La doppia ingiustizia: quando la sicurezza diventa pretesto per colpire i più deboli

Tra le pieghe oscure del più recente disegno di legge sulla sicurezza — ormai una saga infinita di decreti, pacchetti e misure che sembrano più alimentare l’insicurezza che combatterla — emerge una norma che lascia increduli. Si vuole eliminare l’obbligo di rinvio della pena per donne incinte o con figli di meno di un anno. Una volta approvata, anche queste madri finiranno dietro le sbarre, salvo che un giudice non decida diversamente, e per farlo dovrà presentare motivazioni più che solide.
Il paradosso è servito. La norma viene spacciata senza veli come un’arma contro i rom, accusati di sfruttare donne gravide o con neonati per borseggiare nei trasporti pubblici e per strada. Il ragionamento è semplice: si ritiene che queste donne, una volta scoperte, non finiscano mai in carcere grazie alla protezione offerta dalla legge. Il risultato? Una gravidanza dopo l’altra, una sorta di impunità perpetua per continuare a delinquere. La soluzione del legislatore? Mandare tutte in prigione, pancione o bebè al seguito, così da spezzare questo presunto circolo vizioso.
Dietro questa trovata, che alcuni potrebbero definire geniale con una buona dose di sarcasmo, si nasconde un problema più grave: anziché intervenire per proteggere queste donne dallo sfruttamento e offrire una via d’uscita, si preferisce cancellare una norma di civiltà. Così facendo, si chiudono in cella madri e figli, ignorando alternative come le case famiglia, che potrebbero accogliere entrambi e sottrarli al controllo di padri o mariti aguzzini. Ma si sa, i fondi per queste soluzioni sono inesistenti o destinati altrove.
Ecco il quadro desolante: prima lo sfruttamento nelle comunità e poi il pugno duro dello Stato. Essere una donna o un bambino rom, oggi in Italia, significa trovarsi schiacciati tra due ingiustizie: la crudeltà di chi ti usa come strumento e la cecità di chi dovrebbe proteggerti. Una doppia condanna che non lascia spazio alla dignità e, men che meno, alla speranza.

Io non mi chiamo Miriam

Io non mi chiamo Miriam”, dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. È da questa rivelazione surreale, da questa verità sfuggita e tenuta segreta per settant’anni, che Majgull Axelsson costruisce un racconto incredibile, il racconto di una ragazzina rom di nome Malika che, sopravvissuta ai campi di concentramento, si finge ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta, durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbruck. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza, continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea, la Axelsson affronta, con rara delicatezza e profonda empatia, uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz.
Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’altro, verso il diverso da noi, interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della sua vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: “Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo”.