Il futuro che meritano…

“Mangiamo ogni giorno notizie sventurate, condite da meschinità di ogni genere. Siamo infarciti come tacchini indigesti da un ripieno di corruzione. Il dibattito pubblico è squallido, ripetitivo, allarmante, mai positivo, creativo e ribelle. Abbiamo un disperato bisogno di meraviglioso. Un ministero del meraviglioso, maestri di meraviglioso, a scuola fra il latino e la matematica due ore quotidiane di meraviglioso, all’università una facoltà di meraviglioso. Dobbiamo diventare compagni di meraviglie. È il nostro petrolio, l’unica eccellenza, il solo prodotto italiano esportabile in tutto il mondo. La fantasia più pragmatica che esista: la nostra visionarietà. Sapere concretizzare i sogni. Un vento portatore di entusiasmo incantato deve irrompere nelle nostre città sventrate dalle sciocchezze ingorde del denaro, disintossicare l’aria appesantita da una banalità soffocante, liberarci da briganti e oracoli di mezza tacca, trasformare questa peste del nulla con un contagio poetico e illuminato, restituire agli occhi dei nostri bambini lo stupore del futuro che meritano.”

Diego Cugia, Alcatraz

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finalmente…

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Dopo dieci anni di stagionatura, e alcune sentenze della Corte Costituzionale, la carta su cui era stata scritta la legge 40 ha finalmente raggiunto la sofficità, la consistenza e la giusta usabilità per pulircisi il culo.

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«…di ciascuna Camera nella seconda votazione».

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Si porga attenzione all’articolo 138 della Costituzione: «le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione».
Parto da qui, da questo articolo della Costituzione, per provare ad esprimere la mia perplessità, il mio giudizio negativo, sulla riforma del Senato dal quale Renzi fa dipendere la sua permanenza a Palazzo Chigi fino al 2018, sebbene non vi sia arrivato con un’investitura elettorale, o l’andarsene a casa, salvo gli ovvi ripensamenti che sono la costante degli sfacciati che si giocano la faccia o che giurano sulla testa dei propri figli.
La rivoluzionante idea dell’ex sindaco di Firenze, infatti, è quella di fare del Senato un organo non elettivo, togliendogli voce in capitolo sulla fiducia al governo e sulle leggi di bilancio, ma lasciandogliela su quelle di revisione costituzionale (giocoforza, direi, sennò dovrebbe essere emendato anche l’art. 138). In pratica, con questa riforma, saremmo dinnanzi all’assurdo di un organo che non potrà più metter bocca sull’operato dell’esecutivo, ma potrà continuare a farlo sulla Costituzione, e con potere decisionale pari a quello della Camera dei Deputati, ma senza aver avuto alcuna investitura dal voto popolare: una mostruosità semibestiale che poteva esser partorita solo da un semianalfabeta. Mostruosità che poteva — ovviamente, direi — trovare consensi solo in una di quelle congiunture storiche in cui un semianalfabeta, appunto, riesce a costruirsi reputazione di innovatore della grammatica. Reputazione tanto più alta, quanto più volitiva appare l’intenzione di stravolgere la logica che regge la costruzione di una lingua. Si può arrivare, e qui con Renzi ci si arriva, ad apprezzare l’ignoranza come una forza della natura.

C’è da stupirsene? Non direi. In fondo si sta pur sempre parlando di quello che, se non veniva fatto Presidente del Consiglio, sarebbe rimasto Sindaco di Firenze e, ingaggiando la sua lotta con la Storia, quasi certamente avrebbe sfregiato l’orologio a lancetta unica della Torre d’Arnolfo, aggiungendoci quella dei minuti. «Troveremo uno sponsor — diceva — la gente deve vedere bene l’ora, mica deve essere un orologio filosofico». E a chi gli faceva presente che quell’orologio era del Trecento, ribatteva candido: «così ’un funziona, ma non è che voglio metterci un orologio al quarzo!». Piaccia o no, l’omino è questo.

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…inserire un pezzo di vita

Mcewan

Ho cinquantadue anni e mi dedico seriamente alla scrittura da quando ne avevo ventuno. Spesso mi capita di domandarmi se scrivere sia diventato più facile. Temo che la risposta sia no. A quanto pare scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. Certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. Invecchiare non aiuta. È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione. Poi naturalmente occorrerà scavare più a fondo ogni volta e compiere ricerche accurate per arrivare a un materiale che non somigli a quello già utilizzato. Con il passare degli anni sai sempre qualcosa di più sulle tue abitudini mentali, sulla struttura dei tuoi pensieri. Diventi molto scettico e vuoi evitare il più possibile di ripeterti. Continuo a credere che tra un romanzo e l’altro sia necessario inserire un pezzo di vita; mi pare che ogni romanzo debba essere scritto da una persona leggermente diversa.

