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A ‘sto giro

Partiamo da qui, da una curiosità, da un’anomalia politica: s’è mai visto un politico aprire una crisi di governo dopo una vittoria sugli alleati?
Voglio dire: logica, buonsenso, prassi avrebbero voluto che s’aprisse una crisi se Salvini avesse perso la Tav. Invece? Invece stavolta la crisi s’è aperta subito dopo che Felpa Pig™ ha umiliato ben bene gli alleati. Se affermo quindi che la Tav è una scusa, un pretesto, vi trovo tutti d’accordo, vero?! Una scusa, dico, per arrivare alla crisi prima che si venisse a chiudere la finestra utile per il voto di ottobre, e – qui il punto – prima di dover metter mano alla legge di bilancio, intestandosene le impopolari conseguenze.
La politica è sangue e merda”, usava dire Rino Formica. Mi permetto solo di notare che fin qui s’è vista solo moltissima merda. Il sangue, a ‘sto giro, toccherà mettercelo noi.

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La crisi…

Quelli del Movimento lasciano a Salvini anche l’apertura della crisi, subendo la fine di un Governo che li ha (meritatamente) annientati – politicamente e nei numeri. Un capolavoro politico, non solo del tragicomico Di Maio, ma di un ceto ‘dirigente’ che definire grottesco è assai poco.

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scrivere

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E allora scrivere non è mai solo raccontarsi, ma lasciare che le storie ti vengano a trovare e si mescolino con quello che hai vissuto. Così alla fine non si tratta solo di mettere su carta la propria vita. Ma di riempire quella vita di altre cose, di aggiungere vita ai giorni che hai vissuto.

[Roberto Cotroneo, da Il sogno di scrivere. Utet. pag 21]

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È soltanto un riposo del vento…


Disamistade parla dell’uomo in comunità, in comunità molto stretta, tanto che direi che vive in luoghi dove ci si pestano i piedi. Può essere un piccolissimo paese che però ha il vantaggio di essere circondato dalla natura, dalla campagna; può essere soprattutto un quartiere cittadino di un’intera città dove l’uomo, vivendo a contatto di gomito con il suo simile, lo spia, lo osserva. Il tempo corre, spariglia i destini e le fortune, l’uomo non può fare a meno di guardare il suo simile, di osservarlo, e nel momento stesso in cui il suo simile riesce ad avere più fortuna di lui, non può farne a meno, gli nasce un sentimento che è comune a tutti noi, che è quello dell’invidia. Dall’invidia nasce quella che voi chiamate con un termine bellissimo, un fonema meraviglioso da pronunciare e che corrisponde a una cosa molto brutta: disamistade. È abbastanza curioso come la disamistade, la faida, brutta parola “faida” è piena di “a”, di “i”, e ancora di “a”, è piena di iati, è molto più bella disamistade – credo addirittura che “faida” sia una parola importata dal germanico… Be’, la faida si propone due scopi abbastanza curiosi, tutti e due paradossali. Si propone lo scopo di riportare il tempo alle proprie origini, alle sue origini, come se il tempo ridiventasse immobile, tutto dovesse ricominciare da capo, tutti gli uomini fossero uguali. Un altro obiettivo ha la disamistade, che è quello di uccidere l’ultimo assassino… è quasi impossibile, direi che è assolutamente impossibile. Ci pensò un gruppo di giovani ragazzi che facevano politica in Russia sotto lo zarismo nel 1905. Si chiamavano nichilisti. Il termine nichilismo, come il termine anarchia d’altra parte, sono considerati orribili. In effetti, era un movimento altamente spirituale. Loro interrompevano il cerchio della catena dei delitti suicidandosi dopo avere commesso il delitto. Si ponevano due domande, si chiedevano: è necessario uccidere? Si rispondevano di sì. È necessario uccidere le persone che affamano i propri simili, che li strappano dalle loro famiglie, che li considerano facenti parte delle terre che vendono? Si ponevano un’altra domanda: è giustificabile uccidere? E si rispondevano di no. Come conciliare questo no e questo sì? Dopo aver ucciso la persona in questione, loro si consegnavano direttamente a quella che allora si chiamava Ochrana, la polizia politica, che regolarmente li uccideva; oppure si suicidavano.

