Vedi cara…

Ci sono persone che non chiedono una spiegazione, chiedono un assoluzione.
Arrivano con la faccia seria di chi vuole capire, con quella specie di attenzione educata che somiglia alla neve quando cade: bella, composta, silenziosa. Ma sotto, intanto, il terreno è già ghiacciato. Non cercano una porta. Cercano il punto preciso in cui accusarti di non aver saputo aprirla. E allora tu parli. Metti le parole in fila, le pulisci, le alleggerisci, provi a togliere loro il peso dell’orgoglio e della ferita. Spieghi non per vincere, non per imporre, non per avere ragione — che avere ragione, a una certa età, è un premio misero, una medaglia di latta appuntata sopra un cappotto bagnato — ma per consegnare almeno il senso. Almeno quello. Una piccola lanterna nel buio della stanza. Ma certe stanze non sono buie. Sono chiuse. Ed è lì che spiegare diventa inutile, quasi osceno: quando dall’altra parte non c’è ignoranza, ma resistenza; non c’è limite, ma calcolo; non c’è confusione, ma quella forma elegante e crudele di malafede che finge di inciampare sempre nello stesso gradino pur conoscendo perfettamente la scala.
Perché non capire è umano.
Non voler capire è un mestiere.
C’è chi si rifugia nell’equivoco come in una casa abusiva. Ci abita dentro. Ci mette tende, bicchieri, fotografie, comodini. Sistema la propria versione dei fatti accanto alla finestra e poi dice: vedi? Da qui il mondo è così. E tu puoi portare mappe, prove, carezze, silenzi, puoi persino smontare il dolore pezzo per pezzo come si fa con un motore rotto, mostrando l’albero, la biella, il pistone, il punto esatto in cui la forza si è spezzata. Niente. Chi vuole fraintendere troverà sempre un modo nobile per chiamare verità la propria comodità.
Spiegare, allora, diventa un atto di manutenzione dell’anima. Non serve più all’altro. Serve a te.
Serve a non diventare brutale.
A non cedere alla tentazione del disprezzo.
A non trasformare la lucidità in lama.
A ricordarti che anche quando qualcuno ti costringe a ripetere l’ovvio fino allo sfinimento, tu puoi ancora scegliere la forma della tua voce. Puoi ancora non urlare. Puoi ancora non sporcare il vero per lanciarlo addosso a chi non lo merita.
Poi, però, arriva un punto. Un punto piccolo, quasi invisibile, come il segno lasciato da una macchina da scrivere quando il nastro è stanco. Un punto dopo il quale insistere non è più pazienza, ma elemosina. Non è più amore, ma accanimento. Non è più chiarezza, ma perdita di dignità.
E lì bisogna imparare a tacere.
Non il tacere vile di chi rinuncia alla verità.
Il tacere alto di chi ha compreso che alcune spiegazioni, per essere ricevute, hanno bisogno di una disponibilità minima alla luce. E se uno tiene gli occhi chiusi stringendo le palpebre con tutte le forze, il sole non ha colpa.
Ci sono giorni che valgono un anno, sì. E frasi che non servono più. Non perché siano false.
Ma perché sono arrivate tardi in un luogo dove nessuno aspettava davvero. Dove l’ascolto era già stato licenziato, dove la comprensione aveva lasciato il cappotto all’ingresso ed era andata via senza salutare.
Allora resta solo questo: custodire le proprie stagioni. I sorrisi. Le energie. Le parole migliori. Non spenderle ovunque, non gettarle contro muri educati, non regalarle a chi le usa per costruire un malinteso più raffinato. Perché le parole sono denaro dell’anima. E vanno spese con dovuta proprietà. A chi non capisce, si può spiegare. A chi non vuole capire, si può solo sopravvivere con eleganza. E andarsene piano. Senza sbattere la porta. Lasciando sul tavolo, come una mancia triste e definitiva, l’ultima frase non detta.

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