un viaggio nell’anima della città e dell’uomo…

Jeff Mermelstein, nato nell’anno del Signore 1957, è un osservatore silenzioso della vita che si svolge in uno dei luoghi più frenetici della terra, New York. La sua macchina fotografica è il suo strumento di espressione, un prolungamento dell’occhio che esamina, cerca, scopre.

Nella moltitudine che gremisce le strade, nelle ombre che si allungano sui marciapiedi, nelle espressioni che passano fugacemente sul volto degli estranei, lui trova il suo linguaggio. Cattura con un click quei momenti effimeri che, come foglie portate via dal vento, sono lì un attimo e poi scompaiono.

Il suo sguardo è un peschereccio in acque tempestose, pronto a gettare la rete nel tumulto della città, per riportare alla luce i dettagli, gli sguardi, le storie nascoste che risiedono nelle profondità inesplorate dell’umano. Lui vede ciò che il resto di noi spesso dimentica di vedere, e lo rende immortale con il suo obiettivo.

La sua arte è un dialogo con l’essenza stessa della vita. Egli trova la poesia nei momenti più ordinari, e la bellezza nell’abitudine. Nei suoi scatti, il riso di un bambino diventa un inno alla gioia, una coppia di anziani che cammina mano nella mano diventa un emblema d’amore, uno sguardo perso nel vuoto diventa un poema di solitudine.

Con una profonda sensibilità per il dettaglio e una padronanza unica della luce e dell’ombra, Mermelstein non cattura semplicemente immagini, cattura emozioni. Le sue foto sono un viaggio intimo nel cuore dell’esperienza umana, ricordandoci che la vita è fatta di momenti, fugaci e preziosi, che insieme creano il mosaico del nostro essere.

Così, la biografia artistica di Jeff Mermelstein si scrive come una storia di esplorazione e scoperta, un viaggio nell’anima della città e dell’uomo, un inno all’arte del vedere. Una storia che continua a svolgersi con ogni click della sua macchina fotografica, con ogni momento che cattura e conserva per l’eternità.

La tata Maier…

Si chiamava Vivian Maier, e se il nome non vi dice niente, beh, tranquilli, la cosa è abbastanza normale. Pare che nella vita, quella di tutti i giorni, faceva la tata, lo stesso mestiere di sua madre e di sua nonna: lo faceva per le famiglie upper class di Chicago, e, dicono le cronache, lo faceva bene, con limitato entusiasmo, pare, ma con inflessibile diligenza.
Lo fece per decenni, a partire dai primi anni Cinquanta: i suoi bambini di allora, adesso adulti, sono ora piuttosto increduli, ché si vedono arrivare giornalisti o ricercatori che vogliono sapere tutto di lei. Un po’ spaesati, annotano che non è il caso di immaginarsi Mary Poppins: era un tipo estremamente riservato, un po’ misterioso, piuttosto segreto. Faceva il suo dovere, e nei giorni di vacanza, riservatamente spariva.
Non c’è traccia di una sua vita sentimentale, non pare avesse amici, era solitaria e indipendente. Non scriveva diari e che io sappia non ha lasciato dietro di sé una sola frase degna di memoria. Le piaceva viaggiare, naturalmente in solitario: una volta si fece il giro del mondo, così, perché le andava di farlo: è anche difficile capire con che soldi. Una cosa che tutti ricordano di lei è che accatastava oggetti, fogli, giornali, e la sua stanza era una specie di granaio della memoria, uno scrigno inaccessibile, se non a lei, immaginato per chissà quali inverni dell’oblio o, più probabilmente, per il disgusto di dimenticare. Collezionava mondo, si direbbe. Collezionava la bellezza del quotidiano. L’altra cosa che tutti ammettono è che sì, in effetti, girava sempre con una macchina fotografica, le piaceva scattare foto, era quasi una mania – talmente sfacciata doveva essere la sua passione da essere stata più volte scambiata per una spia – : ma certo, da lì a immaginare quel che sarebbe successo…
Quel che è successo è questo: arrivata a una certa età, tata Maier si è ritirata dall’attività, si è spiaggiata in un sobborgo di Chicago e si è fatta bastare i pochi soldi messi da parte. Dato che accatastava molto – l’abbiamo detto prima – affittò un box, in uno di quei posti in cui si depositano i mobili che non stanno più da nessuna parte, o la moto che non sai più che fartene: ci ficcò dentro un bel po’ di roba e poi finiti i soldi, non riuscì più a pagare l’affitto e quindi finì come doveva finire.