Ian McEwan, Bbc Radio 3, 3.11.2000

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Parassiti…

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Sono capaci di tutto perché sanno di potersi permettere tutto (ma proprio tutto) in un paese di merda come il nostro.
Nascondono criminali di guerra nei loro conventi; sistemano la salma di un boss mafioso tra le tombe di papi e santi; insabbiano le colpe dei loro affiliati favorendo, di fatto, un giro enorme di pedofilia. Avidi quanto basta a far venir lo schifo a un usuraio, strusciano e bavano per il trattamento di favore: esentati dall’Ici, va’ – ma, per favore, poca pubblicità alla cosa. È malavita, delinquenza organizzata, gente untuosa, quasi sempre ipocrita e qualche volte pure un poco psicopatica. È un’insaziabile gangrena: i più avidi parassiti mai esistiti sulla faccia della terra. Parassiti d’ogni corpo in putrefazione, zecche gonfie di sangue marcio.
Ma come si può, di merde umane come queste, pensare che siano “autorità morali”?

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Se troviamo la fila…

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Si sa che 1 + 1 = 2. Però, volendo cavillare, si tratta pur sempre di un’osservazione, non è certamente una verità assoluta. Ho un euro, lo metto accanto ad un altro euro, vedo che gli euro sono due, faccio un rapido riferimento al fatto che “1” e “2” sono termini che userei per comodità anche se mettessi un euro di debito accanto al debito di un euro (sarei allora in debito di due euro) e, voilà, traggo da una comodità una regola che dìa equipollenza di verità all’osservazione corrente. Mi sono mosso nell’ordine di analogie congrue, entro quella sfera tutto si regge, è fatta salvo il possesso (ma anche l’eventuale debito) di due euro. Ora, se mi si avvicina un tizio che porge l’ipotesi che 1 + 1 = 2,3 (oppure 2,5), io non lo mando a cagare subito, ascolto le sue ragioni. Se, però, quel tizio è il creditore di quei due euro e la sua teoria deve costarmi un sovraddebito di 0,3 (oppure 0,5) di euro, penso all’interesse (in questo caso all’usura) che stringe la relazione tra ipotesi, comodità e verità. Se, poi, a sostegno della sua ipotesi (della sua comodità) il tizio viene a dirmi che quella cosa scema dell’“1 + 1 = 2”, che fino a ieri vantava per mero e ottuso conformismo il titolo di verità (cioè di comodità universale), è una consuetudine senza fondamento degno, e che 0,3 (oppure 0,5) è il prezzo giusto per dare a un’addizione il senso di “disegno intelligente” – allora – prima, gli chiedo se questa “intelligenza” non sia la proiezione della sua personale comodità di usuraio su un’operazione aritmetica, riservandomi di mandarlo a cagare – poi, in ogni caso, ce lo accompagno di persona. Se, arrivati, troviamo la fila di creazionisti mandati a cagare per lo stesso motivo, gli metto in mano un numero progressivo e vado via.

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dentro i tuoi occhi…

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“Leggo dentro i tuoi occhi / da quante volte vivi / dal taglio della bocca / se sei disposto all’odio o all’indulgenza / nel tratto del tuo naso / se sei orgoglioso fiero oppure vile / i drammi del tuo cuore / li leggo nelle mani / nelle loro falangi / dispendio o tirchieria”

