una sorta di superbia a-sociale…

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Al netto della notizia e degli sviluppi sul caso [*], a dir poco, sconcertanti che vedono come protagonisti l’oramai ex parroco di Casapesenna, Don Michele Barone, una minore affetta da gravi problemi di salute, i familiari di quest’ultima e un vicequestore – mix micidiale di stregoneria, ignoranza, credenze, paganesimo, potere, abusi, soprusi, ragiri e altro e altro ancora – sconcerta la posizione assunta dal Vescovo di Aversa sul caso. Rimane l’impatto (fortissimo, perché documentato da un video) di una mentalità e una cultura giuridica perlomeno carente – ma, se volete, sconcertante può essere l’aggettivo molto più adatto al caso. L’intera Curia diocesana fa la figura di un mondo a parte, una potentissima consorteria che ritiene al di fuori (o al disopra?) delle leggi dello Stato i suoi membri. In quel video di fronte a una denuncia di abusi (anche sessuali, da quanto si è appreso, poi) da parte del sacerdote, si suggerisce di mantenere il più stretto riserbo, viene consigliato di “ritirare l’esposto”, di non denunciare, di occultare, di sopportare cristianamente per sottrarre dallo scandalo il prete maneggione. Né traspare, da quel documento che registra un atteggiamento omertoso, alcuna coscienza del fatto che un reato, qualunque reato, è sottoposto al giudizio della magistratura e di nessun altro. È spiacevole dirlo, ma al di là della penosissima e grave vicenda umana raccontata, se ne ricava, da parte della Curia (ma, il discorso potrebbe e forse dovrebbe allargarsi anche a tutta la Chiesa), una sorta di superbia a-sociale. Ed è ben paradossale che tanta attenzione venga riservata alla legislazione di questo Paese (ostacolando qua e là ogni forma di emancipazione dei diritti di questa o quella categoria sociale), quando poi si tenta di sottrarre la condotta dei sacerdoti al vaglio di queste stesse leggi.

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Anche quando non ce n’è alcun bisogno.

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L’altro giorno, col Comune in pre-dissesto, il tempo di radunare i pretoriani e intrupparli in un autobus per dare più forza e credibilità alla manifestazione, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, indossata la fascia tricolore, corre a Roma per mettere in piazza la solita sceneggiata, esibita (tra l’altro) in modo piuttosto teatrale, di una protesta tanto inutile quanto dannosa contro un Governo che aveva di lì a poco accolto la richiesta di accollarsi una quota considerevole del debito che dissangua le casse del Comune [*]. A conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di una commistione tra politica e istituzione che resta la cifra inconfondibile dell’esperienza amministrativa del sindaco alla Masaniello.
Si ebbe chiara la certezza che il De Magistris non avrebbe combinato un cazzo come sindaco di Napoli quando, per festeggiare la sua vittoria nel ballottaggio con lo sfidante Giovanni Lettieri, lo si vide con una bandana arancione sul capo agitarsi come un ossesso sotto scoppiettanti fuochi d’artificio in Piazza del Municipio. Cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – in Campania fanno il deus ex machina e Giggino, ora come allora, ama arringare la folla per tenere insieme “piazza” e “palazzo” esibendo i muscoli, all’occorrenza il braccio teso, pur di gridare il suo “come sono rivoluzionario io!”. Anche quando, obiettivamente, i fatti e il buon senso direbbero di astenersi dal farlo.

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Ma la memoria dei fatti e delle cose…

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Nel paese rintronato dalla campagna elettorale, in cui tocca leggere che per le strade vengono a mani fascisti e comunisti, può sembrare una inezia che qualcuno abbia scritto “A morte le guardie” in Via Fani a Roma [*], lì dove cinque uomini della scorta dell’onorevole Moro furono trucidati il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse. E ci abbiano poi disegnato a “decoro” delle svastiche, sul basamento di cemento della lapide, perché i rimbecilliti senza storia e memoria non sanno che quel luogo e quella strage non sono affatto cosa loro – dei nazisti, intendo – nemmeno nel più delirante immaginario.
Ma qualcuno con qualche anno in più si ricorda ancora dov’era e cosa stava facendo quella mattina di quel lontano marzo in cui venne rapito Aldo Moro: la diretta TG interrotta da Vespa e la voce affannata di Paolo Frajese che armeggiava con microfono e telecamera a spalla intorno alle macchine della scorta crivellate di colpi. E di quella inezia, quello sfregio alla memoria e alla dignità, può, o almeno dovrebbe, sentirsi disgustato o quantomeno ferito. Anzi, a ben vedere, ancora più disgustato che dai quarant’anni di processi, illazioni, ipotesi e commissioni parlamentari, libri, rancori, alibi, affaire e congetture, depistaggi e non detti e non chiariti che sono lentamente trascorsi. Ché fascisti e comunisti, con le loro spranghe, bandiere e rancori repressi, forse davvero non saranno la nuova emergenza nazionale. Ma la memoria dei fatti e delle cose, questo è urgente: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” – scrisse Montanelli.
Ecco, tutto qui.

