c’è un rischio, sempre lo stesso: trasformare Pasolini in un feticcio del sospetto. Alimentare un culto del “mistero italiano” che alla fine ci rassicura, perché sposta il discorso su un terreno nebuloso, dove tutto è possibile e niente è dimostrabile. Un grande complotto, se non lo prendi sul serio fino in fondo, è paradossalmente comodo: ti permette di indignarti senza assumerti la fatica di leggere, studiare, ricostruire, distinguere. Ti dà un colpevole invisibile, che non ha volto e non ha responsabilità giuridica, quindi non chiede cambiamenti reali. Il lavoro di chi chiede oggi di riaprire le indagini, se vuole essere onesto, dovrebbe andare nella direzione opposta: meno mito, più metodo. Non “Pasolini come enigma eterno”, ma “Pasolini come caso che merita lo stesso rigore di qualunque altro fascicolo penale”, con in più il peso – enorme – della sua figura pubblica. Nuove immagini, nuove tecniche forensi, letture incrociate di testimonianze e reperti possono forse limare qualche zona d’ombra, smentire versioni troppo comode, ricostruire presenza e ruoli di chi quella notte c’era davvero. Non è detto che basti per un nuovo processo, e in parte lo sappiamo già: la Procura ha più volte ritenuto insufficienti gli elementi per riaprire, e il tempo, che in letteratura è galantuomo, nel processo è spesso il peggior nemico.
Ma non è solo un problema di carte. È che ogni volta che torniamo su quel corpo all’Idroscalo, siamo costretti a domandarci che cosa facciamo, oggi, con gli intellettuali scomodi. Non quelli che recitano la parte del “maledetto” a favore di telecamera, ma quelli che mettono in discussione le narrazioni di comodo: di destra, di sinistra, del mercato, dell’informazione. Li ascoltiamo davvero o li archiviamo con la stessa fretta con cui, a suo tempo, si è avuto bisogno di chiudere una vicenda giudiziaria che imbarazzava tutti? In fondo il delitto Pasolini continua a tornare perché tocca un nervo scoperto: la nostra incapacità cronica di fare i conti con il conflitto. Con l’idea che qualcuno possa guardare il Paese e dire “così non va” senza chiedere permesso, senza addolcire il linguaggio, senza portare la tessera giusta in tasca. Uccidere fisicamente chi disturba è l’estremo di questa incapacità; ma il passo precedente, più frequente e più tranquillo, è lasciarlo solo, isolarlo, ridurlo a caricatura mentre è vivo e a santino quando è morto. Forse, allora, le istanze di riapertura non parlano solo alla Procura: parlano a noi. Dicono che c’è una distanza tra “verità processuale” e “verità storica” che non possiamo colmare solo con un timbro su un fascicolo. Che possiamo accettare che la giustizia penale abbia fatto tutto quello che poteva, e allo stesso tempo continuare a interrogarci sui contesti, sui mandanti morali, sui climi d’odio e di disprezzo che rendono possibile, in certe epoche, la morte di uno come Pasolini.
Non è detto che arriverà mai il giorno in cui sapremo “come è andata davvero” nei dettagli. Forse non sapremo mai quanti erano, come si sono mossi, chi ha dato il primo colpo e chi l’ultimo. Ma possiamo decidere che cosa farcene di quella notte del ’75: se usarla come alibi per un eterno romanzo nazionale sul complotto, o come occasione per guardare con più lucidità al rapporto che abbiamo con chi non si allinea.
Alla fine Pasolini resta lì, tra la pagina e la sabbia dell’Idroscalo. Un uomo che ha scritto, filmato, parlato troppo per essere ridotto al ruolo di vittima esemplare. Riaprire il caso, oggi, ha senso solo se serve a tenerlo vivo così: non come martire di un giallo italiano senza soluzione, ma come domanda aperta sulla verità, sulla responsabilità, sulla nostra voglia – o paura – di guardare davvero dove, per decenni, abbiamo preferito non vedere.

