La democrazia danneggia la democrazia

È che uno, di solito, non ci pensa, ma subire ogni giorno la pressione della pubblica opinione, star lì a sentirsi rinfacciare (veri o falsi che siano) i propri difetti, gli errori veri o presunti commessi, non è cosa a cui ci si abitua per tanto pelo che uno può ritrovarsi ad avere sullo stomaco. Come fare, allora, per uscire indenni – almeno psicologicamente, dico – a un attacco mediatico del genere? Occorre rifugiarsi nella cerchia dei fedelissimi, lacchè e famigli pronti e proni, che, con fare rassicurante e convincente, son lì a dirti di non dar retta a quegli altri – i calunniatori, gli invidiosi e i venduti.
Dice: come tengo insieme questa cerchia di fedeli, ‘sto carrozzone di puttane a mio esclusivo servizio, condizione vorrei dire psicologica per la sopravvivenza politica del leader? Mettendo su una rete di favori, piazzandoli in posti strategici, di responsabilità e di prestigio, avendo cura in sostanza di creare un circuito fortissimo (più o meno vizioso) di mutua assistenza. E così il cerchio si chiude. L’opinione pubblica democratica esercita il suo potere di controllo attraverso azioni che mirano a screditare il leader e le sue azioni; il leader, da par suo, per sopravvivere al discredito democratico, è costretto a crearsi un sistema di strutture cuscinetto di potere occulti che sfuggono a ogni tipo di controllo democratico. È il cane che si morde la coda: la democrazia danneggia la democrazia.

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John Forbes Nash, Jr. (1928 – 2015) 

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Odio le campagne elettorali…

Odio le campagne elettorali. Chi a destra, chi a manca — e quelli poi sparsi un po’ qua e un po’ là — peggiorano tutti, vistosamente, senza quasi eccezione alcuna, più o meno un po’ tutti. Più so’ pesci piccoli e più puzzano, anche se pure quelli grossi danno il loro contributo nauseabondo. E sì che comprendo la necessità dell’affannarsi, del distinguersi smarcandosi dall’avversario, del marcare il territorio ma… nulla, io proprio non lo tollero. O meglio: lo tollero (e che fare altrimenti?), ma con enorme sofferenza. Oh, ben inteso, so anch’io che polis e polemos si contendono la stessa radice, ma all’abbrutimento del concetto in slogan — certuni, poi, invero assai banali e scontati — io, in cuor mio, ne soffro assai. Primum vivere, è ovvio, e in politica chi non vince, perde; voler vincere è l’anima stessa della competizione elettorale e, in democrazia, poi, dove vige quella spietata regola che vuole un voto per ciascuno e ciascuno è un voto, si cerca di soffiarne il più possibile all’avversario, in ogni modo. Se tutte queste cose, allora, mi sono note, perché soffro? Soffro perché, da una parte e dall’altra, vedo imbruttirsi i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là coltivo qualche antipatia). Anche quelli prima miti e assai cortesi, e, per mero calcolo utilitaristico, accade sempre in ogni campagna elettorale, sono come piegati ad un dovere, un rispondere a ordini di scuderia di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere, più che necessità, di farsi insensibili e impermeabili alle buone ragioni dell’altro.

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Santo subito!

…quelli di CL, a quanto pare, non vedono l’ora di farlo Santo a ‘sto papa.

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Labiene…

Se il petto ti radi per bene,
e le gambe e le braccia, e il pene
è rasato con ottimo taglio,
tutti sanno, Labieno — e non sbaglio! —
che lo fai per l’amica del cuore.
Ma per chi depili l’ano
questo resta, poi, un arcano.

