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– da “Ricordi dal sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij

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Vocabolario seo

Non c’è niente di cui abbiamo più bisogno. Ridare un nome alle cose. Daccapo, rinominarle come quando per un’amnesia collettiva arriva un estraneo e attacca le etichette alle cose, a battezzarle: tavolo, penna, fogli, sedia. Oh, sentite qua: se-dia. Serve a riposarvi. Cos’è questo? Un libro. Ah, sì. Ricordate? Un libro, un libro. Sapete cos’è, no? A cosa serve? Bene, passiamo alla forchetta.
E noi? Noi sappiamo di cosa parliamo quando parliamo di amore? Di dolore? E del rispetto? Il ricordo? Il tempo, il silenzio? La mancanza? Il rimorso? Avete da qualche parte appiccicata un’etichetta, un post-it, che vi ricordi cosa sono?

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Privilegi

La lotta ai privilegi da una pista da sci ha la stessa credibilità della lotta all’obesità durante il cenone di Capodanno…

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La cecità di Borges…

In un’intervista, Borges sintetizzò con poche semplici parole la sua cecità. Non c’è nessuno allo specchio

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Le colpe…

Michela Murgia, da Accabadora

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il 25 Aprile

Mussolini macerata

A furia di ripetere l’ovvio si è finiti per considerarlo scontato e banale; le carte poi so’ state tutte rimescolate, e alcune anche truccate, dalla pervasiva, insistente, annosa campagna di revisionismo storico che ha accompagnato gli anni di Berlusconi giù giù fino ai nostri giorni. L’espediente retorico di rendere omaggio alla voce dei vinti ha finito per trasformare, pian piano, i lupi in agnelli, e la minoranza di ragazzi generosi e coraggiosi che, sebbene cresciuti dentro un regime ottuso e razzista, presero la via dei monti, nel distorto racconto revisionista viene spacciata per un potere soverchiante e opportunista; e quella generosità e quel coraggio finiscono per essere ancora più sminuiti (se non strumentalizzati) da goliardate che somigliano molto alla sopraffazione gratuita, alla irrisione vigliacca se non alla vendetta oltre la vendetta.
Ecco, anche per tutto questo diventa ogni anno sempre più importante, sempre più giusto, sempre più emozionante, festeggiare il 25 Aprile e il suo significato storico.

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ohibò, ohibò…

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Caro Luigi, ti scrivo per aggiornarti sullo svolgimento dell’incarico che mi hai conferito”. Attacca così il lavoro del professore Giacinto della Cananea sulla compatibilità fra il programma del Movimento e quelli di Pd e Lega. A spulciarselo per bene da cima a fondo, manca – ohibò, ohibò… – il reddito di cittadinanza ché, secondo l’interpretazione corrente, quello proposto in campagna elettorale non era un reddito di cittadinanza, ma un normale sussidio temporaneo ai disoccupati, sebbene rafforzato rispetto a quello esistente.
Perché – uno malizioso come me si chiede – l’hanno chiamato allora reddito di cittadinanza pur sapendo che non era un reddito di cittadinanza? Sarà forse che da quelle parti coltivano il gusto della contraddizione? Sentite questa. Il costituzionalista – ohibò, ohibò… – Danilo Toninelli proprio ieri ha detto «sì alla flat tax purché sia progressiva». Ecco, la flat tax per definizione non è progressiva: se è progressiva non è una flat tax. Un politico – e che politico! – che dice sì alla flat tax purché progressiva è come l’avventore di un bar che chiede al barista un bicchiere di acqua liscia con le bollicine… giusto per inquadrare meglio la cazzata. Metti poi che il Toninelli di cui sopra si occuperà di legge elettorale, non sarà affatto impossibile sentirgli proporre un proporzionale purché maggioritario, o un doppio turno purché unico. Cose di questo genere, insomma.
Da quelle parti, comunque, il gusto della contraddizione si è spinto ben oltre anche in passato, se si pensa che hanno detto sì ai vaccini purché non siano obbligatori, o sì alla Russia purché si continui a restare con la Nato, no a un Governo con Berlusconi e sì a un appoggio esterno di Berlusconi a un loro Governo e anche sì all’uscita dall’euro purché si resti nell’euro. Come dite? Sarà il caso di non prenderli sul serio? Beh, occorre andarci piano però, ché altrimenti si rischia di venir bollati per quelli che non capiscono il popolo, per amici degli amici del PDmenoElle, etc etc. Tocca sforzarsi di capirne la logica. Però – ohibò, ohibò… –, cazzo, che fatica capire Toninelli!