La stanza dei bottoni…

Ci penso spesso, ai bottoni.
Non quelli della camicia, né quelli dei telecomandi, che già sarebbe un bel mistero pure quello, come mai ci sono sempre tre tasti che non userai mai e proprio quello che ti serve smette di funzionare.
No, penso ai bottoni veri, quelli che, nella mitologia civile, “se li schiacci, cambi il mondo”.
Da piccoli ce li immaginiamo in alto. In qualche palazzo lontano, dentro una stanza con il tavolo lucido e le sedie pesanti. Ce li figuriamo lì: i bottoni, le leve, i pannelli di controllo. Gente in giacca e cravatta che decide il nostro destino girando manopole, approvando articoli, firmando decreti.
Ci cresciamo, con questa immagine addosso: se vuoi davvero cambiare le cose, devi arrivare lassù. Nella stanza dei bottoni.
Poi passi gli anni, fai in tempo a un po’ di entusiasmi e a un bel po’ di delusioni, e all’improvviso ti viene il sospetto che quella stanza, così come l’hai immaginata, non esista davvero. O, se esiste, non è attrezzata come pensavi tu: non ha bottoni, ha solo gente seduta che cerca di capire dove scaricare il prossimo problema.
Intanto, i tasti che ti hanno davvero spostato la vita erano altrove. Non su un pannello ministeriale, ma in cucina, a un tavolo di formica, negli occhi di tuo figlio che ti chiede di fare un po’ di moto o di evitare quel cibo grasso.
Lì, senza codici penali, senza gazzette ufficiali, senza slogan, un singolo sguardo ha fatto più politica dei comizi, dei talk-show e delle campagne elettorali messe insieme.

C’è una domanda che torna, ostinata: ma chi siamo, noi, per pretendere di “aggiustare il mondo”?
Se ci guardiamo da vicino, senza trucco, facciamo impressione. Non perché siamo cattivi – che pure ognuno ha la sua quota di cattiverie minute – ma per quanto siamo fragili, pigri, pieni di piccole abitudini intoccabili.
Mangiamo, lavoriamo il necessario, ci lamentiamo il doppio, scorriamo notizie, ci indigniamo a ditate sul vetro, poi torniamo ai fatti nostri. Per tenere in piedi questa giostra quotidiana servono ogni giorno le braccia di altri: chi pulisce la strada, chi ci passa lo scontrino, chi ci porta un pacco, chi pianta alberi che non vedrà crescere. E noi, da quel piedistallo traballante, annunciamo che “adesso cambiamo tutto”. Se c’è un momento di onestà, un minimo, ti si gela qualcosa dentro: ti viene da chiederti come ti è venuta, l’idea che tu, proprio tu, possa “salvare” qualcuno.
Non è una resa, questa. È un punto di partenza più decente.
Perché forse il problema non è che siamo troppo piccoli per cambiare le cose; è che abbiamo raccontato la grandezza dalla parte sbagliata. L’abbiamo misurata in visibilità, in poltrone, in microfoni, e abbiamo dimenticato che si può essere enormi anche stando in un angolo del mondo, facendo benissimo una cosa piccola.

C’è poi un altro inganno elegante, molto in voga: quello di cambiare il mondo… cambiando indirizzo ai problemi.
La scena è sempre quella: ci si riempie la bocca di parole grosse – sostenibilità, etica, giustizia, futuro – e poi, quando si tratta di decidere dove mettere davvero i rifiuti, letteralmente, si fa così: si prende il sacco del pattume da casa nostra e lo si porta in cortile da qualcun altro.
Tu resti con la coscienza linda, il cassonetto sotto casa che profuma di lavanda, e in un altro posto, abbastanza lontano perché non ti disturbi, qualcuno respira quello che tu non vuoi respirare. A te basta che non si veda. Che non capiti nel tuo quartiere, nel tuo Comune, nel tuo Paese. L’aria, la salute, la fatica degli altri non entra nel conto. L’importante è poter dire “qui no”.
È una specie di ecologia di confine: dentro il mio perimetro sono virtuoso, fuori arrangiatevi. Solo che il mondo non finisce dove finisce la nostra mappa mentale. La nube che esce da un camino lontano non chiede la carta d’identità prima di passare. Se il tuo cambiamento peggiora la vita di qualcuno che non vedi, non hai cambiato le cose. Hai solo spostato l’ingiustizia fuori dall’inquadratura.

