L’intelligenza…

  

“Идите, идите ио леcтницe, кoтoрая наз- cя цивилизацией, nporpeccoм, кулbтурой, нo куда идти? Право не энаю.” “Andiamo, andiamo — riflette Čechov — su per la scala cosiddetta del progresso, della civiltà e della cultura. Ma dove si va? Io davvero non lo so.” Questa riflessione dello scrittore russo, nella sua lineare chiarezza, mostra come la cultura contemporanea continuamente perda pezzi: forfora di saperi, cumuli di isole resi quasi inservibili, ché mancano i ponti, collante per tentare di tenerli assieme; è smemorata la cultura contemporanea, non ricorda, utilizza il tempo per il tempo, come fosse un luogo orizzontale, una freccia scagliata per dritto, e non scava a fondo, non mette radici e non sfrutta quelle del passato. O, comunque, crea con questi legami così flebili da risultare inefficaci e vani. I miti antichi, i cosiddetti classici, sono importantissimi per la nostra psiche, la psiche di noi uomini contemporanei. Ma quasi più nessuno legge di mitologia, né prova a recuperare i saperi perduti: non c’è tempo — si dice. E lo si dice con tanta superficialità e convinzione come se si sapesse davvero cos’è il tempo, come se fosse semplice rendersi conto di cosa si parla quando ci si riferisce al tempo.

“Mηϰέτι πάπταινε πóρσιoν”, ammoniva Pindaro, “non guardare troppo lontano”, proiettato troppo nel futuro; ma nessuno è più capace di fermarsi per far sedimentare il sapere. L’intelligenza, soprattutto nell’era del web, è velocità, rapidità, concretezza. La lentezza è vista come uno spreco di risorse, non è moderna. Un lusso che nessuno può più permettersi. Solo che si spaccia — con efficacia, visti i risultati — si spaccia, dicevo, per intelligenza un surrogato di essa: proiettiamo sull’individuo, sul singolo, un concetto che di per sé non può essere singolare; decliniamo un concetto collettivo in modo soggettivo, personale, individualista. E ristretto. L’intelligenza, per come l’intendiamo, è capacità di comprendere, di prendere decisioni, è efficacia: nella contemporaneità è talmente staccata dalla cultura a cui apparteniamo che può anche diventare artificiale, può essere gestita attraverso una serie più o meno complessa di algoritmi numerici.

Ma l’intelligenza che conta, quella che incide profondamente nel sistema organizzativo, consolidandone l’identità, quella che aiuta a capire è sempre un’intelligenza collettiva. È l’intelligenza collettiva che spinge al progresso, perché è capacità di leggere il passato attraverso strumenti che sono di tutti e sono condivisi: il linguaggio, la scienza, l’arte, la storia, la religione, in una parola la cultura. 

E — e questo è, se volete, l’aspetto più inquietante — più le società perdono gli strumenti di comprensione, di codifica delle cose, più il sistema tende a rifiutare le origini e a proiettarsi in un futuro snello, veloce, sbiadito tra le maglie del web, più vanno a dissolversi i saperi, più il sistema culturale diventa inutile e più si immagina che l’intelligenza sia qualcosa di infuso dall’alto, dote innata che brilla, solitaria, in un grigiore che tutti accomuna. E questa visione, di per sé, conduce, inevitabilmente, all’impossibilità di progettare il futuro, di fare dell’intelligenza collettiva il punto di partenza di qualsiasi cosa. “If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants”, scriveva Newton a Hooke, “Se ho visto più lontano, ho potuto farlo stando in piedi sulle spalle di giganti”, sfruttandone, appunto, le conoscenze, i pensieri. Studiandoli.

Insomma, e qui chiudo, l’intelligenza — a dirla con una massima — non è un sapere autoreferenziale, spirale che collassa in un punto, ma è sapere condiviso, assieme agli altri. Non è la velocità del tempo, il lampo dell’intuizione, scintilla viva nel buio, non è l’eccezione del genio solitario, ma è il sentimento del tempo.

