…una bugia molto educata

L’ansia è una bugia molto educata. Non urla quasi mai. Bussa. Si siede accanto a noi mentre leggiamo, mentre aspettiamo il semaforo verde, mentre qualcuno ci sorride. Non ha bisogno del buio per arrivare. Le basta un pensiero qualunque, uno di quelli che sembrano innocui. Poi prende dimora.
La cosa più ingiusta dell’ansia è che non ha quasi mai un nemico davanti. Combatte contro il futuro, e il futuro è un avversario imbattibile perché non esiste ancora. Così ci ritroviamo a consumare il fiato per respirare un’aria che non c’è, a stringere i pugni contro una porta che nessuno ha chiuso. Forse è per questo che ci sentiamo soffocare. Non perché manchi l’ossigeno, ma perché manca il presente.
L’ansia è una forma di immaginazione che ha dimenticato la bellezza. È il talento, squisitamente umano, di costruire cattedrali di paura usando soltanto impalcature di possibilità. Dove potrebbe accadere, lei legge accadrà. Dove esiste un forse, lei incide un certamente. Eppure c’è qualcosa di profondamente umano anche in questo. Chi non teme il domani, in fondo, non ha mai amato davvero nulla. L’ansia è spesso il prezzo occulto dell’attaccamento: alle persone, ai sogni, ai figli, ai genitori, alle promesse, persino alla propria idea di sé. Ci stringe proprio dove abbiamo imparato ad amare. Il problema è che, quando diventa padrona di casa, pretende di proteggerci da tutto. Ma una vita protetta da tutto è una vita sottratta a quasi tutto.
Allora forse non bisogna vincerla. Le guerre contro se stessi finiscono sempre con uno sconfitto che ci assomiglia troppo. Bisogna piuttosto imparare a riconoscerla quando ci prende sottobraccio e ci indica orizzonti che non esistono. Ringraziarla, perfino, per averci ricordato che abbiamo qualcosa da perdere. E poi continuare a camminare senza seguirla. Perché la vita non accade mai nel luogo in cui l’ansia ci manda a cercarla. Accade sempre un passo più vicino. Esattamente dove abbiamo paura di restare.

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