
A volte penso che le parole siano come piccoli attrezzi lasciati sul tavolo dopo un lavoro frettoloso: qualcuno le usa senza guardarle, qualcun altro le lancia in aria per vedere dove cadono, altri ancora le affilano di nascosto, sperando che nessuno se ne accorga. E invece dovremmo sfiorarle con la stessa cautela che si ha per le lame nuove, quelle che non perdonano lo scarto di un millimetro.
La verità è che ogni parola pesa. Anche quando non sembra, anche quando la pronunciamo per abitudine. Pesa il verbo che scegliamo per raccontare chi arriva, pesa il sostantivo con cui definiamo chi parte, pesa il tono con cui dipingiamo un fatto come eccezione o come emergenza. In un mondo già inclinato di suo, basta una parola sbagliata per far precipitare tutto in diagonale.
Ci sono parole che dovrebbero essere riportate al loro significato originario, come vestiti che qualcuno ha stirato male e ora tirano da tutte le parti. A volte serve soltanto raddrizzarle: chiamare “flusso” ciò che è flusso, “errore” ciò che è errore, “responsabilità” ciò che è responsabilità. Non per manierismo linguistico, ma per rispetto. Perché nel momento in cui una parola si deforma, non si deforma solo lei: si stortano insieme i volti delle persone che quella parola la subiscono. E allora capisci che non è un esercizio di stile, ma un gesto civile. Che dire bene le cose non è pedanteria ma manutenzione. La stessa che si fa per evitare che una porta non chiuda più o che un binario devia di un grado e manda un treno fuori strada cento chilometri più avanti. Le parole hanno quella geometria silenziosa: un errore minuscolo oggi, un disastro domani.
C’è un altro aspetto, forse ancora più delicato: la parola, quando è scelta male, non ferisce solo il senso comune, ma anche la nostra capacità di vedere. Ci abituiamo al vocabolario falso come ci si abitua a una luce difettosa: all’inizio dà fastidio, poi diventa la normalità, finché non ci accorgiamo più che stiamo guardando tutto attraverso un tremolio.
Ecco perché bisognerebbe tornare a una specie di artigianato linguistico. Tenere un dizionario come si tiene un banco da falegname: pulito, essenziale, disposto con cura. Ricominciare a dire le cose per quello che sono, senza gonfiarle né rimpicciolirle, senza farle diventare un’arma o una scusa. Tornare al nitore, alla sobrietà del nome giusto. E soprattutto ricordarci che una parola precisa non salva il mondo, ma lo orienta. Lo inclina nella direzione corretta di un soffio, e quel soffio, sommato a mille altri, diventa vento. Un vento che non urla, non spettina, non abbatte: raddrizza. Rimette in bolla. Fa tornare a posto ciò che stava traballando.
Le parole — quando non barano, quando non tremano, quando restano fedeli alla loro misura — sono questo: un modo silenzioso di riparare il presente. Una rosa bianca coltivata frase dopo frase, senza fretta, senza rumore. Una piccola forma di resistenza, forse la più ostinata tra tutte.