(Marziale, epigrammi)

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Ciò premesso…

Vittorio Sermonti, Ottobre 96

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Le cose che non hai fatto restano appena sotto il pelo dell’acqua, come sughero galleggiano in eterno, ondeggiano, stanche di respirare. Non vanno mai sul fondo, tutte le cose che non hai detto. Tutte le parole che avresti voluto ma non hai usato (o osato), hanno il peso di niente, fluttuano leggiadre in un relativo eterno e per ritrovarle non serve affatto trattenere il fiato e immergersi; semplicemente basta camminare a riva, tendere una mano subito sotto l’acqua salata, e ritrovarle tutte, toccarle una a una e riportarle a galla, le cose che non hai fatto, detto, scritto. Ma non è vero che c’è sempre tempo. Non è vero che tanto poi puoi sempre rimediare, che oggi o chessò domani non cambia niente. E sì che quella storia dei treni che passano una volta soltanto è ‘na cazzata, ma è una cazzata pure che il biglietto stretto in tasca dura in eterno. Li preferivo, i biglietti, quando dentro a quel pezzo di carta dovevi farci un buco, un foro per dire a te stesso, guardandolo, che era quello il momento esatto di salire e che esattamente dopo, tutto intorno a quel vuoto, nulla si sarebbe più mosso nella direzione per cui avevi pagato.
Tutte le cose che avresti voluto restano lì, ferme per strada, schiacciate dalle auto, tormentate dal vento, dal piscio dei cani randagi durante la notte, dalla pioggia calda ad agosto e dal sole freddo a dicembre, dagli sguardi indiscreti nascosti dietro alle tende dopo l’ora di cena, con la luce spenta che vedi fuori ma da fuori nessuno ti può vedere. Ritornare a pagina cinquanta del libro più bello che hai letto e sforzarti a recitarlo ad alta voce; mettere in moto, a spinta, alle prime ore del mattino per andare ad aspettare che le braccia più belle che ti abbiano mai stretto scendano a farlo di nuovo; chiedere scusa guardando qualcuno negli occhi; piangere senza aver paura del giudizio; desiderare senza che sia peccato; rivedere quel film che hai già visto un milione di volte e continuare a non ricordare il nome di quell’attrice che però ti ha sempre fatto impazzire; provare a contattare quell’insegnante che ti lesse la prima volta, commossa, e con gli occhi bagnati su un volto sorridente ti disse, nel più vero dei modi, di continuare, — di continuare, così mi disse — sperare che non sia troppo tardi per fare in tempo a dirle un semplice grazie, che senza quei pochi minuti forse ti saresti già fermato da un pezzo; ridere senza pentirti; dormire senza sentirti il peso di una colpa; aiutare e avere il coraggio di chiedere aiuto; concederti la libertà di abusare delle virgole e fottertene di chi ti ha sempre detto che ogni tanto bisogna metterci un cazzo di punto. Adesso, anche adesso, è il momento in cui puoi ancora ricordare come sarai e cambiare il corso degli eventi affinché tu sia quello che hai sempre desiderato di essere.

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…e il ventre poveretto e triste 

Marziale, Epigrammi

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il sacrosanto diritto…

Battesimmo

Ne hanno beccato un altro, l’ennesimo prete sul quale pesano un mucchietto di denunce per abusi su minori: adescava adolescenti, rom per lo più, tra i 13 e i 17 anni alla stazione Termini di Roma. Non è la prima volta – almeno così “pare” alla giornalista de La Repubblica. Qualche anno fa – si legge nell’articolo – c’erano state accuse analoghe, ma don Dino – è questo il nome del “presunto” chierico pedofilo – non era finito in carcere, era stato semplicemente spostato da Praia a Mare a Viterbo, avendo così nuovamente la possibilità di iniziare – protetto dall’infamia della Crimen sollicitationis – l’attività di pretuzzo dedito ad adescamenti, inculate e foto – tutte ben ordinate e catalogate con tanto di didascalie coi nomi, età e prestazioni effettuate dal ragazzino.
Sospendo il giudizio – fingendo di non sapere nulla sulla fragranza in cui è stato colto il chierico – e ragiono sul fatto che questi casi di soprusi che si consumano nel fresco delle sagrestie certificano (tant’è il numero e la frequenza) una tradizione di violenze sul minore come diritto, a cominciare dall’imposizione del battesimo al neonato incosciente e irresponsabile, al catechismo di fatto obbligatorio per secoli, per arrivare alla facile imposizione (sempre meno facile, oggi) di leve sempre nuove da avviare al servizio sacerdotale.
Spingo il ragionamento all’estremo, rasento la provocazione: insieme alle altre forme di circonvenzione di incapace (diretta e indiretta), la pedofilia fu uno di questi strumenti. Lo scappellotto al chierichetto discolo, le bacchettate sulle nocche o sulle natiche nude all’alunno svogliato o ribelle, e giù giù le altre umiliazioni fino al vero e proprio stupro, per lo più a danni dei più deboli tra i più indifesi, sono stati solo gradi diversi di un unico e solo tipo di violenza, dove pedagogia cattolica e pedofilia dei preti, rigore didattico e sadismo scolastico, paternalismo e repressione, consiglio e minaccia, carezza e schiaffo, benedizione e maledizione, sono sempre stati valori diversi oscillanti su uno stesso gradiente, mixati di volta in volta a seconda del caso.
Io sono il pastore, tu – è scritto qua, non ci credi? – sei la pecora, fidati, so quel che faccio, fammelo fare, ne ho il sacrosanto diritto, stai zitto…

