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Il rito del già visto…

C’è una strana liturgia che si ripete ogni anno, puntuale come il caldo che arriva prima del calendario. Si chiama esame di maturità, ma di maturo, a guardarlo bene, conserva giusto l’imbarazzo.
Per mesi – a volte per anni – i due docenti interni spiegano, insistono, correggono, interrogano. Si affaccendano tra registri elettronici e facce stanche, tra verifiche scritte e orali che già dicono tutto. Misurano, pesano, sbagliano e correggono. Fanno il loro mestiere: insegnano e valutano.
Poi arriva giugno. E improvvisamente quel lavoro lungo, paziente, quotidiano, viene compresso. Come un file zippato male. Un anno, o cinque, ridotto a un numero. Un voto che pretende di essere sintesi, quando è solo riassunto frettoloso.
Passano due settimane. Le stesse persone. Le stesse domande. Le stesse risposte, a volte perfino le stesse battute. Si finge che qualcosa sia cambiato, ma è solo il tavolo ad avere una tovaglia diversa.
E lì accade il piccolo miracolo burocratico: chi sapeva, continua a sapere. Chi arrancava, arranca con maggiore ansia. Nessuna rivelazione, nessuna epifania. Solo la messinscena dell’importante, che serve più a chi guarda che a chi sostiene. L’esame di maturità è questo: una replica generale spacciata per debutto. Un rito che rassicura l’istituzione e lascia indifferente la realtà. Un passaggio simbolico che non misura il percorso, ma lo ignora elegantemente per celebrare il finale. Forse non è inutile per chi ha bisogno di chiudere un cerchio. Ma per chi ha vissuto ogni giorno di quel cerchio, è solo un déjà-vu con la cravatta.
E alla fine, mentre si applaudono i risultati, resta una domanda sottile, quasi educata: se la maturità è un processo, perché continuiamo a fingere che basti un pomeriggio per certificarla?
Boh!
Forse è solo un’altra tradizione a cui abbiamo smesso di fare domande, per non rischiare di doverle cambiare davvero.

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C’è una differenza che molti fingono di non vedere, forse perché nominarla costringerebbe a togliersi di mezzo.
È la differenza tra sapere e saper insegnare.
La prima è una forma di quiete: si accumula, si protegge, si amministra.
La seconda è un gesto: espone, consuma, prende posizione.
Insegnare non viene da un vago “trasmettere”. Viene da insignire: segnare dentro, imprimere, lasciare un marchio.
Non un ornamento, non una spiegazione ben riuscita, ma un’incisione.
Qualcosa che resta anche quando la voce si spegne.
Il sapere può rimanere intatto per tutta una vita senza mai farsi incontro. L’insegnamento no: o lascia un segno, o è solo occupazione del tempo.
Per questo non basta sapere.
Non è mai bastato.
Eppure c’è chi entra in aula armato di conoscenze e convinto che bastino.
Si limita a esporle, a leggerle, a vegliarle come reliquie.
Il testo fa il suo corso, la lezione procede senza scosse, senza attriti.
Nulla viene toccato abbastanza da potersi rompere. Il segno non arriva. Perché insignire richiede di scegliere, non di elencare. Richiede di rischiare una deformazione, un fraintendimento, persino un rifiuto. Richiede presenza.
Ci sono lezioni corrette che non insegnano nulla. Sono pulite, ordinate, ineccepibili.
E proprio per questo non lasciano traccia.
Non feriscono, non interrogano, non chiamano. Poi, come da copione, si pretende.
Si chiede profondità dove non c’è stata incisione.
Si misura ciò che non è mai stato affidato.
Come se il segno fosse un dovere dello studente e non una responsabilità di chi insegna.
Forse il vero equivoco è credere che insignire significhi decorare.
In realtà significa esporsi.
Lasciare qualcosa di sé nel passaggio, assumersene il peso. Perché il sapere che non viene insignito resta intatto.
E ciò che resta intatto, quasi sempre, resta anche inutile. Scivola via, educato, silenzioso.
E nessuno, a distanza di tempo, saprà dire chi glielo abbia mai insegnato.