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A riguardare il discorsetto di sette secondi con il quale Berlusconi ha distrutto gli ultimi sette mesi di lavoro del centrodestra, ci si intravede, con efficacia esemplare e dunque emozionante, tutta la parabola berlusconiana: l’assottigliarsi inesorabile della quantità, delle dimensioni, della circonferenza del potere e dell’avere (e dunque dell’essere) di un ex mattatore che spariglia le carte e la butta in caciara pur di non arrendersi, pur di non dover ammettere la sconfitta: incapace di darsi per vinto, incapace di fare i conti con la realtà delle cose.
Al visto e rivisto tocca affiancare poi l’immaginazione. E il Salvini che in pubblico finge disinvoltura, lo si immagina qui, dietro le quinte, nero di rabbia contro il destino assurdo e beffardo che lo ha voluto legare, nel punto più alto della sua parabola politica, al viale del tramonto del vecchio satrapo. Si immagina, anche, l’imbarazzo del codazzo a libro paga ancora disponibile a testimoniare solidarietà e comprensione all’ex cavaliere; in cuor loro a masticar veleno, “ma tu guarda ‘sto rintronato che ha detto”, ma tutti intorno a dirgli, affettuosi, sornioni: “presidente che stile, che trovata”. Poveri cristi! Che brutto mestiere dev’essere il loro. Perché da un po’ di tempo, converrete, la fatica di essere Berlusconi è niente in confronto all’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

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il garantismo de Il Fatto Quotidiano…

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A leggere tra le righe, pare che anche il Fatto quotidiano, ora, abbia scoperto le virtù del garantismo. Del che, ovviamente, non si può che esserne felici. Certo, è un garantismo, come dire, a senso unico, riservato per quelli del M5s, ma è pur sempre un inizio. Accontentiamoci.
I fatti: Andrea Greco, il candidato governatore grillino alle regionali del Molise del 22 aprile prossimo, è finito al centro della polemica per via di un suo zio – parente acquisito, peraltro – affiliato alla Camorra, ospitato a inizio anni 80, quando era latitante, proprio in casa del padre di Greco, Tommaso, il quale rimarrà poi ferito a causa di un colpo esploso dalla polizia nel corso di un controllo nel 1982. Il Greco – sia detto per inciso – all’epoca dei fatti non era ancora nato, ché, documenti alla mano, è nato nel 1985. Cosa che il Fatto mette giustamente in luce: “Cosa c’entra” Greco, si chiede Vincenzo Iurillo, “con le malefatte di uno zio che non ha nemmeno fatto in tempo a conoscere?”. Oh, bene! Anzi, benissimo! Giusto un appunto: 15 febbraio scorso, a proposito dell’economista Pietro Navarra – inserito da Renzi nelle liste del Pd in Sicilia in vista delle politiche del 4 marzo e nato dieci anni dopo la morte di suo zio Michele, storico boss dei Corleonesi – Travaglio così scriveva: “Quelli che fanno battaglie antimafia in Sicilia rischiando la pelle e si ritrovano in lista il rettore dell’università di Messina Pietro Navarra, nipote del patriarca del clan dei Corleonesi Michele Navarra”. Come dite? Due pesi e due misure? Chissà, forse – e sottolineo forse – Travaglio e i suoi scagnozzi hanno a cuore gli elettori del Pd più di quelli del M5s.

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Vicepresidente del Senato…

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Che meraviglia sei diventato senatore
e mo’ te senti il più gran signore
lasci interviste e fai il politico sapiente
per me sei poco più de gnente.



Paola Taverna, Vicepresidente del Senato

Io questa Paola Taverna la conosco. E la conoscete anche voi. L’abbiamo vista dietro il bancone di una pescheria. In fila all’ufficio postale. Alla cassa di un supermercato. La segretaria del poliambulatorio sotto casa. Paola Taverna, l’Anna Magnani der Parlamento, è una di noi. La parola casta è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario (mo’ te senti il più gran signore) alieno alla brava gente che lavora, quasi un corpuscolo di invasori. Isolati, facilmente identificabili. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante, incessante passaggio di consegne. Taverna, con l’umiltà che le viene dall’ignoranza, s’è messa a studiare la Costituzione e adesso è vicepresidente del Senato. Taverna è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici alla Taverna, per il semplice fatto che sono identici a Paola Taverna anche adesso. Non si cambia un Paese se non cambia il suo popolo, non migliora un Paese se non migliorano le persone, la loro cultura, le loro ambizioni.
Il mito della democrazia diretta non mi cattura perché non tiene conto di un fondamentale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono le tante Paola Taverna, eleggeranno in eterno Paola Taverna.

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