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[…]

Mattina. La sete non si è ancora spenta. Si beveva insieme; eri contenta e lasciavi l’impronta del tuo sorriso nell’acqua del ruscello che scorreva fredda, impetuosa e chiara. Riempivo una bottiglietta di plastica vuota: c’era da camminare e la sete, dopo la tregua, sarebbe tornata, nonostante l’insolito freddo e il vento inaspettato. Raffiche di vento che, come stilettate, ci costringevano a chiudere gli occhi: ci affidavamo l’uno all’altra nell’inconsapevolezza che entrambi li avevamo chiusi. Era la fiducia – così, come espressione naturale, non codificata da nessun organo competente. Era qualcosa che avvertivamo dentro, in quella parte indefinita del nostro intimo che prova a gestire tutte le emozioni. Qualcuno, semplificando, prova a chiamarlo cuore ma io non ne sono sicuro sia solo quello. Certo, la sentivamo salire dal petto a invaderci la mente, ma questa non è affatto condizione sufficiente a concludere che germogli davvero tutto proprio (e solo) da lì. E in questo paesaggio, correva sinuosa e lieve come un’onda, non visibile e nemmeno, se non di tanto in tanto, udibile, ma quel che se n’udiva bastava a rafforzarne l’inquietudine: uno scoppio di improvvisi gridi acuti, all’immagine ravviso, e poi come un croscio di tonfi seguiti dallo scoppio d’un ramo spezzato, e ancora grida, ma diverse, di vociacce infuriate, che andavano a concentrarsi nel luogo da cui prima erano germogliati, improvvisi, i gridi acuti. Poi niente, un senso fatto di nulla. Taceva financo il vento. Silenzio, come d’un trascorrere, di qualcosa che c’era da aspettarsi non là ma da tutt’altra parte, e difatti riprendeva quell’insieme di voci e rumori, e questi luoghi di probabile provenienza erano, di qua o di là del fitto bosco, sempre dove si muovevano al vento le piccole foglie degli alberi che ci circondavano.
I raggi del sole tremolavano tra la danza delle giovani foglie. Tu eri bella e forse lo ero anch’io — per quella logica che vuole che stare accanto al bello, belli si diventa. Era una questione logica infatti quella che ci aveva portato fin qui, tra questa natura. Nessuna scommessa, non c’era da scommettere niente, dato che non c’era nessuna partita in corso. Si ragionava di cose improbabili, e dovevamo, a volte, ripetere le parole perché il vento, fastidioso assai, era più forte della nostra voce – e di urlare, no, non ce n’era davvero bisogno. D’un tratto, la vetta: il lucido orizzonte ripulito mostrava l’aguzzo limite a cui tendevamo. Vedevamo, oltre, una striscia di mare e ci sembrava impossibile. Era il momento giusto per esprimere un desiderio…
Sei ancora a letto e la colazione non è pronta. Sbrigati, ché facciamo tardi!

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