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Mazzetta3 U460004628938210XG U460604283560456nF 1224x916 CorriereMezzogiorno Web Mezzogiorno

L’idea che viene fuori dall’inchiesta giornalistica (ha davvero senso definirla tale?) di Fanpage, al netto delle posizioni di parte – l’una e l’altra, dico – mostrerebbe (qui, in questi casi, si tende a usare il condizionale checché ne dicano i manettari di ogni colore; quelli, per dire, tetragoni nella convinzione che, cito, “la valigetta piena di monnezza passerà alla storia”) uno squallido giro di mazzette per l’assegnazione degli appalti sullo smaltimento di rifiuti in Campania. Ora, fatto specifico a parte, fanno sorridere i discorsi sulle leggi da modificare e sui poteri “speciali” da dare a questo o a quel pubblico integerrimo controllore/repressore («istituiremo la figura dell’“agente istigatore”» – ha detto serio, ieri, il solitario camperista Di Battista [mi si perdoni la rima] da Floris) che, nei limiti del lecito (e, in certi casi, del ridicolo), hanno una loro più o meno solida ragione tecnica, politica, giuridica. Ma – e qui il punto – la corruzione è un reato tipicamente culturale, discende dall’idea antica (ne parla già Svetonio in De vita Caesarum) che il denaro non puzza (Pecunia non olet, usava dire a quei tempi) e da quella, assai più recente, che avere un reddito alto, un tenore di vita agiato, sia una specie di diritto sacrosanto, qualcosa che ti è dovuto, appunto. Di lì a diventare bulimici di quattrini il passo è assai breve; e come per tutti i tossici, fondamentale è negare di esserlo, non riconoscere patologia nei comportamenti, e dunque raccattare la bustarella (o la valigetta, se volete) senza battere ciglio, avendo già disfatto in precedenza, accuratamente, ogni possibile paradigma del lecito e dell’illecito quanto questo viene a frapporsi tra noi e la ricchezza a prescindere. Inutile illudersi di ridurre a livelli fisiologici la corruzione solo per vie legali – la storia di Di Pietro e la sua Mani Pulite dovrebbe chiaramente avercelo insegnato. La questione, ahinoi, è totalmente politica, cioè legata ai paradigmi socio-culturali in voga. Berlinguer l’aveva capito ed è per questo che, dopo tutti questi anni, ancora se ne parla tanto.

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un embrione ibrido uomo-pecora