Un’altra scorciatoia che conosciamo bene è la mitologia del nemico.
Da trent’anni ci raccontiamo che il problema sia sempre “uno”: un volto, un cognome, un mostro comodo da mettere in copertina. È rassicurante: se tutto va male è perché c’è lui, il supercattivo di turno. Basta abbattere quello, e il resto verrà da sé. Da ragazzi ci ridi, ti sembra una forma di ironia, persino di resistenza. Ti ritrovi a compilare mentalmente classifiche macabre sulla “morte del politico che ti sta più antipatico”, come se fosse una specie di sport nazionale, e pensi che sia solo satira. Poi gli anni passano, qualcuno di quei volti muore davvero, la storia gira pagina e ti resta addosso una sensazione amara: che eri tu, allora, ad essere ridicolo. Che non c’era nulla di liberatorio nel desiderare la scomparsa di un uomo; c’era, semmai, la paura di guardare tutto il resto, tutte le volte in cui non hai fatto niente quando avresti potuto farlo tu, senza nemici né complotti.
La verità è più banale e più crudele: anche se domani scomparisse il “cattivo assoluto”, resterebbero in piedi esattamente le stesse dinamiche – la pigrizia, l’avidità, la viltà, la paura – solo con altri volti. Al posto di chiederci chi dobbiamo abbattere, forse dovremmo chiederci come usiamo, ciascuno, il pezzetto minuscolo di potere che abbiamo: su un collega, su uno studente, su un figlio, su qualcuno che dipende da noi più di quanto immaginiamo.

In mezzo a tutto questo – potere, debolezza, nemici, bottoni – c’è una parola che non sappiamo più maneggiare: sacro. Non nel senso di dogmi e cattedrali, ma nel senso dei secondi in cui la realtà ti prende per la giacca e ti dice: “Ehi, sono qui”.
Capita in momenti ridicoli, in cose così minuscole che quasi ti vergogni a raccontarle. Quando rientri a casa e senti odore di sapone di Marsiglia perché i panni sono stesi, e per un attimo ti sembra che il mondo intero profumi di bucato. Quando, a vent’anni, bevi il primo vino della stagione e ti pare un succo di frutta allegro, e non sai ancora che la vita, con gli anni, diventerà molto meno leggera di così. Quando apparecchi solo per te e ti sorprendi a fare comunque attenzione a come metti il piatto, come se dovesse arrivare qualcuno.
Quando senti la tua voce e, in una sillaba storta, o un intercalare che ti appartiene, riconosci quella di tuo padre. Quando, dietro una curva in salita, ti aspetta un mare di lucciole e non è normale, tutta quella luce: dev’essere successo qualcosa, pensi, senza sapere cosa.
Sono istanti in cui il mondo ti ricorda che non sei il centro di niente, eppure sei dentro qualcosa che ti supera e che ti vuole vivo.
La politica, se vuole avere senso, dovrebbe partire da lì: dalla consapevolezza della nostra ridicola piccolezza e della nostra enorme possibilità di ferire o di custodire gli altri nelle cose minime, nei frammenti di giornate che non finiranno mai su un giornale.

Poi c’è quel potere che non sappiamo proprio spiegare: il perdono. È la cosa più scandalosa che possa accadere in una storia umana: qualcuno che hai ferito nel modo peggiore possibile, oltre ogni riparazione, decide di non cancellarti. Ti cerca, ti ascolta, ti parla, ti offre una possibilità di non restare inchiodato per sempre al tuo peggiore gesto. Da fuori sembra una follia. Sembra ingiusto nei confronti della vittima, sembra troppo poco nei confronti della colpa. Eppure, se ci pensi, è forse l’unico modo per non restare prigionieri del male subito. È una operazione chirurgica sulla memoria: non nega la ferita, non la minimizza, non la dimentica; la attraversa, e da quel punto in avanti smette di farne l’unica definizione possibile di chi sei.
Ci sono persone che, dopo aver perso tutto per mano di qualcuno, riescono a dire: “Devi poter tornare a vivere”.
Sono parole che sbriciolano tutte le nostre retoriche sulla giustizia come vendetta ben confezionata. Davanti a storie così capisci che cambiare davvero le cose non significa vincere una battaglia culturale sui social, ma smettere di far coincidere l’altro con il suo errore, anche quando l’errore ha un nome che ti ha distrutto la vita.