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Il mare prima dell’insurrezione…

Chi tene ‘o mare
‘O sape ca è fesso e cuntento
Chi tene ‘o mare ‘o ssaje
Nun tene niente

P. Daniele, Chi tene ‘o mare

Il mare, a Napoli, non è mai un fondale. È un parente stretto. Uno di quelli che ti crescono addosso senza chiederti il permesso.
Ti educa prima ancora di parlare: ti insegna a stare a galla, a spingere l’acqua con le braccia, a non avere paura del sale che brucia negli occhi. Ti prende i tuffi, li registra come un archivista paziente, e poi ti restituisce alla luce, ogni volta, con una specie di indulgenza.
Il mare è stato un tutore severo ma giusto. Ha dato lezioni pratiche: il dolore improvviso della tracina sotto il piede, il morso chiuso della murena come una parentesi che non sai riaprire. Esperimenti sul corpo, senza teoria. Poi qualcosa si è incrinato. Il mare ha cominciato a portare addosso un peso che non gli avevamo mai visto. Non più solo sale e alghe, ma nomi senza voce. Corpi che il fondale accarezza fino a disfarsi, come se anche l’acqua avesse imparato a consumare invece che custodire. Bambini, donne.
La superficie, oggi, è anche un lenzuolo steso troppo in fretta.
Da lontano sembra una pianura: liscia, quasi docile. Sotto, invece, è una catena montuosa che non chiede permesso. Abissi che tengono memoria di quando il mare ha spinto la terra verso l’alto, le ha regalato le montagne come confini improvvisati con il cielo. Ogni tanto pare ricordarsene. E si pente. Si pente di avere lasciato fossili, conchiglie, coralli incastonati nelle rocce come promesse mantenute a metà. Allora torna a riprendersi tutto. Si solleva, si organizza, schiera le onde come eserciti mal convinti ma determinati. Contro le terre emerse. Contro di noi.
Surriscaldato, monta il livello come un atleta prima dello scatto: petto in fuori, respiro trattenuto. Poi espelle tutto insieme. Senza misura. Senza distinzione.
Il mare, adesso, somiglia a una folla raccolta in piazza un’ora prima dell’insurrezione. Non ha ancora lanciato niente, ma lo senti: il brusio, la tensione, quel silenzio sbagliato che viene prima del primo colpo. E noi, che siamo cresciuti con i piedi nell’acqua, continuiamo a chiamarlo casa.
Anche quando non sappiamo più se sta per abbracciarci o travolgerci.

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Dalla parte delle crepe…

C’è sempre qualcuno che resta in ginocchio, non per devozione ma per necessità. Qualcuno che guarda il mondo da una fessura, come si guardano le cose proibite o quelle che fanno troppo rumore per essere affrontate a viso aperto. Le risate degli altri arrivano smussate, deformate dal legno, dal muro, dalla distanza. Non fanno male perché sono cattive: fanno male perché sono altrove. Quel qualcuno non chiede di essere protagonista. Chiede soltanto di non essere il bersaglio. Vorrebbe entrare nella stanza senza dover spiegare il motivo della propria presenza, senza temere che ogni parola diventi una prova a carico. Vorrebbe parlare ad alta voce, sì, ma con la stessa leggerezza con cui si respira. Invece ascolta. Ascolta sempre. Allena l’orecchio come si allena un muscolo destinato alla fuga.
C’è una dignità strana in questo stare nascosti. Una forma di lucidità che nasce dal margine. Chi osserva da lontano vede meglio: coglie gli inciampi del bene, il suo procedere goffo, quasi timido, nelle penombre. Vede anche il male, che non ha bisogno di maschere perché spesso coincide con la normalità delle cose, con il loro andare dritto senza chiedere permesso. Siamo sani, ci diciamo. Eppure non innocenti. Protetti da serrature che non abbiamo più il coraggio di forzare, perché ci tengono al sicuro tanto quanto ci tengono fuori. Le crepe restano strette, le assi al loro posto. Non per mancanza di forza, ma per eccesso di consapevolezza. Sapere cosa c’è oltre, a volte, è già una condanna sufficiente.
E così restiamo qui: osservati senza essere visti, invidiati senza essere compresi, odiati come si odia ciò che ricorda una mancanza. Intanto il bene ci spia, zoppicando, da qualche angolo mal illuminato. Non osa avvicinarsi del tutto. Forse aspetta che siamo noi, per una volta, ad aprire la porta. Anche solo di un millimetro.