Altro piccolo passo verso la clonazione umana [*]. A pensarci, stavolta, gli scienziati dell’università della California Davis. Dopo quello dell’embrione di uomo e maiale, è stato creato in laboratorio, e presentato ieri alla stampa internazionale, un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10.000 è umana. Ancora una volta, siamo dinanzi a una svolta nel corso dell’evoluzione della specie umana, almeno quanto l’invenzione dei primi utensili in ferro, e le possibilità che questa nuova scoperta lascia intravedere coinvolgono non solo i credenti, ma chiunque si ponga il problema di che cosa siano la vita, l’uomo, i limiti della scienza… Roba tosta, insomma, su cui vale la pena far riflettere gli esperti.
Sono però colpito dal tono fantascientifico che la discussione sta assumendo. Mi pare che si stia considerando la clonazione come riproduzione di un doppio assoluto di un individuo, nel senso che se clonassero Berlusconi ci troveremmo di fronte a un doppio problema di ineleggibilità, e se clonassero Renzi creeremmo invece un fastidiosissimo problema di iperproduzione di bile al collerico D’Alema. Brutta cosa, insomma.
Se pure la tecnica è nuova, la clonazione umana non farebbe altro che ritentare in grande e con attrezzature sofisticatissime quel che avevano tentato i nazisti, ovvero produrre attraverso sapienti incroci solo individui alti, biondi, sani e giovani (e quindi belli) al fine di arrivare ad avere un esercito di superuomini. Con un difetto, nient’affatto marginale: una comunità di superuomini con lo stesso patrimonio genetico sarebbe vulnerabile in blocco rispetto a un unico virus. Meglio insomma il vecchio sistema, in uso da tempo in molte organizzazioni, sapientemente messo in atto da Grillo e perfezionato in seguito dalla Casaleggio e Associati Srl: prendi gente con patrimoni genetici diversi, li sottoponi a un’educazione di ferro con lavaggio del cervello annesso, e li hai tutti di uno stampo. Tutti.
Ma veniamo al punto: che cosa si ottiene clonando un individuo? Supponiamo che un Dottore Capa Di Pazzo ritenga che io rappresenti il migliore campione della specie umana (ricordiamoci che è dottore, ma ha pur sempre una Capa Di Pazzo – con la P, si badi) e decida di clonarmi. Mi preleva una cellula somatica, la strizza, la guarda, la manipola, la coccola, la inietta e dopo nove mesi nasce un essere che ha il mio stesso patrimonio genetico. Ammettiamo che avrebbe occhi e capelli del mio colore, la mia stessa tendenza alla pinguedine, alla calvizie e la mia stessa predisposizione ad alcune malattie, la mia stessa preferenza per le materie scientifiche, e via discorrendo. Probabilmente la foto di questo Biagio Secondo all’età di un anno sul plaid scozzese tra i suoi giocattoli nuovi apparirebbe molto simile a quella scattata a me in quel lontano 1973.
Dopo di che le cose incomincerebbero a cambiare. Io sono stato allevato ed educato da due persone particolari appartenenti alla piccola borghesia in una paesotto della provincia italiana negli anni settanta e ottanta, ascoltando parlare certi parenti, amici, conoscenti, ho mangiato certe cose che si trovavano a quei tempi, ho respirato un’aria meno appestata di quella attuale, ma ho provato nell’infanzia l’esperienza di Chernobyl, sono stato educato nella religione cattolica, ho vissuto l’epoca dei robottoni alla televisione eccetera eccetera. Biagio Secondo potrebbe essere allevato da una famiglia protestante in Inghilterra, o da una famiglia di ebrei ortodossi a Gerusalemme, mangerà cose diverse, leggerà libri diversi, ascolterà altra musica, vedrà o non vedrà la televisione, si informerà con strumenti diversi, avrà accesso a nuove tecnologie, se si ammalerà sarà curato con sostanze chimiche diverse da quelle che hanno curato il mio morbillo e i miei orecchioni.
Giunto alla mia età che cosa sarà? Nessuno può dirlo, ma certamente sarà qualche cosa di assai diverso da me quale sono ora, forse un cardinale, forse un archeologo o magari un avvocato, o un drogato, o (dio non voglia) un grillino, o il proprietario di una taverna a Baltimora, o il successore di Di Maio, o il massimo esperto mondiale di filatelia.
Intorno alle elucubrazioni più o meno (fanta)scientifiche sulla clonazione c’è, di fondo, una forma di determinismo materialistico ingenuo assai, per cui il destino di una persona viene unicamente a definirsi a partire dal suo patrimonio genetico: condizioni iniziali in un processo a divenire retto da un sistema di equazioni più o meno già scritte. Come se non c’entrassero l’educazione, l’ambiente, i disguidi del possibile, la nutrizione, la iella (o il caso, come dicono i più bravi), il tipo di attività fisica, le coccole o le pantofolate distribuite senza parsimonia dai genitori…
Clonare esseri umani sarà un pessimo investimento per chiunque. Quale grande personaggio vorrebbe correre il rischio di perpetuarsi nei secoli dei secoli attraverso una caricatura? Tutto sommato, stringi stringi, è sempre più ragionevole (oltre che più divertente) fare figli col vecchio sistema.
E poi, se fosse vero che in una cellula c’è già tutto il nostro destino, perché varrebbe la pena di sbattersi così in questa vita?

