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Prima la rassegna stampa e le news, poi i talk fino ai social e le telefonate (ufficiali e non). Il New York Times ha intervistato sessanta tra deputati, collaboratori e amici di Donald Trump e ha provato a tracciare un profilo delle abitudini quotidiane e dello stile di vita della persona che sta ridefinendo — o, se preferite, sconvolgendo — il ruolo di presidente degli Stati Uniti. Il ritratto che ne viene fuori è di un uomo assai insicuro, incapace o inconsapevole del ruolo che investe, ossessionato dallimmagine che i mezzi d’informazione forniscono di lui, con continui sbalzi d’umore, che s’incupisce quando in tv non parlano di lui e convinto che liberal e giornalisti vogliano fargli il culo o comunque provano a farlo apparire al grande pubblico come un uomo che “lotta per farsi prendere sul serio”.
Prima ancora che nei sondaggi o negli ambienti politici, Trump — scrivono quelli del New York Times — cerca l’approvazione nei titoli delle emittenti ‘all news’. Se le sue aspettative vengono poi deluse si rivolge a chiunque. Può capitare – tanto per dire – che il presidente chieda un consiglio o un’opinione al volo anche ai camerieri che gli servono il pranzo o gli allungano la Diet Coke (che consuma abitualmente e in quantità rilevanti).
Ancora: molte delle persone intervistate hanno messo in dubbio la capacità e la volontà del presidente di distinguere tra bufale e notizie verificate e cosi il capo dello staf, il generale in pensione John Kelly, cerca di filtrare le informazioni che arrivano a Trump, che ogni giorno passa almeno quattro ore davanti alla televisione.
Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, che ha analizzato la giornata degli ultimi presidenti Usa, “Barack Obama era solito concludere la sua giornata lavorativa alla Casa Bianca leggendo nello Studio Ovale, poiché i libri lo aiutavano ad avere un’altra prospettiva su ciò che stava accadendo nel mondo, a riflettere e fare autocritica. Prima di lui George W. Bush entrava nello Studio Ovale alle 7 e mezza del mattino per iniziare la giornata, che interrompeva con una sessione di allenamento sportivo, che spesso consisteva nel fare jogging o giocare con i cani. Poi mangiava con la famiglia e dormiva per otto ore, perché raccomandato, per rimanere reattivo”. Il tycoon invece non legge libri, non pratica sport ed è noto per le sue abitudini alimentari disordinate, come faceva quando abitava nella Trump Tower.
Oltre a stilargli il mattinale, all’ex generale Kelly è toccato anche il compito di ascoltare le telefonate del presidente attraverso il centralino della Casa Bianca. E quando qualche chiamata sfugge al suo controllo, si premura di richiamare l’interlocutore per assicurarsi che Trump non abbia fatto promesse assurde, impossibili da mantenere.
All’inizio molti pensavano che dietro le scelte e i comportamenti del presidente ci fosse una strategia, ormai i più sono convinti che non è affatto così: è la strenua battaglia di un uomo fortemente convinto che, se i suoi toni hanno funzionato in campagna elettorale, possono funzionare anche alla Casa Bianca.
A poco più di un anno dall’inizio del mandato, Trump è il più impopolare dei presidenti degli Stati Uniti: solo il 32 per cento degli americani è d’accordo con lui. Dalla sua ha oramai solo l’approvazione autorevole della borsa di Wall street, che, non a caso, la settimana scorsa ha toccato un nuovo record.

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oggigiorno…

 

«Ci mancavano anche i bambini che vanno all’ospedale, che muoiano». E ancora: «M’importa ‘na sega dei bambini che si sentono male, io li scaricherei in mezzo alla strada i rifiuti» [*]. Insomma, e qui la faccio breve, dalle intercettazioni pare che Erode oggigiorno gestisca una discarica in quel di Livorno.