La canzone si chiama Disamistade e non ha niente a che vedere con le faide sarde, perché lo spunto mi è stato dato da un oscuro libro, di quelli che si trovano in quelle vecchie librerie ancora gestite da librai veri, e questo libro si chiamava, e si chiama ancora anche se è molto raro, Faide e parentele nella Liguria dell’Ottocento, quindi è presa da una faida ligure.»

[Fabrizio de André, da Anche le parole sono nomadi]

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mi piacciono gli abbracci

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A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l’impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno.

[Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, traduzione di Massimo Bocchiola, Parma, Guanda 2005]

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La sfumatura.

Cameraman: Uè, Tony! Che he fatto ai capelli?
Tony Pisapia: M’hanno consigliato nu shampoo ‘e merda!

– Paolo Sorrentino, da L’uomo in più

Un nome, tutto quello che non supporto ha un nome. Non sopporto la vecchiaia. Le malattie che con essa arrivano. Non sopporto i vecchi. Le loro lamentele. La loro dipendenza. La loro inutilità. Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. I loro racconti ammuffiti. La centralità dei loro racconti. Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere sui bus. Non sopporto il loro disprezzo per le generazioni a venire. Non sopporto le generazioni a venire. I giovani. Non sopporto la loro arroganza. La loro ostentazione di forza. La prosopopea dell’invincibilità eroica dei giovani è patetica. Non supporto i giovani scostumati che mostrano la loro sguaiataggine con fiera audacia e si ostinano a non cedere il posto ai vecchi sui bus. Non sopporto i bulletti. Le loro risate del cazzo, sboccate e inutili. I loro atteggiamenti gradassi, sgraziati. Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Non sopporto i giovanetti a modo. I responsabili e i generosi. Tutto volontariato e preghiera. I fighetti, e chiattille. Tanta educazione, tanta morte e tanto vuoto. Nei loro cuori e soprattutto nelle loro teste. Non sopporto i bambini capricciosi e i loro genitori vanitosi. Non supporto i bambini che piangono e urlano. Quelli silenziosi invece sono inquietanti, e dunque non li supporto. I lavoratori e i disoccupati e la loro ostentazione melliflua e spregiudicata della sfortuna divina che li perseguita. Che divina non è. Solo mancanza di impiego, di volontà, di passione. E come sopportare quelli tutti dediti al comizio facile, alla lotta, alla rivendicazione, che quando parlano si scaldano e sputacchiano saliva in ogni dove e mostrano evidente il loro sudore diffuso sotto le ascelle pelose? E quelli che ti toccano mentre parlano? Impossibile a sopportarli. Non sopporto i manager. E manco sto qui a spiegare il perché. I piccoli borghesi, chiusi a ricco nel loro modo stronzetto. Alla guida della loro vita, la paura. La paura per tutto ciò che non rientra in quel cazzo di guscio. Non sopporto i fidanzati, perché stanno sempre davanti al cazzo, ingombrano. Non sopporto le fidanzate, perché stanno sempre davanti al cazzo, intervengono. Non sopporto quelli di ampie vedute, tolleranti e spregiudicati. Corretti all’inverosimile. Sempre ineccepibili. Sempre perfetti. Lucidi e sfavillanti. Da schifo. Li critichi e loro magari ti ringraziano della critica. Li disprezzi e loro continuano a sorriderti. Insomma, mettono in difficoltà. Perché rifiutano la cattiveria. Quindi, sono da evitare. Non li supporto. Magari sono capaci di chiederti anche “come stai?” e vogliono saperlo veramente. Uno choc. Ma sotto l’interesse disinteressato, da qualche parte, tra quei tizzoni neri della loro anima, covano le braci ardenti d’invidia. Ma non sopporto neanche quelli che sono attenti a non metterti mai in difficoltà. Ubbidienti, rassicuranti, fedeli, puttani. Non sopporto i giocatori di calcio, i nomignoli, gli indecisi, i fumatori, i non fumatori, lo smog e l’aria buona, i rappresentanti di commercio, la pizza al taglio, i cornetti vuoti, i falò, i tagli alla sanità, i parati a fiori, il commercio equo e solidale, Gigi D’Alessio, le canzoni di Gigi D’Alessio, quelli che ascoltano le canzoni di Gigi D’Alessio, il disordine, l’ordine, gli ambientalisti, i neomelodici, il senso civico, i cani, i gatti, le bevande alcoliche, la birra analcolica, le citofonate inaspettate, le telefonate lunghe, quelli che una mela al giorno toglie il medico di torno, coloro che fingono di dimenticare il tuo nome, i professionisti, i compagni di scuola che quando t’incontrano dopo trent’anni continuano a chiamarti per cognome, gli ex comunisti che perdono la testa per la musica brasiliana, i modaioli che dicono figata, i perfettini che dicono carino e stupendo, gli ecumenici che chiamano tutti amore, certe bellezze che ti riempiono di bellezza!, i fortunati che suonano a orecchio, quelli impreparati che prendono trenta-e-lode, i superiori che giudicano, i finti disattenti che fingono di non ascoltare, i finti attenti che