E allora si arriva lì, all’affermazione più banale e imbarazzante che si possa immaginare, quella che si usa con i bambini e che, pronunciata da adulti, fa arrossire:
bisogna provare a essere buoni.
Non migliori degli altri, non “dalla parte giusta”, non irreprensibili. Solo un po’ più buoni di ieri, nella misura minima ma reale che ci è data.mBuoni significa trattenere la parola che ferisce quando potresti tranquillamente dirla.
Significa non scaricare sui soliti lontani – geograficamente, economicamente, socialmente – il prezzo delle tue scelte comode.
Significa, quando ti scopri a odiare un volto pubblico con gusto quasi estetico, fermarti un secondo a chiederti cosa stai alleggerendo dentro di te buttando tutto lì sopra.
Significa ricordarsi che la persona su cui hai potere – un figlio, un allievo, un anziano, un dipendente – sta leggendo il mondo da come tu eserciti quel potere su di lei. Non è una strategia politica, non è un programma di governo, non è un piano quinquennale. È infinitamente meno di tutto questo, e per questo, forse, è l’unica cosa che abbiamo davvero in mano.

Forse i bottoni non sono mai stati in quella stanza lontana che ci raccontano da bambini. Forse sono sempre stati sparpagliati qui, nei nostri gesti, nelle nostre omissioni, nelle nostre stanchezze. Nelle volte in cui scegliamo di non aggiungere altro odio al mucchio, nelle volte in cui decidiamo di non esportare altrove la spazzatura che non vogliamo vedere, nelle volte in cui ci lasciamo sconvolgere da un perdono che non meritiamo.
Non cambieremo la traiettoria del pianeta, probabilmente. Non entreremo nei libri di storia.
Ma, bene che vada, abbiamo questo: una vita rotonda, umida, affollata, una manciata di anni, e un pannellino di comandi traballante che è il nostro carattere.
Ogni gesto è un interruttore. Ogni scelta accende o spegne qualcosa in qualcuno. E in un mondo dove tutti sembrano impegnati a cercare il prossimo nemico da maledire, forse l’unica rivoluzione sensata è questa: ricordarsi che siamo fragili, ridicoli, incompiuti, e decidere lo stesso, ostinatamente, di tenere il dito pronto sul bottone più semplice e più difficile di tutti. Quello che, senza luci né fanfare, dice solo: oggi, se posso, cerco di essere un po’ più buono.