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clamoroso…

“Clamoroso”, è questo l’aggettivo più usato per definire il verdetto che, finalmente, mette fine alla complicata vicenda giudiziaria, durata otto anni, per l’omicidio di Meredith. Complicata, dicevo, ché fin da subito si è cercato di provare la colpevolezza degli imputati, mortificandoli all’opinione pubblica, a fronte di una inconsistenza della prove a loro carico.
Sono immensamente felice che la stessa magistratura che mi ha condannato ingiustamente mi ha restituito oggi la libertà e la dignità”, ha dichiarato Raffaele Sollecito ed è giusto che sia così, visto che il ragazzo e la Kercher si sono visti rubare anni di vita per il solo fatto che il p.m. s’era ostinato a credere non potessero non essere colpevoli. Un castello di carte per tener su prove che a malapena riuscivano a starsene in piedi da sole, zoppe tesi preconcette, inutili ingiurie. Clamoroso semmai è che si siano spese tante energie per sostenere tanto vuoto; per dire, neanche si è riusciti a dimostrare che i due, quella sera, fossero sul luogo del delitto.

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Sinonimi

  


panacèa / panaˈtʃɛa/


[vc. dotta, lat. panacēa(m), dal gr. panákeiapropr. ‘che cura tutti i mali’, comp. di pân ‘tutto’ (V. pan-) e akêisthai ‘curare, guarire’  1483]
s. f.
 rimedio che guarisce tutti i mali o (fig.) risolve tutti i problemi: un tempo certe erbe erano considerate panaceecredono d’aver trovato una panacea per sanare la crisi dell’economia SIN. cassazione

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Strunzen!

  

A spanne: da una parte ci sono quelli che trovano divertente il titolo odierno de Il Giornale e dall’altra parte ci sono le persone normali.

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sulla pena di morte…

Memoria di Magritte

La pena di morte (parlare di pena per la morte inflitta è cosa a dir poco agghiacciante: il disagio è di chi la infligge semmai) non può essere messa ai voti, né fatta oggetto di sondaggi. Il suo rigetto, una volta che lo si sia pronunciato – e in Italia, per fortuna, è così – dev’essere un tabù; una proibizione irrevocabile, permanente e assoluta. Andare di volta in volta a far sondaggi su tale argomento è un modo subdolo, ingannevole travestimento democratico, di considerare il rifiuto di una barbarie condizionabile e relativo, ribassandone il rango a opzioni pratiche e di convenienza.
A dar retta ai sondaggi si rischia di cadere nella demagogia. Nel caso dei sondaggi sulla pena di morte, è più che un rischio. Nella Commedia di Dante, alle anime dannate è fatto divieto di nominare Dio come un dappiù di pena. Ecco, mi sembra di poter dire che questo limite abbia di mira esattamente i sondaggi sulla pena di morte.

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[…]

Joel Peter Witkin 01

Tutto s’è previsto tranne che i prodotti della terra, spontanei o coltivati, venissero contaminati per colpa dell’intelligenza — se tale può ancora dirsi — dell’uomo.
Nei fatti, adesso è così: immersi nel contaminato che ci fa vivere, ammalare e morire, senza che si possa evitare di ingerirlo. Da un lato la impotente consapevolezza, dall’altro il mondo intero che consuma alla cieca, indifferente a qualsivoglia avvertimento.

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Le mani della morte.