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cos’è il fascismo…

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Accade, di tanto in tanto, dover provare a fornire una spiegazione, a qualcuno o a noi stessi, di cosa sia il fascismo. E ci si accorge, con un lieve fastidio, che è categoria sfuggente assai: non è solo violenza, ché ci sono state violenze di vari colori; non è solo uno stato corporativo (esistono e sono esistiti corporativismi non fascisti); non è solo dittatura, nazionalismo, bellicismo, ché questi sono (stati) vizi comuni ad altre ideologie. Insomma, togli questo e quello, alla fine si rischia di definire come “fascismo” l’ideologia degli altri. Poca roba, insomma. Davvero poca roba.
Esiste, però, a ben vedere, una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, comunque si manifesti. Condizione – potremmo enunciare – necessaria e sufficiente per poter stabilire con assoluta sicurezza che da quelle premesse non potrà che venire il fascismo è il culto della morte.
Nessun movimento politico e ideologico che non sia il fascismo si è mai così decisamente, incontrovertibilmente, assolutamente, orgogliosamente identificato con la necrofilia eletta, appunto, a rituale e a ragion ultima di vita.
Si badi: molta gente muore per le proprie idee, molta altra ancora fa morire gli altri (per ideali o per interesse), ma – e qui il punto – quando la morte non viene considerata un mezzo per ottenere qualcos’altro bensì un valore in sé, assoluto, allora, statene certi, lì abbiamo il germe del fascismo e dovremo perciò chiamare fascismo ciò che si fa agente di questa schifosa (è giudizio mio – giusto per mettere le cose in chiaro) promozione. Dico la morte come valore da affermare per se stesso. Insomma, non la morte per cui vive il filosofo, che sa che sullo sfondo di questa necessità, e tramite la sua accettazione, vengono meno, uno a uno, tutti gli altri valori; non dico la morte dell’uomo di fede, che non rinnega la propria mortalità e la giudica anche provvidenziale, benefica, santa e Sorella, ché attraverso di essa arriverà a godere un’altra vita. Intendo la morte sentita come urgente perché è gioia, verità, giustizia, purificazione, orgoglio, sia che venga offerta ad altri sia che venga realizzata su di sé.
L’amore della morte (che domina anche le pratiche dei drogati) fa si che appaia bello sprecare la propria vita. Per amare la morte bisogna profondamente odiare la vita (ci sono invece martiri e suicidi che muoiono senza odiare la vita, anzi, per eccesso d’amore). Amare la morte significa credere in fondo al cuore che essa risolva molte cose, e meglio.
Questo schifoso puzzo di morte, questo strano bisogno di morte, questo interesse smisurato per la morte, si sente purtroppo oggi in Italia.
Se è questo che volevano i fomentatori di odio (nel loro animo profondamente, ancestralmente squadristi) l’hanno avuto, sono riusciti a ottenerlo. Sono stati capaci di far emergere pulsioni profonde, fascismi diversamente mascherati, ignoti anche a chi li celava repressi nell’inconscio. E ha saputo farli ribollire nel ventre a persone altrimenti miti e nobilissime, che per un attimo hanno ceduto al richiamo delle Madri oscure, e hanno dimenticato che anche Mussolini appeso per i piedi e penzolante a piazzale Loreto, pestato a sangue e crivellato di pallottole, forse era giustizia, ma non affatto bene.
Ed è stato così che lettori di Beccaria hanno parlato come Julius Evola. Forse dovremmo difenderli anche da se stessi, perché non è questo che vogliono, non è questa l’alleanza che cercavano, né tantomeno la soluzione.
A mo’ di soluzione, invece, andrebbero fatti rivedere a tutti, i volti dei fucilati della Comune, le schiene dei fucilati di Villarbasse, i corpi martoriati in piazza della Loggia, le teste mozzate dal capolavoro del dottor Guillotin, i rastrellamenti a Palagano, i volti dell’eccidio di Montalto di Cessapalombo, quelli del poligono di Carpi, la faccia di chi nella camera a gas aspetta che la pastiglia cada nella vaschetta dell’acido a formare il vapore tossico. E i bambini impalati dal voivoda Dracula, e le ragazze streghe mandate sul rogo, e poi Moro, Bachelet, Tobagi, Alessandrini, Siani, Falcone, Borsellino, Livatino e qualche scheletrico ebreo nel campo di Birkenau. Una grande sagra della morte, insomma, messa in scena in tutte le nostre città da far venir su alle narici un puzzo mortifero da rimanere sbigottiti, il sapore della morte, l’impressione tattile del liquame che esce dagli orifizi di un corpo in decomposizione; lo schifo della morte provocata ad arte in nome di una qualsiasi giustizia. Indurre il vomito alle donne incinte, costringere la gente a fare le corna, a grattarsi i testicoli, a rintanarsi in casa come se ci fosse un morto all’uscio. Solo per un giorno, uno solo, in modo che il Paese si accorga che sta prendendo gusto alla morte e ricordi cos’è la morte, e tutti si chiedano se non stiamo diventando pazzi. Poi però occorrerebbe la forza di smettere subito, ché a giocare troppo con l’immagine della morte si rischia, ahimè, di prenderci gusto.