Quelli dei box, se non paghi, dopo un po’ mettono tutto all’asta. Non stanno nemmeno a guardare cosa c’è dentro: aprono la porta, gli acquirenti arrivano, danno un’occhiata leggera e distratta da fuori e, se qualcosa li ispira, si portano via tutto, scatoloni e puzzo di muffa, per un misero pugno di dollari: immagino sia una forma sofisticata di gioco d’azzardo. L’uomo che si portò via il prezioso contenuto del box di tata Maier si chiamava John Maloof, agente immobiliare e appassionato di collezionismo. Era il 2007, dieci anni fa. Più che altro si portò via scatoloni, ma quando iniziò a guardarci dentro scoprì qualcosa che poi avrebbe cambiato la sua vita, e, provo ad azzardare, ingrassato il suo conto in banca: un misurato numero di foto stampate in piccolo formato, una marea di negativi e uno sterminato numero di rullini ancora da sviluppare. Sommando si arrivava a più di centomila fotografie: tata Maier, in tutta la sua vita, ne aveva visto forse un dieci per cento (pare non avesse i soldi per lo sviluppo, o forse non le importava neanche tanto di svilupparli), e non ne pubblicò nemmeno una. Ma Maloof invece si mise a guardarle per bene, a svilupparle, a stamparle e a pubblicarle sul suo profilo Flickr: e un giorno si disse che o era pazzo o quella era una dei più grandi fotografi del Novecento. Optò – a ragione – per la seconda ipotesi. Volendo credergli, si mise anche a cercarla, questa misteriosa Vivian Maier, di cui non sapeva nulla: la trovò, un giorno del 2009, otto anni fa, negli annunci mortuari di un giornale di Chicago. Tata Maier se n’era andata in silenzio, probabilmente in solitudine, senza stupore, all’età di 83 anni, in seguito a un incidente, cadendo sul ghiaccio e battendo la testa: senza sapere di essere, in effetti, com’è ormai chiaro, uno dei più grandi fotografi del Novecento.

La prima volta che ho incrociato questa storia ho naturalmente pensato che fosse troppo bella per essere vera. Tuttavia le foto erano davvero pazzesche, tutte foto di strada, quasi tutte in bianco e nero e tutte bellissime. Per lo più gente, ma anche simmetrie urbane, cortili, muri, angoli. Un cavallo morto su un marciapiede, le molle di un materasso abbandonato. Ogni volta, tutto perfetto: la luce, l’inquadratura, la profondità. E, sempre, una specie di equilibrio, di armonia, di esattezza finale. Come facesse, non si sa. Voglio dire, per azzeccare il ritratto di un passante e ottenere qualcosa di quella intensità, e forza, e impeccabile bellezza, bisognava avere un talento mostruoso oltre che una tecnica e una conoscenza della macchina fotografica impeccabili. Lei le aveva. Aveva dodici colpi, nella sua Rolleiflex, per ogni rullino. Dato che poi li teneva a marcire in un box, quei rullini, noi adesso possiamo vedere come sparava: mai due colpi sullo stesso bersaglio. Se ne concedeva uno, le era estranea l’idea che nella ripetizione si potesse migliorare. L’unico soggetto a cui abbia dedicato ripetuti ritratti, inaspettatamente, è se stessa: si fotografava riflessa nelle vetrine, negli specchi, nelle finestre. L’espressione è tragicamente identica, anche a distanza di anni: lineamenti duri, maschili, sguardo da soldato triste, una sola volta un sorriso, il resto è una piega al posto della bocca. Impenetrabile, anche a se stessa. Le piacevano le facce, i vecchi, la gente che dorme, le donne eleganti, le scale, i bambini, le ombre, i riflessi, le scarpe, le simmetrie, la gente di spalle, la rovina e gli istanti. Si capisce che adorava il mondo, a modo suo — ne adorava l’irripetibilità di ogni frammento. Probabilmente le andava di produrre quello che ogni fotografia ambisce a produrre: eternità. Ma non quella friabile delle foto dei mediocri: lei otteneva quella, incondizionata, dei classici. E tutto questo, cosa sublime, solo per il suo personale piacere e per il gusto di farlo.
Poi non so, magari mi sbaglio. Ma devo registrare il fatto che, nel caso, iniziamo a essere in molti, a sbagliarci. Quindi darei per buono che, in effetti, tra i grandi del Novecento, ce n’è uno in più.
Naturalmente adoro l’idea che non abbia detto una sola frase sul suo lavoro, né abbia guadagnato un dollaro dalle sue foto, né abbia mai cercato una qualunque forma di riconoscimento sia pubblico che privato.
Ma la storia non è ancora finita, e magari, nel tempo, qualcosa verrà fuori, a incrinare tanta irreale purezza. Ma le foto resteranno, su questo è difficile, molto difficile, avere dubbi.