Eutanasia

Partiamo da un dato: il 92% degli italiani – lo dicono i sondaggi – ritiene sia necessario superare l’attuale normativa repressiva sul fine vita. Altro dato, questo certo, è che in Italia l’eutanasia è reato. Poco male ché, come tutto ciò che in Italia è illegale, c’è la possibilità di accedere ad un’apposita offerta sottobanco, pietosamente ipocrita, dunque umana. Offerta che ti viene dalla stessa illegalità, perché la richiesta sia evasa, ma evasa nel più nero dei reati. Va così: ti vien data l’opportunità di commettere il crimine, vedi che si voltano tutti dall’altra parte per fartelo commettere? ti si riconosce questa libertà; sei pregato però di considerarlo un diritto che non hai, se non scippandolo, appunto, alla legalità. Poco importa che la pietà che chiedi è concessa agli animali, a un gattino, un cane o, chessò, a un cavallo: sei un grommo di dolore e impotenza? Vuoi porre fine alla sofferenza dei tuoi giorni? Se chiedi questo tipo di pietà, sulla carta sei uno schifoso vile, un nemico dei valori, un fattore di disgregazione sociale, pecora nera da scansare, cattivo esempio da stigmatizzare. Ti è concessa l’ipocrisia di una scelta non ufficiale, silenziosa, omertosa. Ma è una concessione, attento, non un diritto.
Eppure, in tanto rigido agire, c’è identità di arbitrio: se non puoi arrogarti il potere di morte per il bambino, non dovresti arrogartelo neanche per il gatto. Approfitti solo di un’indifferenza del diritto dell’uso senza considerare che, in fondo, è un arbitrio del potere di vita quando si strappa alla morte un bambino che sarà costretto poi a vivere il resto dei suoi giorni fracassato. Niente. Resta solo la pietà ipocrita: la complicità di un medico, la solitudine della scelta, lo strazio e il rimorso schifoso e intimamente vergognoso dei parenti.
Le mani della morte. Quando la guerra si faceva col cavallo, quasi sempre era compito del cavaliere dare il colpo di grazia (questa parola è gonfia del senso di grazia, graziato è chi la dà) al puledro ferito e rantolante. Così come in guerra è l’amico che finisce il commilitone che chiede e implora l’unica grazia, l’unico atto pietoso che può avere bisogno. In quel frangente, se l’amico si mettesse a pensare sulla opportunità del gesto, sulla morale del suo agire, senza considerare il dolore ma anzi lasciandolo inferocire, senza soccorsi in vista, sarebbe uno scrupolosa disonesto, un amorevole carnefice.
Lascio fuori del discorso, perché non merita nemmanco di entrarci, l’Eutanasia di Stato, come quella praticata nel Terzo Reich contro i pazzi e i malformati, nient’altro che un carico d’infamia in più in un infame monolite di Stato. Cerco invece di comprendere l’eutanasia privata, prova crudele dell’uomo, difficilissima da giudicare, formidabile miscela di casi dove non c’è un punto di bene che non sia imbrattato di male, né un punto di male che non sia screziato di bene. E, si badi, non vale dire – no non si può dire – che non bisogna o non si vorrà mai fare questo. Viene un momento in cui tutto quello che si è detto ammutolisce di colpo difronte a quel che viene a capitarci. La negazione, anche convinta e ferma, di interventi straordinari vale solo finché tutto è possibilmente normale. Ci sono dolori che possono calmare soltanto dosi eccessive, sì da risultare mortali, di stupefacenti. Chi le prende per sé o per un suo caro, ha cento e più ragioni di chi glieli nega. E le ragioni di quest’ultimo sono, il più delle volte, ragioni confessionali, non negoziabili e dunque ottuse: le chiamano di coscienza per giustificare il rifiuto di concedere una grazia. Logiche confessionali che, manco a dirlo, coincidono, attualmente, con quelle dello Stato perché – dicono legislatore e monsignore – non è una questione di fede ma riguarda il diritto fondamentale della vita umana che – continuano a cantilenare – è diritto indisponibile.
La legge, che dovrebbe riguardare esclusivamente la professionalità medica, andrebbe a regolare un atto che un soffio separa dal crimine, un soffio che vale una voragine, ma non è che un soffio. E invece, ipocritamente, si preferisce, alla legalità, concedere, contro i numeri dei sondaggi, il perdono ché permette al pastore di regolare la tua di posizione nel gregge: tu sei di loro o puoi essere dei loro. Altra scelta non ti è concessa. Se non l’illegalità.

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jobs act…

  

Era il 22 dicembre del 1947, la Costituzione della Repubblica abolì la pena di morte. Da allora, insensibili, continuiamo freneticamente e fuori legge ad applicarla (la gente neppure più si volta) verso la lingua italiana.
Ogni sostituzione di parola italiana con espressioni (più o meno) anglofone — da una nuova insegna di bottega, giù giù per indicazioni, contratti o leggi del parlamento — sono scariche di spietati plotoni d’esecuzione assassini.