Il furto della Luna. Cosa ci tolgono i complotti

Ogni tanto mi chiedo che cosa provino davvero gli uomini che sulla Luna ci sono stati, quando qualcuno, mezzo secolo dopo, li ferma al supermercato per spiegare loro che non è mai successo. Tu hai rischiato la vita, hai passato anni a farti massacrare dal simulatore, a salire su un razzo pieno di cherosene e ossigeno liquido, a sopravvivere a una notte in cui qualsiasi errore di calcolo ti avrebbe trasformato in una scia luminosa nell’atmosfera. E poi, tra lo scaffale del latte e quello dei biscotti, ti trovi davanti un tizio con il telefonino in mano che ti dice che sei un attore, un figurante, un ingranaggio di una messa in scena. Non è solo offensivo: è grottesco. È come se qualcuno entrasse in terapia intensiva e spiegasse ai medici che il paziente non è mai stato malato, che è tutto un set cinematografico.
Le bufale sullo sbarco sulla Luna non sono solo sciocchezze da bar. Sono, prima di tutto, un furto. Rubano a chi c’era il senso del proprio sacrificio. Rubano all’intelligenza collettiva l’orgoglio di ciò che è stato possibile fare. Rubano al futuro la memoria di ciò che l’essere umano può diventare quando decide di usare la testa invece di usarla come supporto per il cappellino di stagnola. Il meccanismo, in fondo, è semplice. Il complottismo non cerca la verità, cerca una storia. La scienza fa il lavoro sporco: raccoglie tutti i fatti, anche quelli scomodi, e prova a cucirli insieme in una teoria che funzioni per tutti, non solo per quelli che ci fanno comodo. Il cospirazionismo fa il contrario: ha già la trama pronta – “ci ingannano” – e poi pesca solo i dettagli che possono reggere la sceneggiatura. Il resto si scarta, si distorce, si monta. Funziona benissimo, perché non vende informazioni: vende certezze. Non ti chiede di dubbiare di te stesso, ti chiede di dubitare degli altri. È molto più confortevole. Le bufale sul falso allunaggio, in questo senso, sono perfette. Hai un evento gigantesco, tecnicamente complicatissimo, pieno di dettagli che quasi nessuno ha gli strumenti per comprendere davvero. È lo scenario ideale per chi ha bisogno di una “grande congiura”: NASA, governo americano, URSS, adesso pure i cinesi, mezzo pianeta d’accordo da decenni per mantenere il segreto che… non siamo mai andati sulla Luna, ma in qualche modo siamo riusciti a mantenere coerenti ventimila fotografie, ore di comunicazioni radio, missioni robotiche, analisi geologiche, esperimenti laser ancora attivi. È curioso: per negare la realtà di sei allunaggi bisogna costruire un complotto infinitamente più improbabile di quei sei allunaggi. Poi, certo, c’è l’economia dell’indignazione.
Un video di un astronauta che racconta la fatica di portare a casa la pelle interessa fino a un certo punto. Un video tagliato ad arte in cui sembra che dica “non ci siamo mai stati” vola. L’algoritmo non ha opinioni: ha solo preferenze di click. E la polemica, il sospetto, il “ti stanno fregando” cliccano meglio di qualsiasi lezione di fisica dei razzi. Così gli spezzoni fuori contesto diventano “prove”, le frasi troncate diventano “confessioni”, le ombre nelle foto diventano “incongruenze”, e ogni smentita è solo la conferma che “ci tengono nascosta la verità”. Ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai social.
C’è stata, per anni, una scienza chiusa in torre d’avorio che pretendeva fiducia senza spiegazioni. “Credeteci perché siamo competenti.” Solo che la fiducia non si firma per decreto: si coltiva. Quando smetti di raccontare, altri iniziano a raccontarla al posto tuo. E se al talk show metti sullo stesso piano il tecnico che ha progettato il sistema di guida e il tizio che ha visto tre video su TikTok, non stai facendo “par condicio”: stai costruendo la percezione che competenza e opinione valgano allo stesso modo. Il complottismo, allora, è anche il sintomo di un fallimento educativo. Di una scuola che ha insegnato formule, ma non il metodo che le sostiene. Di una divulgazione che ha mostrato immagini spettacolari delle missioni Apollo, ma non ha spiegato abbastanza cosa significhi davvero progettare un computer con la potenza di una calcolatrice e usarlo per andare laddove nessuno era mai stato. Se non educhi al rigore, educhi – involontariamente – alla credulità.
C’è poi un aspetto più scomodo: queste bufale dicono qualcosa di noi, non della Luna. Accettare che siamo sbarcati davvero significa accettare che esseri umani in carne e ossa, con i loro limiti, le loro paure, la loro mortalità, hanno fatto qualcosa di immensamente più grande di noi. Per alcuni è insopportabile. Meglio pensare che “è tutto finto”: se nulla è vero, niente è migliore di niente, e nessuno è migliore di me. È una forma strana di autoconservazione narcisistica: pur di non ammettere che qualcun altro abbia fatto qualcosa di straordinario, preferisco negare lo straordinario. È la stessa logica per cui, di fronte alle missioni recenti, si è costretti ad allargare il cast del complotto: non bastano più gli americani, adesso bisogna metterci dentro i cinesi, i russi, l’ESA, chiunque faccia atterrare qualcosa su quel pezzo di roccia a 384.000 km da qui. Una cospirazione mondiale per nascondere… cosa, esattamente? Che siamo capaci di usare la matematica, l’ingegneria e la cooperazione per fare cose improbabili? Intanto, le obiezioni storiche cadono una dopo l’altra – le stelle che “non si vedono” nelle foto, la telecamera “tenuta da qualcuno fuori dall’inquadratura”, le rocce “troppo perfette” – ma non è lì il punto. Per chi ci crede, la teoria del complotto non è una domanda: è un’identità. Smentire un dettaglio non serve, perché non stai discutendo di dati, stai toccando un’appartenenza. È come cercare di convincere qualcuno a cambiare squadra del cuore con un grafico sugli expected goals. E allora, che si fa? Qui entra in gioco una stranezza del nostro tempo: abbiamo costruito macchine che, a differenza nostra, non si stancano mai di ripetere le stesse spiegazioni. Una intelligenza artificiale può rispondere cento, mille volte alla stessa obiezione, con la stessa calma, lo stesso grafico, la stessa foto zoomata sulla polvere lunare, nella speranza di far entrare un filo di dubbio nel cemento della certezza. Non è la bacchetta magica – senza un minimo desiderio di capire dall’altra parte, non funziona nulla – ma almeno non sbuffa, non alza la voce, non si stufa. Alla fine, le bufale sullo sbarco sulla Luna non parlano quasi mai della Luna. Parlano del modo in cui oggi trattiamo la verità: come un’opinione tra le altre, negoziabile, reversibile, sostituibile se non si adatta al nostro umore o al nostro bisogno di sentirci più furbi degli altri.
Parlano di una cultura che preferisce il sospetto alla responsabilità, la strizzatina d’occhio al lavoro duro di capire, l’occhiolino complice al vicino di tastiera alla mano tesa a chi ci sta provando davvero.
L’impronta lasciata sulla regolite, quella, non se ne va. Resta lì, muta, più onesta di qualsiasi dibattito in studio. La domanda è se noi, qui sulla Terra, siamo ancora capaci di riconoscere un’impronta reale quando la vediamo, o se abbiamo deciso che è tutto green screen, tutto cartonato, tutto bufala – e con questo alibi elegante possiamo smettere di chiederci a che cosa, esattamente, abbiamo rinunciato, quando abbiamo smesso di credere che l’intelligenza dell’uomo potesse davvero portarci un po’ più lontano di così.