fingono di ascoltare, le femministe, i maschilisti, i pendolari, gli artisti, i sottosegretari, i farmacisti, i registi, i politici, gli scarponi da sci, i maestri da sci, gli ingegneri, gli adolescenti, le donne, gli scrittori virtuosi e seriosi, i parenti, i biondi, gli intellettuali, i vip, i mafiosi, i coglioni, gli amanti degli animali, gli stupratori, i pedofili, le meduse, le citazioni, le votazioni, gli assistenti sociali, le cravatte, le risate finte, i provinciali, i collezionisti, i colleghi, i pazienti, il jazz, la pubblicità, i fastfood, le mamme, le zuppe, le puzze, i baciamano, ‘e biutyfarm, i baristi, i batteristi dilettanti, i chitarristi dilettanti, i dilettanti, le piscine con troppo cloro, le piasciate in compagnia, le sigarette, i ladri, le vacanze, le docce negli spogliatoi, le supposte, la musica etnica, la musica rock, i finti rivoluzionari, le telline, i panda, i dinosauri, l’eccesso, le cozze, la congiuntivite, il congiuntivo, le docce con le tende, le voglie, le coliche, i vegetariani, i vegani, i cosmetici, i cantanti lirici, i parigini, i partigiani, i pullover a collo alto, il culo basso, la musica al ristorante, le feste, i compleanni, i meeting, gli inglesismi, i neologismi, i pressappochismi, i figli d’arte, i figli di papà, i figli di puttana, i figli d’altri, gli assessori, i sindaci, i magistrati, i musei, la poesia, i gioiellieri, i panettieri, i puttanieri, i sofisticati, i calzini bianchi, i calzini corti, i calzini corti bianchi, le persone troppo alte, le persone troppo basse, i tacchi a spillo, i peli, il pollo arrosto, le patate lesse, i telefonini, i capelli corti, i portachiavi, i giapponesi, i razzisti, i fancazzisti, i tolleranti, i gregari, le prostitute, le parrucchiere, le creme abbronzanti, le catenine d’oro, i libri prestati, i cuochi in televisione, la fòrmica, il rame, l’ottone, il bambù, la palestra, i modelli, i profilattici, le file allo stadio, il tufo, il tifo, il colera, le tangenziali, i gradini alti, il vomito, il puzzo di vomito, le cicatrici, i critici, i maturi, i battutisti, i socialisti, i controconformisti, i culattoni, i giovani vecchi e i vecchi giovani, i diseredati, i disgraziati, i ricchi, i mocassini, i mandarini, gli antifurti, i salumieri, tutte le persone con gli occhiali da sole, il caldo, l’afa, le mezze stagioni, i radical chic, la radica di noce, i fili che s’attorcigliano, l’antenna della TV, quelli che fischiano, quelli che cantano all’improvviso, i rutti, i peti, i preti, le lampade abbronzanti, i certificati, la sobrietà e l’eccesso, la genericità, la falsità, la responsabilità, la spensieratezza, l’eccitazione, la saggezza, la determinazione, l’autocompiacimento, i critici, i protestanti, i sobillatori, i rottinculo, le coppie lui giovane lei matura e viceversa, tutte le persone col cappello, i cappelli di lana, tutti i cappelli, i guanti, le sciarpe, i risvoltini, i pavesini, i paesini, la pioggia, agosto, la pioggia d’agosto, i tennisti, i raccomandati, i laureati, i licenziati, i mutilati, gli spericolati, gli spiritosi, i facinorosi, i condannati, i diseredati, i conformisti, i macchinisti, i senza tetto, le senzatette, i profumi da tabaccaio, i tabaccai, le serrande, le mutande strette, i calzini rotti, le mutande rotte, le riunioni, i malati, le riunioni di malati, gli infermieri con gli zoccoli (che poi perché cazzo gli infermieri dovrebbero indossare gli zoccoli?), le divise, le mimetiche, le miserie, le spiagge affollate, le spiagge bianche, i mozziconi di sigaretta, i Lions Club, il turismo sessuale, il turismo, quelli che dicono di odiare il turismo ché loro sono viaggiatori, quelli che parlano per esperienza, quelli che ragionano per sentito dire, la carne al sangue, il pesce cotto, i viziati, i rumorosi, gli untuosi, i bruschi, e tutti quelli che socializzano con relativa facilità. Non sopporto la nostalgia, la normalità, la cattiveria, l’iperattività, la bulimia, la gentilezza, la malinconia, l’ alleria, l’intelligenza e la stupidità, la tracotanza, la rassegnazione, ‘o scuorno, l’arroganza, la simpatia, il doppiogiochismo, il cazzochemenfrego, l’abuso di potere, l’inettitudine, la sportività, la bontà d’animo, la religiosità, l’ostentazione, la curiosità e l’indifferenza, la messa in scena, la colpa, la ragione, il minimalismo, il moralismo, l’irresponsabilità, la correttezza, l’aridità, la serietà e la frivolezza, la pomposità, la necessarietà, la necessità, la miseria umana, la compassione, la tetraggine, la testardaggine, la passione, la prevedibilità, l’incoscienza, l’innocenza, l’incoerenza, la rapidità, l’oscurità, la negligenza, la lentezza, la mediocrità, la velocità, l’ineluttabilità, l’esibizionismo, l’entusiasmo, la sciatteria, la virtuosità, la voluttuosità, il professionismo, il decisionismo, l’autoreferenzialità, l’automobilismo, l’autonomia, la dipendenza, l’eleganza e la felicità.
Non sopporto le liste. Le liste, come questa.
Non sopporto niente e nessuno.
Neanche me stesso.
Soprattutto me stesso.
Solo una cosa sopporto.
La sfumatura.