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Il mare dove finiscono le frasi non dette…

C’è stato un periodo in cui avevo paura del mare. Non di quello delle cartoline, azzurro e rassicurante, ma di quello vero, quello che non finisce mai e che non ti promette niente. Quello dove, se lasci andare una parola, non torna più indietro. Rimane lì, sospesa, o affonda piano, senza fare rumore.
Mi capitava di pensarci spesso, a quel mare. A quanto fosse simile a certi silenzi. A quelle frasi che ti giri in testa per giorni e poi non dici. A quelle che nascono già stanche, come se sapessero in anticipo che nessuno le aspetta davvero. Sulle sue onde si infrangono anche le parole belle, quelle sussurrate, quelle che avrebbero voluto restare. Il rollio le prende, le culla un attimo e poi le lascia andare, storte, svuotate, irriconoscibili.
Non è un mare enorme, in fondo. È piccolo, compatto, ostinato.
Eppure ha una forza strana, educata quasi. Non ti spinge, non ti urla addosso. Ti invita. Con pazienza. Ti dice che puoi fermarti, che puoi smettere di provare, che tanto il movimento delle mani è inutile, che l’insistenza è solo un modo elegante di stancarsi. Ci resti dentro per un po’. All’inizio per qualche ora, poi per giorni interi. Poi ti accorgi che sono mesi che non nuoti più davvero, che stai solo tenendo la testa a galla, con i polsi stretti in corde invisibili. Le stesse mani che un tempo tagliavano l’aria con rabbia, con urgenza, adesso fanno gesti piccoli, cauti, quasi scusandosi.
La cosa più sorprendente è che questo mare non ti insegue.
Non ne ha bisogno.
Sa che, ovunque tu vada, prima o poi ti affaccerai su un foglio bianco. E lui sarà già lì. In silenzio. Con quell’aria da vicino di casa che sembra innocuo, disponibile, sempre pronto a darti un consiglio non richiesto. Uno che sa essere gentile quando serve e feroce quando inciampi.
È un contrabbandiere esperto. Ti vende dubbi spacciandoli per prudenza. Ti offre la resa chiamandola equilibrio.
È il sasso sul sentiero quando stai camminando bene. La corda tesa quando inizi a fidarti. Il chiodo sotto la ruota proprio il giorno in cui avevi deciso di partire.
A volte penso che la nostra città personale sia fatta così: porte chiuse, chiavi dimenticate, strade che sembrano libere e poi si interrompono senza avvisare. E lui è lì, sempre a ricordarti dove hai sbagliato strada, dove avresti potuto fare meglio, dove avresti dovuto fermarti prima.MEppure, nonostante tutto, ogni tanto succede qualcosa. Una frase rimane a galla. Un pensiero non affonda. Una mano, quasi senza accorgersene, torna a muoversi come prima. Non per vincere il mare, non per sfidarlo. Solo per attraversarlo un po’ più in là del solito.
Forse scrivere è questo: non smettere di entrare in acqua anche quando fa paura. Sapendo che il mare resterà maledetto. Ma che, a volte, lo siamo molto di più quando restiamo a riva.

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Appunti come carezze lasciate in anticipo…

Scrivere appunti è un gesto che somiglia molto a una carezza data in anticipo.
Non sai chi la riceverà, non sai quando, forse nemmeno se verrà davvero sentita. Eppure la fai lo stesso. Con attenzione. Con quella cura silenziosa che si riserva alle cose che non chiedono applausi. Quando scrivi appunti non stai semplicemente mettendo in fila delle parole: ti stai prendendo cura di qualcuno che ancora non sta ascoltando. A volte sei tu, più avanti nel tempo, quando avrai dimenticato da dove sei partito e perché certe domande ti sembravano così urgenti. Altre volte è un altro, uno sconosciuto, che inciampa nei tuoi pensieri come si inciampa in una frase sottolineata a matita in un libro trovato per caso. E in quell’istante, senza sapere bene perché, si sente meno solo.
Scrivere appunti è un modo gentile di sistemare i propri pensieri prima che si perdano. È fermarli per un momento, guardarli negli occhi e dire: resta qui, adesso. È togliere il rumore, lasciare spazio all’essenziale, come quando apri una finestra e finalmente l’aria cambia. È dare una forma abitabile a ciò che dentro era solo confuso movimento.
Negli appunti non c’è mai l’urgenza di essere brillanti. C’è piuttosto il desiderio di essere onesti. Di dire le cose come vengono, senza aggiustarle troppo, senza renderle più belle di quello che sono. Perché chi legge — chiunque sia — non cerca una verità definitiva, ma una traccia, un appiglio, un segno che qualcun altro ha attraversato lo stesso punto fragile del cammino.
E poi c’è il dono, che arriva sempre dopo, quasi di nascosto. Perché anche quando scrivi solo per te, stai comunque regalando qualcosa. Stai affidando al tempo un pensiero con la speranza che attecchisca altrove, che fiorisca in modo diverso, che cambi — magari di pochissimo — il modo di guardare il mondo di un’altra persona. Forse è per questo che scrivere appunti è il modo più semplice e completo di dire ti voglio bene.
Non lo dici ad alta voce. Non lo proclami. Lo lasci lì, tra una riga storta e una parola cancellata, come si fa con le cose importanti: senza pretendere nulla, ma con la fiducia che, prima o poi, qualcuno saprà riconoscerle.