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…anche a tutto questo

il processo a Cappato

Leggo dai giornali il resoconto del processo che vede imputato Marco Cappato, il leader radicale che condusse Dj Fabo nell’ultimo suo viaggio in Svizzera. Stando a quel che riferiscono le cronache, la pm aveva chiesto larchiviazione ma il gup ne ha disposto l’imputazione coatta nel sospetto che Cappato abbia agevolato la morte di Dj Fabo, appunto.
«Mi ha chiesto più volte di aiutarlo a farla finita. Piangeva e diceva: non ce la faccio più dal dolore», ha dichiarato l’infermiera. La fidanzata di Dj Fabo: «Era tetraplegico, era cieco. Voleva morire e io temporeggiavo, ma se gli avessi detto non ti aiuto avrebbe significato che non l’amavo». A seguire, la mamma: «Mi diceva voglio morire, mamma, devi accettarlo. A volte gridava dal dolore, gli sembrava di avere il diavolo in corpo. Ho barato tante volte, poi ho ceduto. Sono andata in Svizzera con lui e Cappato. Due minuti prima che premesse il pulsante con la bocca, gli ho detto vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada». Poi – leggo in un articolo – la signora è scoppiata a piangere. La pm le ha porto dei fazzoletti di carta. La signora ha detto: «Lo sapevo che avrei pianto, fin qui ero stata forte». La pm ha detto: «Mi dispiace. Lo è stata fin troppo».
Ecco, Dj Fabo è riuscito a sottrarsi anche a tutto questo.

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La paura…

Francesco Guccini

La paura bisogna prenderla di petto, calpestarla, deriderla, saltarle sopra fino allo sfinimento, fino a che il sudore grondi copioso dalla fronte per lo sforzo, ignorarla, sfregiarla, deriderla, prenderla a pugni, a calci in faccia per sentire il rumore sordo delle ossa che cedono sotto la pressione incessante delle nocche. La pura bisogna evitarla, rispettarla, assecondarla per darle la possibilità di palesarsi, di fidarsi e allora, solo allora, avere la forza, il coraggio, di guadarla negli occhi e accopagnarla alla porta della propria vita, sbattergliela in faccia e gridarle forte di andarsene a farsi fottere. La paura bisogna abbracciarla e, tenendola stretta, stamparle il proprio sorriso sulle labbra, baciarla, stupirla col coraggio – il coraggio, quello vero, fatto di gesti e non di vuote parole. La paura bisogna spedirla al mittente, subito, con la femezza di un chirurgo, senza darle il tempo di attecchire subdola nel cuore. Umiliarla, scioccarla, scacciarla, baciarla, rispettarla… se ci si vuol salvare, alla paura bisogna farle qualsiasi cosa, adottare qualunque strategia, tutto, tranne perder tempo a scriverle come se davvero esistesse.

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sordo è piombato il dolore

Come lama di un lampo ha guizzato cupamente nella mia testa, il suo nome. E il suono imminente, sospeso in un’ampia sorsata, ha rimbombato profondo, sfuggendo. La pioggia, che lava via i pensieri, ha pianto in modo acuto come le prefiche nell’intervallo delle orazioni. I piccoli suoni si sono disgregati dentro di me, inquieti. Rumore di vetri in frantumi. Frastuono di note impazzite. E sordo è piombato il dolore.

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[…]

Nasone

“Il vino dispone l’animo all’amore e lo rende pronto alla passione: l’inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante.
Allora nasce il riso, e anche un poveruomo si fa audace; allora se ne vanno dolori, affanni e rughe sulla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo cosi rara, rende aperti i cuori, giacché il divino Bacco bandisce ogni artificio.
Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco.”

Ovidio, ars amatoria

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La coincidenza non può essere casuale…

Magritte

A dar retta ai Tg sembra che in Italia stia morendo quasi una gravida al giorno e la cosa, mi pare chiaro, mette tutti “in allarme”. La coincidenza non può essere casuale, è chiaro che sia “sospetta”, “inquietante”, urgono gli ispettori negli ospedali, ché — è l’incipit di un articolo su la Republica di ieri — “la paura che qualcosa vada storto al momento del parto o poco prima sta togliendo il sonno a donne in gravidanza e la serenità a ginecologi.”
Provare a sollevare qualche dubbio sul fatto che si tratti di un’“emergenza” comporta il rischio di beccarsi il severo biasimo di voler minimizzare, magari per compiacere qualcuno o, peggio ancora, per torbidi interessi di parte. Inutile star lì a discutere o, comunque, provare a spiegare che la gravidanza, di per sé, è una condizione a rischio e che certi eventi patologici con esito letale, purtroppo, sono imprevedibili; no, si rischierebbe di turbare la bucolica convinzione che il parto sia una “cosa naturale” (come se la morte non lo fosse) o, peggio ancora, si negherebbero i guasti della malasanità. Niente, il medico, in questi casi delicati, è giusto che taccia e venga messo sotto processo. È vero, la signora ha messo in gravidanza venticinque chili (in ossequio alla autorevolissima Scuola Ostetrica di Secondigliano, che recita “sei incinta? mangia per due, la gestosi non esiste”), ma, se è morta, la colpa dev’essere di qualcuno altro. Punto.