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prendermi le mie licenze…

Io ho sempre fotografato su pellicola usando un solo obiettivo, un grandangolare classico 20 mm. È un obiettivo con cui non ti puoi nascondere, ma devi andare vicino al tuo soggetto, starci davanti mentre lo fotografi, entrarci in relazione. Per fotografare col 20 mm devi essere accettato. L’avevo scelto in senso politico, oltre che per avere sulla carta qualcosa attorno al soggetto, che renda l’ambiente, l’atmosfera, il contesto della storia che racconto. Ai professionisti e ai puristi è un obiettivo che non piace, ma non m’interessa. Come autodidatta sono sempre stato massacrato, ma questo mi ha anche permesso di prendermi le mie licenze.

Antonio Murgeri, fotografo [*]

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apostrofandole non per nome ma per etnia…

È buona memoria ricordare e tramandare che ogni persecuzione cominciò in questo modo, accusando di un episodio singole persone – a torto o a ragione – e apostrofandole non per nome ma per etnia, per di più deformata dal dispregiativo. (Enrico Mentana, da Open)

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per qualcuno a cui vuoi bene

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Spero che un giorno vivrai l’esperienza di far qualcosa che non capisci per qualcuno a cui vuoi bene.

[Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, traduzione di Massimo Bocchiola, Parma, Guanda 2005]

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