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…eravamo felici. Senza saperlo.

C’era un momento preciso, ogni anno, in cui la vita sembrava allentare la presa. Succedeva senza cerimonie: un ultimo suono di campanella, le cartelle abbandonate in un angolo della stanza, e davanti a noi si spalancava un tempo largo, quasi infinito. L’estate non iniziava: si stendeva. Come una promessa che nessuno sentiva il bisogno di mantenere.
Erano giorni lunghi, lenti, costruiti sull’arte nobile dell’ozio. Le biciclette diventavano astronavi senza rotta, partivano da sotto casa e tornavano chissà quando, con le ginocchia sbucciate e il fiato corto, ma il cuore leggero. Non c’era una meta, e proprio per questo ogni strada era giusta. Ogni deviazione un’avventura.
C’erano i primi amori, timidi e goffi, custoditi più negli sguardi che nelle parole. Emozioni enormi per corpi piccoli, capaci di battere il cuore per un nome scritto male su un quaderno o per un incontro rubato sotto il sole del pomeriggio. E poi i gelati: sciolti troppo in fretta, comprati con le monete calde di tasca, sapori che oggi non sappiamo più ritrovare, perché forse erano fatti anche di attesa e di niente.
Si saliva sugli alberi per le albicocche come se fosse una sfida epica. Si giocava per ore sulle scale del palazzo, con il marmo freddo che sapeva di casa e di estate. Le soffitte impolverate erano mondi segreti, rifugi silenziosi dove il tempo sembrava dimenticarsi di noi. Ogni cosa era semplice, e proprio per questo sembrava eterna.
Era una felicità fatta di serenità inconsapevole, di spensieratezza pura. Non aveva bisogno di essere spiegata, né trattenuta. Scorreva. Da grandi, quella leggerezza proviamo a rincorrerla, a ricostruirla con cura, come si fa con qualcosa di fragile che si è rotto. Ma non è la stessa cosa. Perché allora non sapevamo di essere felici. E forse è proprio questo il segreto che abbiamo perduto crescendo. Eravamo piccoli, e ci sembrava di dover crescere per vivere davvero. Non sapevamo che stavamo già vivendo. E che, in quel vivere distratto e luminoso, eravamo felici. Senza saperlo.

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Il calore che resta…

Ci sono ricordi che non tornano per farsi raccontare. Tornano per scaldare. Arrivano senza bussare, come il sole d’estate quando ti sorprende sulla pelle dopo una giornata storta. Non chiedono spazio: lo prendono. E lo riempiono.
Il ricordo dei giorni felici è così. Non è nostalgia, non è rimpianto. È una forma di cura. Una mano poggiata sul petto nei giorni in cui il presente sembra avere solo spigoli.
Io li custodisco come si custodisce un abbraccio. Quello di mio nonno, per esempio. L’odore della sua giacca, che sapeva di talco e tempo. Io seduto su quella sedia, sul balcone, stretto a lui. Non diceva molto, non serviva. Tenermi lì, con sé, era il suo modo di restare nel mondo mentre, piano piano, la vita cominciava a lasciarlo solo. Io non lo sapevo. Lui sì. E per questo stringeva un po’ di più. E poi mia nonna. Silenziosa come sanno essere solo le persone forti. Paziente, presente. Era il mio porto sicuro. Scappavo dalle mie marachelle quotidiane e finivo sempre lì, protetto da uno sguardo che non giudicava, da mani che sapevano aspettare. Non faceva rumore il suo amore. Ma reggeva tutto.
I ricordi sono fatti così: non parlano a voce alta. Hanno un odore, una temperatura, una consistenza. Sanno di estate, di avventure piccole ma immense, di tempi in cui il mondo era più grande perché noi eravamo più piccoli. E tornano nei giorni duri, quelli freddi, per ricordarci che non siamo nati solo per resistere.
Come il sole che scalda l’acqua del mare, anche quando non te ne accorgi, certi ricordi continuano a lavorare dentro di noi. Tengono caldo il cuore. E, a volte, bastano per attraversare il presente senza indurirsi.

