Venedikt Erofeev, Mosca-Petuškì poema ferroviario.

Si comincia sempre da un rumore minuto: il tamburo di una Olivetti che picchietta la sua geografia segreta sul nastro, la carta velina che tremola come pelle d’inverno, il nero del carbone che sfarina sulle dita. Il libro non è ancora libro: è un’ipotesi, una colpa bianca che chiede complicità. Lo prendi in prestito con la stessa cura con cui si raccoglie una cosa viva: non per tenerla, ma per rimetterla in circolo. C’è un patto non scritto — forse il più serio di tutti: leggi e, se ti ha preso, ricopia. Non per vanità di tipografo, ma per igiene della libertà. Ogni copia porta il segno del suo passaggio: un accento saltato, una “e” un po’ slargata, un bordo sfuocato in fondo pagina. È la topografia dell’ostinazione: difetti come cicatrici, difetti come prova che l’oggetto ha viaggiato al riparo del rumore, dentro cucine affollate e stanze dove il calore del tè si mescola all’odore metallico del nastro.
Poi c’è il treno. Il treno non è un mezzo: è un alibi. Dentro i vagoni, la Russia di chi cade e si rialza senza smettere di brindare a ciò che manca. Un viaggio breve — Mosca-Petuškì — che diventa un’odissea di bicchieri, a colpi di coraggio distillato e verità che, ubriache, finalmente parlano. Non c’è la gloria dei monumenti, c’è la metrica dei binari: ripetizione, scarti, una musica da sbornia che sa nominare la fame, la paura, l’amore che non si fa prendere.
Il bello è che questo poema ferroviario non cammina solo sui binari. Cammina sulle mani: mani che battono tasti, che soffiano sulle pagine per scuoterne la polvere, che piegano gli angoli per ricordare dove torna il cuore. A un certo punto capisci che la letteratura clandestina è una ginnastica del noi: uno legge per tutti, tutti scrivono per uno, e l’autore — ovunque si trovi — è presente come un bicchiere già versato sul tavolo, in attesa di qualcuno che dica “prendi tu”.
Mi piace pensare che il prezzo giusto di quel libro sia davvero una bottiglia di vodka. Non per folklore, ma per giustizia poetica: costa quanto l’oblio che promette, quanto il coraggio che chiede, quanto la compagnia che offre. Ogni pagina è un sorso, ogni capitolo un brindisi triste e allegro, che non salva nessuno ma tiene insieme i vivi quel tanto che basta per arrivare alla prossima stazione. E quando chiudi l’ultima pagina, non hai finito. Prendi la macchina, infili il primo foglio, controlli che la carta carbone sia al suo posto: il mondo, per fare il mondo, ha bisogno di copie imperfette. È in quell’imperfezione che passiamo il testimone; è lì che un romanzo diventa popolo, che un viaggio in periferia diventa geografia dell’anima. Ricopia piano, senza correggere troppo: lascia che il difetto dica da dove vieni e a chi stai consegnando, stanotte, il diritto di tornare a casa.

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