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Così è, se vi pare. Così è.

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Copio-incollo l’attacco dell’articolo di Leandro Del Gaudio in edicola stamani con Il Mattino: “Tre inchieste sull’emergenza rifiuti in Campania, indagini di quelle che promettevano sviluppi, due pool di magistrati che lavoravano in modo autonomo, puntando ad obiettivi diversi. Poi, all’improvviso, alle porte della Procura di Napoli bussano quelli di Fanpage, che raccontano il loro lavoro, la fatica degli ultimi sei mesi. Ed è così che due mondi, quello delle indagini penali della Procura napoletana, e quello dei giornalisti di Fanpage entrano in contatto, con risultati ed esigenze non sempre compatibili.”
Domanda: è normale, questo? E — altra domanda — bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altre testate giornalistiche si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano le segreterie dei partiti per istigare la commissione di reati da parte dei politici colleghi sul fronte avverso schierati?
La tentazione fa l’uomo ladro — recita il noto proverbio. Appunto, lo fa: mica lo rivela semplicemente? lo crea. E quindi, per moralizzare il Paese, per estirpare la gramigna della corruzione, dobbiamo creare ad arte le possibili tentazioni, ingrossare le file già belle corpose dei ladri, per poterli infine arrestarli tutti? Sì, mi par di capire. C’è, in effetti, chi pensa che si debba fare proprio così. E manco vale la pena scriverlo chiaramente chi è — ché tanto lo si capisce. La sete giustizialista, che tanto appaga il partito dei manettari, spinge a che venga stabilito un clima poliziesco, di sospetto, di paura e di diffidenza; un clima in cui — è tesi che danno per dimostrata — nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore appunto di trovarsi di fronte a un corrotto farlocco, un collaboratore delle forze dell’ordine . Tanto — è il corollario del loro argomentare — gli onesti non avranno mai nulla da temere.
E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (tali, ovviamente, fino a prova contraria, che, ça van sa dire, può arrivare in qualunque momento — come un bonifico è lo status di incorruttibile: c’è sempre la possibilità di revocarlo…) si è disposti a gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, i potenziali ladri e corruttori (secondo la loro logica), che, se non accettiamo questa visione delle cose, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili. Corrotti e corruttibili in potenza. Tutti. I più, poi, avvezzi alla corruzione. Ma se non si ha la forza di respingere questa logica da stato di polizia, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nell’elenco dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo, cosa questo piano inclinato scivolosissimo sta combinando: l’uso fai-da-te della giustizia spinge a usare un pregiudicato in cerca di ribalta mediatica per stanare corrotti e corruttori. Che a farlo non è neanche un magistrato — che certamente non ci avrebbe mai pensato — ma un gruppo di giornalisti. E che, facendolo, interferisce pesantemente con indagini in corso — quelle serie, dico — mandando un lavoro di intelligence allegramente a puttane. Così è, se vi pare.
Naturalmente al cospetto dei video, nella foga di condividerli sui social e, soprattutto, nell’intento di sollevare un polverone mediatico che possa nascondere (almeno in parte) l’altro scandalo in corso, che rischiava di danneggiare troppo la credibilità della parte politica amica, passa fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quei video sono stati ottenuti, e non sarà certo sui social o, men che meno, sui giornali, che si discuterà dei loro eventuali valori probatori. Robaccia da azzeccagarbugli puntigliosi! L’indignazione, ecco, quella sì che basta a travolgere ogni cosa…
Così è, se vi pare. Così è. Purtroppo.