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La cartella infinita delle partenze rimandate

C’è una parte della storia che non ho mai scritto. Non perché mancassero le parole, ma perché erano troppe, tutte accalcate nello stesso punto, come passeggeri senza biglietto che fingono indifferenza guardando fuori dal finestrino.
All’inizio, come in ogni racconto che si rispetti, c’era una promessa. Una di quelle pronunciate senza testimoni, che non chiedono fedeltà ma resistenza. Partiremo insieme, dicevamo. Non subito, mai subito. Le partenze migliori sono quelle che si tengono in tasca come un portafortuna, che si sfregano tra le dita nelle notti lunghe, quando il sonno non arriva e la mente si mette a fare l’inventario di tutto ciò che manca.
Ci siamo difesi così, per mesi, forse per anni: progettando fughe come altri progettano case. Con la meticolosità dei vigliacchi intelligenti. Con la fantasia di chi ha capito che desiderare è meno rischioso che restare. E intanto le notti passavano, tenute a bada da una brama confusa, imprecisa, ma ostinata. Un desiderio che non chiedeva più di essere consumato, solo riconosciuto. Che trovava sfogo contro un cuscino umido di rabbia e immaginazione, come se il corpo sapesse prima della testa. Non sapevamo nemmeno come suonasse la nostra voce al mattino, quella voce incrinata che viene fuori prima di ricordarsi chi si è. Eppure ci bastava. Ci bastava non sapere. Non sapere come ci saremmo chiamati, se davvero ci saremmo riconosciuti girandoci all’improvviso, trovandoci a un passo, con la naturalezza delle cose inevitabili.
Perché amarsi in carne ed ossa — l’ho capito tardi — non è un lusso, ma una necessità. Una di quelle che sarebbe opportuno trattare con la stessa serietà con cui si trattano le malattie ereditarie o le scelte irreversibili. Ma io ho sempre avuto un talento particolare per complicare ciò che era già chiaro. Ho detto cose bellissime e poi sono scappato. Mille volte. Ho spinto dove non sapevo perdonare. Ho ferito per paura di restare. E ho continuato a farmi del male come se fosse un’abitudine appresa, non una scelta.
La notte, però, non ha mai smesso di suonare la sua musica. Una musica che il giorno non capisce, che giudica inutile, e che invece contiene tutto ciò che di vero ci è concesso. In quella musica c’era l’unica cosa degna di nota di tutta una vita, e io non ho saputo restare nemmeno per dovere. Nemmeno per gratitudine. Ho amato la strada mentre camminavo. Ho amato una via sconosciuta, al buio. Ho amato l’allontanarmi più di ogni possibile ritorno.
Eppure — ed è qui che la storia comincia davvero — verrò a prenderti. Non a metà strada. Non per risparmiare fatica o dolore. Verrò a prenderti come si corre quando si è già stanchi, quando la saliva si fa amara e il petto si ribella all’aria. Verrò a prenderti fino all’ultima attesa, quella che vale tutte le altre. Ti vedrò prima ancora di vederti. Con un vestito a fiori, leggero e stropicciato, come quelli che si indossano controvoglia. Ti immaginerò appoggiata allo stipite, una mano già pronta alla fuga, le labbra segnate dal nervosismo. E negli occhi — lo so — ci saranno tutti i colori che non ho saputo abitare: il viola del peccato, il verde della realtà mancata, l’azzurro del sonno perduto. E infine i tuoi occhi veri. Quelli della sorpresa, del dubbio, della pazienza. Della follia gentile di chi resta.
Ci terremo la mano come se non fossero le rotaie a guidarci, ma le nostre gambe. Quelle gambe che non si sono mai stancate davvero, solo distratte. Gli altri passeggeri sorrideranno, perché è impossibile non sorridere davanti a due che cercano, goffi e seri, di non perdersi ancora.
Dire tutto questo ad alta voce sarà l’impresa più difficile. Le parole, quando devono diventare carne, tremano. Ma so che, finalmente, potrò liberare le braccia. Una volta sola. Una volta per sempre.
Queste cose — e molte altre — accadranno. Saranno indimenticabili. O almeno così mi piace credere, mentre resto ancora un attimo qui, a guardare ciò che ho appena scritto, come si guarda un posto che si è abitato a lungo.
Però domani c’è lavoro.
E allora ripongo la penna, metto via gli appunti, e aggiungo questi fogli appena scritti nella cartella infinita di un romanzo che non smetterò mai di scrivere.