F. Battiato, Fisiognomica, 1988

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…absurdum

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“Credo quia absurdum”. Cosa dire a un poveraccio che argomenta in questo modo? Conviene far finta di non aver sentito. Se poi lo ripete, sorridergli. Se insiste, scuotere la testa. Se tenta di convincerci, dissuaderlo. Se non ne vuol sapere e insiste ancora, mandarlo solennemente a cagare.
No, non è un tornare alla polemica anticlericale. Lo schema vale con qualsiasi superstizione, con qualsiasi poveraccio che posponga la ragione alla fede. Alla fin fine, che differenza fa tra uno che adora Dio o adora Satana? Due disadattati. Qui me lo immagino il poveraccio, s’è appena spolverato le ginocchia dopo aver adorato il suo Mito: “Ma la ragione non può dare risposta a tutte le domande che si pone l’uomo!” Beh, certo, se le domande sono poste male, no. Se sono poste sul piano inclinato, rotoleranno proprio in quel buco. Se le domande nascono da un disagio psichico (dài, non negarlo, qualche problemuccio devi averlo), solo una risposta nevrotica potrà tappare la falla. Di molte belle e prestigiose testoline della nostra puzzolente Storia della Filosofia se ne potrebbero fare bisacce da dieci ciascuna. “Che c’è dopo la morte?” Coglione, che c’era prima della vita? Il nulla. Perché ti spaventa solo quello che hai davanti e non t’inventi niente per quello che hai alle spalle? Perché tutta la tua teologia, il tuo scaramantico grattarti le palle al passare del gatto nero, s’esaurisce nella costruzione del dopo, e il prima neanche ti sfiora? Donde viene l’animuzza che ti si consuma attorno all’”absurdum”? Non lo senti il retrogusto di terrore nel bignè del tuo credere? Perché, poi, caro mio, stringi stringi, c’è una gran differenza tra chi, per drogare il suo disagio esistenziale, crede in Dio o tocca ferro o evita di passare sotto una scala o s’avvolge nel bozzolo di altri rituali? Ad ogni poveraccio il suo “absurdum”. Ma almeno non venisse a rompere il cazzo e, dunque, non romperlo neanche tu, appunto.

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A ciascuno il suo…

Osservatore

“Sa che penso? Che la chiesa cattolica stia registrando oggi il suo più grande trionfo: l’uomo odia finalmente la donna.”

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo

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Unicuique suum…

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Non occorre essere medici per poter affermare che il dolore è un sintomo: spia luminosa che segnala al nostro sistema nervoso una situazione patologica in atto. Spesso il segnale è talmente intenso da distogliere l’attenzione da ciò che l’ha generato; finisce così che il dolore assuma un’importanza davvero relativa se il dolore è dovuto a una nevralgia del trigemino o a un tumore cerebrale, a una frattura o a un cancro osseo, a un’artrosi o a una solenne mazziata, poco importa, si finisce quasi per impazzire. È un sintomo comune alla gran parte delle situazioni patologiche, sicché attraversa la nostra vita come uno spillo, quand’anche essa sia mediamente serena. Una completa e permanente analgesia è impossibile, e forse è un bene, ché è grazie al dolore che posso capire che è il caso di allontanare la mano sbadatamente poggiata sul ferro rovente. Senza nulla togliere alla funzione che il dolore svolge come sintomo, posso combatterlo: se ho mal di schiena, capisco che devo andare dall’ortopedico, ma non è cosa scriteriata che intanto io prenda un antidolorifico. A maggior ragione se, purtroppo, non posso fare nulla per curare la causa: perché dovrei sopportare il dolore, se mi è impossibile rimuovere ciò che lo causa? Ciò nonostante, col dolore è giocoforza ch’io debba fare esperienza costante, non foss’altro per il tempo che intercorre dal suo insorgere all’azione dell’analgesico che ho assunto. Bene, dunque – o, anzi, male: il dolore esiste, è un fatto – se non mi tangesse in modo così intenso, totale, non raramente sconvolgente, potrei addirittura dirlo al di là del bene e del male, categorie che sono alla fin fine così personali da rendere impossibile un discrimine sicuro tra ciò che è assoluto e ciò che è relativo a me. Di fronte al dolore, dentro al dolore, vale l’assunto che è indimostrabile, ma seriamente ipotizzabile; assioma crudele del nostro vivere: io sono misura del mio male; lo proietto; l’immagine che ho proiettato mi rimbalza addosso come legge – naturale e/o divina; impasto i miei giorni con questo distillato. Creo Dio, e Dio mi crea. Investo il mondo del mio dolore – non posso fare altro, è terribile – e il mondo mi appare come dialettica del dolore. Diventa cieco alle cause, fa diventare il sintomo affatto indipendente: da sin-tomo diventa addirittura a-tomo, indivisibile dal mondo, dalla vita – se ne impregna la natura, se ne impregna il mio Dio. Ma – dovrebbe esser chiaro – il dolore è un sintomo, come la febbre, come la diarrea. Febbre e diarrea non scuotono però tutto il mio essere con la stessa intensità. Impossibile discutere teologicamente di febbre e diarrea. Impossibile un Salvatore che venga a offrirci la sua febbre e la sua diarrea per salvare l’intera umanità dalla febbre e dalla diarrea, per dare almeno un senso di salvezza ulteriore nell’accettazione della febbre e della diarrea.
Unicuique suum, ovviamente. Ma cum grano salis. È quando si prova a strafare che tutto diventa ridicola retorica.

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