…la conoscenza non salva, ma consola

Ci sono figure che non si raccontano: si inseguono. Come certi suoni lontani, o certe formule che non si lasciano chiudere. Renato Caccioppoli è una di quelle presenze che restano nell’aria, anche quando tutto il resto tace. Non è un personaggio, è una vibrazione. Un genio che sapeva quanto sia fragile la perfezione, e quanto spesso la logica serva solo a proteggersi dal dolore.
Aveva l’aria di chi gioca con l’infinito e intanto si consuma nel finito, di chi misura il mondo ma non riesce a starci dentro.
Caccioppoli era “diverso”, ma non nel modo con cui si usa oggi quella parola.
Diverso come una fenditura nella roccia, come una verità che disturba.
Aveva capito che non si può spiegare tutto, e che i passaggi più importanti — quelli che contano davvero — sono quelli che si saltano.
Saltava le dimostrazioni per pudore, come si salta una preghiera che non si osa pronunciare. Sapeva che in ogni campo — matematico o umano — c’è sempre un punto in cui bisogna chiudere un occhio per vedere meglio. Non era negligenza: era visione. Come chi intravede l’intero disegno e non ha più bisogno delle linee intermedie.
Lo si è raccontato in tanti modi, ma pochi hanno avuto il coraggio di liberarlo dalle caricature. Ci sono voluti occhi nuovi, non accademici né reverenti, per restituirgli la vita che aveva: la sua ironia feroce, il suo disincanto, il suo modo di essere un ribelle senza bandiera, un filosofo che rideva dei filosofi, un matematico che giocava a smontare i propri teoremi. Chi lo ha guardato davvero ha capito che la sua grandezza non stava nella follia, ma nella precisione con cui seppe attraversarla.
Caccioppoli non inventava leggende — le smentiva, con la lucidità di chi conosce la vertigine e la sopporta senza chiedere pietà.
Era l’uomo che Napoli, e forse il mondo, non sapevano contenere.
Nei bar, tra una risata e un bicchiere, discuteva di logaritmi e di libertà, di limiti e di destino.
Non separava mai la matematica dalla vita, perché per lui erano la stessa cosa: un problema irrisolvibile e bellissimo. Credeva che il limite fosse solo una linea timida, pronta a cedere davanti a chi ha il coraggio di toccarla. E che l’intelligenza, se non sa sporcarsi, diventa sterile.
Dopo la sua morte, intorno a lui calò un silenzio. Troppo fragile per essere eroe, troppo autentico per diventare leggenda.
Eppure chi, anni dopo, ha rimesso ordine tra le sue tracce — lettere, appunti, testimonianze — ha trovato la verità più semplice: non era il mito che si raccontava, ma un uomo vivo, scomodo, capace di commuovere ancora. Un uomo che non cercava consenso, ma precisione: quella morale, prima ancora che matematica.
Caccioppoli è rimasto l’incarnazione di un’idea rara: che la conoscenza non salva, ma consola; che la libertà è un rischio necessario; che la grandezza non è nel risultato, ma nel metodo, nel cammino, nell’errore affrontato a testa alta. È il simbolo di un pensiero che non pretende di dominare, ma di comprendere; di un sapere che non pontifica, ma si interroga. E forse è proprio questo, oggi, il suo lascito più attuale: l’invito a guardare le cose con un solo occhio, quello dell’anima, e accettare che la realtà — come le equazioni più eleganti — non si risolve, si contempla.