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C’è un elenco che non si scrive per organizzarsi, ma per respirare.
Un elenco che non chiede permesso, non cerca coerenza, non pretende assoluzioni. È il catalogo segreto delle cose che ci hanno attraversato e di quelle che, ostinate, continuano a bussare.
Confessarsi, ad esempio. Non per essere puliti, ma per essere veri. Tornare a quel silenzio del venerdì pomeriggio, quando la chiesa è vuota e il mondo sembra essersi ritirato di qualche passo. Dire sottovoce non tanto ciò che si è fatto, ma ciò che si è desiderato: l’odio, la vendetta, il rancore coltivato come una pianta che non muore mai. E anche quella colpa minuscola e enorme insieme – un pezzo di cioccolato rubato da bambino – che insegna più di mille prediche quanto pesa una coscienza quando è giovane. Poi partire. Non per fuggire, ma perché a volte il corpo decide prima della testa. Prendere i documenti, una borsa leggera, un’auto lasciata in sosta lunga come una promessa sospesa. Chiedere al banco informazioni qual è il primo volo e accettare la risposta come si accetta un destino momentaneo. Attraversare l’Italia guidando forte, sentire il motore che tiene insieme i pensieri, possedere una moto solo per sapere che esiste, prendere un cane per imparare la fedeltà che non si spiega.
Ci sono gesti piccoli che salvano più dei grandi: dar da mangiare ai gatti randagi, uscire di notte a bere da soli come nei film, imparare a chiedere scusa solo quando serve davvero. E accettare che si possa fare l’amore senza amore, e che non sia sempre una colpa, ma talvolta una forma goffa di sopravvivenza. Dimenticare chi ci ha resi felici non per ingratitudine, ma per poter camminare leggeri. Rivedere chi si è scelto di perdere e scoprire che la mancanza non è più una ferita aperta. Dormire fino a pomeriggio inoltrato, pregare senza vergogna, aprire un libro e trovare il proprio nome stampato grande, come se qualcuno avesse finalmente detto: esisti.
Andare al cinema ogni settimana per tutto l’inverno, bere troppo dopo il lavoro e tornare a casa in metro, stupirsi al mattino di essere entrati nell’appartamento giusto. Desiderare una casa semplice e definitiva: un divano, sedie comode, un garage che si apra da solo quando fa freddo, perché anche il comfort è una forma di pace conquistata.
Tornare a casa dopo mesi e sentire che il pavimento sotto i piedi è ancora tuo. Camminare scalzi sul parquet. Svegliarsi senza desiderare altrove. Guardare indietro e non odiare il ragazzo che si è stati, nemmeno per ciò che non ha avuto il coraggio di fare.
Aspettare Natale per restituire qualcosa: mettere in mano a tuo padre le chiavi di una piccola berlina e dirgli che adesso può smettere di preoccuparsi. Ordinare una pizza a domicilio e lasciare una mancia generosa, magari a New York. Tornare a Singapore e vedere il mercato del pesce alle quattro del mattino, quando la città respira in un altro modo.
Dire “ti amo” senza dover poi chiedere scusa. Fare l’amore spesso, attraversare la strada senza guardare, mangiare solo quando si ha fame. Desiderare, scegliere, rimandare. Tutto, ma senza colpa.
E alla fine, forse, il punto non è fare tutto questo. Il punto è sapere che potresti.
Essere quello che sei, finalmente, e non doverlo spiegare a nessuno.

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