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(…)

Erano lì, e per un attimo si sono inchiodati gli occhi addosso: un uomo e una donna alla fermata del bus. Lei scendendo la scaletta, lui salendola, in senso opposto per la stessa porta. L’uno difronte all’altra, lei si prende lui e lui si porta dentro lei, per un lunghissimo istante. Lui incapace di fermarsi; lei impossibilitata ad aspettarlo. Lui a nuotare nel suo “troppo tardi”, lei a volare nel suo “mai più”. Inchiodandogli per sempre gli occhi. Negli occhi di lui, nel via vai del caos cittadino.

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Un sentito e caloroso sciù, pigliateve scuorno! ai senzadio e ai ricchioni che portano la catena al collo senza manco un santino appeso, esteso in un abbraccio circolare ai laicisti che areto mettono su il musso e si fanno pure il risolino (omm-e-lota fa’ ‘sto risolino in faccia ‘sto cazzo!), unitamente a chi vuole il male di questa bella e splentita città che si accalda e s’illumina come lampadine elettriche: s’è ripetuto il miracolo di San Gennaro davanti a Sua Santità, il tanto bello e caro Papà Francesco.
In una cornice primaverile pittata dal più grande artista di tutti i tempi, nell’ampollina gelosamente custodita in Duomo a via Foria, il sangue del più martire dei martiri, nostra Grazia e protettore tanto caro e tanto bello, s’è disciolto al cospetto di Bergoglio, sotto l’occhio vigile delle più sofisticate telecamere di tutto il mondo. Il popolo lì riunito ha avuto un sussulto di devozione, tutta la pianta urbana s’è chinata in un pianto commosso: a qualche Ciruzzo sarà di certo girata la capa, la testa, ecco; a qualche Samantha e a qualche Debora-senza-l’acca saranno venuti i brividi di freddo per tutto il corpo nonostante il sole caldo e lucente; con il piacere di molte zoccole e sureci vecchi, le condutture secche di acqua e maleodoranti come la corruzione (cit) si so’ esondate di autentica felicità. Al cospetto di un Papa, s’è squagliato — il Sangue Santo del Martire bello s’è squagliato —  e come minimo vuol dire che la prossima volta ci facciamo il culo a tarallo alla Juve. Viva viva san Gennaro, Faccia Verde facce ‘a grazia! 

Molta gente, un vero successo! Pure le parenti del Santo se so’ comportate bene ché alla televisione si vedeva che erano composte, attente, commosse. Bello, bellissimo: tutto era bello! Avreste dovuto esserci per assaporare l’aria, il sentimento di gioia e di allegria mista a vera fede che si sentiva tutto tra quella folla gioiosa. Noi che c’eravamo siamo rimasti entusiasti: felici di partecipare a un evento tra i più misteriosi e straordinari di sempre! Cose notevoli: per dire, Vicienzo ‘o pescatore ha avuto un mancamento, tant’era la commozione, e da una tasca del giubbino gli è caduta una stecca intera di sigarette di contrabbando. Ma più di tutto — un bel colpo da maestro, da primadonna scavata e sfacciata, sia detto con rispetto parlando —  più di tutto, dicevo, c’è piaciuto il fatto che il più Santo dei Santi ha voluto rimarcare la sua superiorità, il suo puntiglio alto e fermo e pure davanti  a Sua Santità ha fatto ‘o tuosto ché non tutto s’è sciolto il sangue, “ma solo a metà” — hanno fatto sapere dal palco. A quell’annuncio ci è venuto un brivido, ecco, un brivido come e quando segnava Maradona al Sanpaolo. Viva il Papa, viva Sepe, viva Napoli, viva San Gennaro.

P.S. Nell’inviarvi questa dettagliatissima corrispondenza, gentile direzione de Il Mattino, faccio presente che, se non la pubblicate in prima pagina, vengo a schiattare le ruote delle macchine di tutti i redattori sotto la sede del giornale.

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