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[…]

Bertone

“Leggo dentro i tuoi occhi / da quante volte vivi / dal taglio della bocca / se sei disposto all’odio o all’indulgenza / nel tratto del tuo naso / se sei orgoglioso fiero oppure vile / i drammi del tuo cuore / li leggo nelle mani / nelle loro falangi / dispendio o tirchieria”


F. Battiato, Fisiognomica, 1988

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Il tizio che sorride…

Baciamano
Con una straordinaria faccia di culo, nel giorno del suo insediamento, il neocommissario di Roma è andato a prendere servizio non dal presidente del Consiglio che l’aveva cooptato ma dal papa, facendosi immortalare peraltro nell’atto di baciargli la mano.
Al di là del simbolismo che ognuno di noi, in base alla propria sensibilità culturale, può ricavare dallo scatto, quello che ha catturato la mia attenzione nella foto non è la scena in primo piano, che pure ha il suo fascino gotico e feudale, ma lo sfondo — meglio, le comparse dell’evento. Su di una, in particolare, s’è soffermata l’attenzione: il tizio che sorride con un’espressione tra il malizioso e il furbesco: un riso, forse, come di uomo di mondo che ben sa come fare andare il mondo. E il tizio che sorride è una costante in tutte le foto del genere: fateci caso (fatevi aiutare semmai da Google) troverete sempre il tizio sorridente — sempre diverso ovviamente, a volte smilzo, a volte col doppio mento, civile o prelato, pelato a volte e a volte brillantinato.
Be’, sentite a me: la storia d’Italia — più che dai pontefici e dai capi di governo – penso sia stata fatta dal tizio che sorride, quello che, sornione, sa come va il mondo. Sinceramente, cosa volete che possano contare quelli che provano disgusto fino a vomitare bile allo spettacolo schifoso, innaturale e persino goffo di un uomo che bacia la mano a un altro uomo? Cosa volete che possano contare bocche e mani che cambiano di tanto in tanto, con frequenza diversa, giusto per non ammorbare troppo il pubblico che prova trasporto e si diverte al teatrino dei pupi? Seppur cambiando, diverso sempre di volta in volta ma uguale a sé stesso nel ruolo, è il tizio che sorride, quello che fa la storia — più malizia ci mette nel sorriso, più furba è l’espressione, meglio gli viene.

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Bei tempi!

Mastro Titta


scàndalo / ˈskandalo/ o (lett.) scàndolo
[vc. dotta, dal lat. tardo (ecclesiastico)
scăndalu(m) ‘impedimento’, dal gr. skándalon ‘pietra d’inciampo, insidia’, di orig.
indeur. ☼ 1268] – s. m.: grave turbamento della coscienza, della sensibilità, della moralità e sim. altrui
suscitato da atto, discorso, comportamento, avvenimento, contrario alle leggi della morale,
del pudore, della decenza e sim.: fare, dare scandalo; essere di scandalo; gridare allo
scandalo | atto, discorso, comportamento, avvenimento e sim. che suscita sdegno,
riprovazione, disgusto in quanto contrario alle leggi della morale, del pudore, della
decenza e sim.: quel film è un vero scandalo; si veste che è uno scandalo; non dovremmo
permettere certi scandali; costei è la causa principale degli scandali di questa casa (C. Goldoni)
| (fig.) pietra dello scandalo, chi (o che) è causa di scandalo, discordia e sim.
(locuzione di origine biblica)

(Zingarelli 2013, Zanichelli)

«Io vorrei, prima di iniziare la catechesi, in nome della Chiesa, chiedervi perdono – riporto le parole pronunciate ieri del Papa – per gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano. Vi chiedo perdono».
Ecco, lo scandalo: la bestia nera del cattolicesimo; subdolo parassita che trova il suo habitat ottimale nel cervelluzzo cattolico da sempre ossessionato dall’esempio negativo (skándalon è l’ostacolo e l’inciamparvi). E al buon cattolico – al suo cervelluzzo, dico – basta che, per la violazione di quelle che son le proprie leggi morali, si metta rimedio solo (?!) col pubblico biasimo: prezzo che ogni peccatore si ritrova a pagare per non aver saputo tener chiuso il suo peccato nell’eventuale senso di colpa, o in quella succursale che è il confessionale, almeno – almeno – da quando la violazione delle sue leggi morali smisero di essere punite con la persecuzione, il carcere, la tortura e la morte.
Oh, bei tempi quelli delle esecuzioni in piazza, quando il peccatore, fiero, offriva la propria nuca a mastro Titta. Bei tempi!

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