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il diavolo non esiste…

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Ogni volta che genitori rincretiniti fanno picchiare la propria bambina per liberarla dal Maligno, o ragazzoni sudicioni mettono in piedi un’orgetta a base di messe nere e palpatine perché non riescono a batter chiodo altrimenti, tocca — è inevitabile, ahimè — subire il parere degli espertoni da salotto. Schiere di demonologhi molto professionali (quelli che snidano Satana dai dischi rock con la tecnica del rewind, per intenderci) spiegano quante e quali siano le porte dalle quali il diavolo cerca di intrufolarsi: la sorella omosessuale, nel caso della provincia di Caserta, sarebbe stata, a detta del prelato santone, il viatico per entrare nella vita della povera ragazza affetta, invece, da serie e gravi problematiche personali. Questo di Casapesenna, poi, riceveva direttamente da San Michele le lettere con le indicazioni pratiche da seguire per scacciare i demoni maligni. Con somma soddisfazione, immagino, dei vari indemoniati e demonificatori, maghi neri e affini, che vedono riconosciuta l’alta qualità delle loro bassezze, dei loro imbrogli, delle loro disfunzioni mentali o ormonali, infine e in una parola sola, della loro infinita e inqualificabile ignoranza. Finisce poi che il Vescovo, messo alle strette, sia costretto tra un balbettio e una mezza capovolta linguistica a rimangiarsi quanto detto e (è notizia di poche ore fa) a sospendere per un anno (sic, un solo anno) il sacerdote maneggione. Il mio modesto contributo è: il diavolo non esiste, non è mai esistito, è una truffa per spaventare i buoni e avvelenare i cattivi. Esistesse, del resto, la sua, come dire, selezione del personale sarebbe almeno un po’ meno ridicola, con tutti i criminali di guerra, gli uomini-bomba e Stati bombaroli che circolano liberi per il mondo.

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Tempi moderni…

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Inquietante!

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Pare che un attento e puntigliosissimo partigiano di Lombardia progressista, lista a sostegno della candidatura di Giorgio Gori (Pd) alla presidenza della Regione, abbia offerto su Facebook un minuziosissimo elenco di quanti milanesi di nome Benito andranno a votare. Si scopre così che il prossimo 4 marzo saranno chiamati alle urne ben 276 milanesi che al momento della nascita sono stati battezzati col nome del famoso maestro di Predappio. Non solo: c’è anche la sfilza dettagliata di quelli che portano Benito insieme ad altri nomi. In alcuni, la scelta ideologica appare difficilmente contestabile: cinque elettori, infatti, sono stati battezzati Benito Adolfo, e a uno – perché non ci fossero dubbi – il babbo ha dato come secondo nome Mussolini. Riconducibili alla figura del Duce sono forse anche i due Benito Arnaldo e magari anche i tre Benito Romano. Ma ad affollare la classifica sono una quantità di cittadini, che portano l’odioso marchio solo come secondo, terzo o addirittura quarto nome. Tanto per dire, esiste un Francesco Gabriele Ferdinando Benito Romano, che potrà, qualora fosse chiamato a dar conto di questo crimine, invocare le attenuanti generiche per avere ben tre nomi sinceramente democratici — un paio poi di tendenza marcatamente mistica — prima di quello dispotico, appunto.
La notizia, a ogni modo, comprende il commento del simpatico contabile: «Un inquietante risultato». Beh — non me ne voglia il contabile — ma direi solo “un po’ inquietante” se si pensa che siamo responsabili di tutto, anche della nostra faccia, quantomeno a partire da una certa età, ma non certo del nome che ci viene affibbiato all’anagrafe. Certo, dato il contesto, un rilievo un po’ ambizioso. Venisse poi confermato in qualche modo, aprirebbe scenari interessanti. Tipo, si potrebbe tentare di scovare a uno a uno i Leoluca, come Bagarella, per acciuffare i mafiosi a Palermo, e se pare troppo almeno le Beatrici in Italia per acchiappare le civici popolari (esistono!). Ad ogni buon conto: Milano avrà pure ‘sti 276 Benito, ma volete mettere con noi a Napoli? Un cuofono di Giggino. Inquietante!

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