Sicurezza e Colpevolizzazione: Un Imperativo Sociale Oltre le Semplici Ammonizioni

L’impronta culturale che fa da palcoscenico a questo dialogo è carica di vecchi retaggi, ma anche aperta, se solo lo vogliamo, a una nuova comprensione. È facile cadere nella trappola della semplificazione quando si affrontano temi complicati come la sicurezza personale e l’abuso. Ma dare consigli per evitare il pericolo, soprattutto in un contesto pubblico e mediatico, spesso si trasforma in una subdola forma di colpevolizzazione della vittima.
Nel dibattito pubblico, dobbiamo alzare il livello della conversazione. Non possiamo più permetterci di sfuggire alla responsabilità collettiva in favore di consigli individualistici. La sicurezza non è un onere che grava sulle spalle delle singole persone; è una responsabilità condivisa, radicata nella tessitura stessa della nostra società. In uno spazio mediatico, come quello occupato da Giambruno, il linguaggio e le idee non sono neutri. Essi contribuiscono a plasmare la percezione pubblica, ad alimentare stereotipi, a rafforzare pregiudizi. Parlando di “ubriachezza” come fattore di rischio, per esempio, si passa il messaggio implicito che chi si trova in stato di vulnerabilità è in qualche modo colpevole di quella stessa vulnerabilità. E veniamo al nocciolo del discorso: la temporalità delle parole. Esiste un tempo e un luogo per ogni conversazione. Quando il tessuto sociale è straziato da un crimine orribile come uno stupro di gruppo, la sensibilità e la responsabilità dovrebbero guidare ogni dichiarazione pubblica. Parole sbagliate in un momento così delicato possono infliggere ulteriore dolore alle vittime e deviare l’attenzione dai reali problemi.
Ecco la questione: la sicurezza non è solo un dovere personale, è un imperativo sociale. Non si tratta di individuare modi per far sì che le vittime si proteggano meglio, ma di lavorare insieme per creare una cultura in cui l’abuso non possa trovare terreno fertile. È un obiettivo ambizioso, certo, ma ne vale la pena. E come in ogni grande sforzo, la prima pietra da posare è l’empatia, seguita dalla consapevolezza e dalla responsabilità.

Inoltre…

Inoltre gli studenti delle Superiori possono acquisire competenze per la vita (life skills) essenziali grazie alla programmazione con Phyton. Per esempio, lo sviluppo del pensiero logico, la capacità di risoluzione dei problemi e l’abilità nell’analisi dei compiti.

Guido van Rossum, Il creatore di Phyton

#spigolatricedisapri

Guardommi, e mi rispose: “O mia sorella,
Vado a morir per la mia patria bella”.
Io poi buttai i miei occhi un po’ da fora,
né potei dirgli: “Che culo, oh mia Signora!”

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A distanza…

Quando sento dire che la didattica on-line può mettere una pezza a queste settimane senza scuola, penso che sì, è vero… Per molti, però. Non per tutti.

La didattica a distanza serve, certo. Aiuta. Ma in questo momento rischia di aiutare chi ha meno problemi, chi ha mezzi ed è fortunato ad avere il giusto supporto a casa.
Rischia di lasciare indietro, invece, chi avrebbe più bisogno di essere aiutato.

apostrofandole non per nome ma per etnia…

È buona memoria ricordare e tramandare che ogni persecuzione cominciò in questo modo, accusando di un episodio singole persone – a torto o a ragione – e apostrofandole non per nome ma per etnia, per di più deformata dal dispregiativo. (Enrico Mentana, da Open)