[…]

Nasone

“Il vino dispone l’animo all’amore e lo rende pronto alla passione: l’inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante.
Allora nasce il riso, e anche un poveruomo si fa audace; allora se ne vanno dolori, affanni e rughe sulla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo cosi rara, rende aperti i cuori, giacché il divino Bacco bandisce ogni artificio.
Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco.”

Ovidio, ars amatoria

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La coincidenza non può essere casuale…

Magritte

A dar retta ai Tg sembra che in Italia stia morendo quasi una gravida al giorno e la cosa, mi pare chiaro, mette tutti “in allarme”. La coincidenza non può essere casuale, è chiaro che sia “sospetta”, “inquietante”, urgono gli ispettori negli ospedali, ché — è l’incipit di un articolo su la Republica di ieri — “la paura che qualcosa vada storto al momento del parto o poco prima sta togliendo il sonno a donne in gravidanza e la serenità a ginecologi.”
Provare a sollevare qualche dubbio sul fatto che si tratti di un’“emergenza” comporta il rischio di beccarsi il severo biasimo di voler minimizzare, magari per compiacere qualcuno o, peggio ancora, per torbidi interessi di parte. Inutile star lì a discutere o, comunque, provare a spiegare che la gravidanza, di per sé, è una condizione a rischio e che certi eventi patologici con esito letale, purtroppo, sono imprevedibili; no, si rischierebbe di turbare la bucolica convinzione che il parto sia una “cosa naturale” (come se la morte non lo fosse) o, peggio ancora, si negherebbero i guasti della malasanità. Niente, il medico, in questi casi delicati, è giusto che taccia e venga messo sotto processo. È vero, la signora ha messo in gravidanza venticinque chili (in ossequio alla autorevolissima Scuola Ostetrica di Secondigliano, che recita “sei incinta? mangia per due, la gestosi non esiste”), ma, se è morta, la colpa dev’essere di qualcuno altro. Punto.

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[…]

Bertone

“Leggo dentro i tuoi occhi / da quante volte vivi / dal taglio della bocca / se sei disposto all’odio o all’indulgenza / nel tratto del tuo naso / se sei orgoglioso fiero oppure vile / i drammi del tuo cuore / li leggo nelle mani / nelle loro falangi / dispendio o tirchieria”


F. Battiato, Fisiognomica, 1988

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Il tizio che sorride…

Baciamano
Con una straordinaria faccia di culo, nel giorno del suo insediamento, il neocommissario di Roma è andato a prendere servizio non dal presidente del Consiglio che l’aveva cooptato ma dal papa, facendosi immortalare peraltro nell’atto di baciargli la mano.
Al di là del simbolismo che ognuno di noi, in base alla propria sensibilità culturale, può ricavare dallo scatto, quello che ha catturato la mia attenzione nella foto non è la scena in primo piano, che pure ha il suo fascino gotico e feudale, ma lo sfondo — meglio, le comparse dell’evento. Su di una, in particolare, s’è soffermata l’attenzione: il tizio che sorride con un’espressione tra il malizioso e il furbesco: un riso, forse, come di uomo di mondo che ben sa come fare andare il mondo. E il tizio che sorride è una costante in tutte le foto del genere: fateci caso (fatevi aiutare semmai da Google) troverete sempre il tizio sorridente — sempre diverso ovviamente, a volte smilzo, a volte col doppio mento, civile o prelato, pelato a volte e a volte brillantinato.
Be’, sentite a me: la storia d’Italia — più che dai pontefici e dai capi di governo – penso sia stata fatta dal tizio che sorride, quello che, sornione, sa come va il mondo. Sinceramente, cosa volete che possano contare quelli che provano disgusto fino a vomitare bile allo spettacolo schifoso, innaturale e persino goffo di un uomo che bacia la mano a un altro uomo? Cosa volete che possano contare bocche e mani che cambiano di tanto in tanto, con frequenza diversa, giusto per non ammorbare troppo il pubblico che prova trasporto e si diverte al teatrino dei pupi? Seppur cambiando, diverso sempre di volta in volta ma uguale a sé stesso nel ruolo, è il tizio che sorride, quello che fa la storia — più malizia ci mette nel sorriso, più furba è l’espressione, meglio gli viene.

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Bei tempi!

Mastro Titta


scàndalo / ˈskandalo/ o (lett.) scàndolo
[vc. dotta, dal lat. tardo (ecclesiastico)
scăndalu(m) ‘impedimento’, dal gr. skándalon ‘pietra d’inciampo, insidia’, di orig.
indeur. ☼ 1268] – s. m.: grave turbamento della coscienza, della sensibilità, della moralità e sim. altrui
suscitato da atto, discorso, comportamento, avvenimento, contrario alle leggi della morale,
del pudore, della decenza e sim.: fare, dare scandalo; essere di scandalo; gridare allo
scandalo | atto, discorso, comportamento, avvenimento e sim. che suscita sdegno,
riprovazione, disgusto in quanto contrario alle leggi della morale, del pudore, della
decenza e sim.: quel film è un vero scandalo; si veste che è uno scandalo; non dovremmo
permettere certi scandali; costei è la causa principale degli scandali di questa casa (C. Goldoni)
| (fig.) pietra dello scandalo, chi (o che) è causa di scandalo, discordia e sim.
(locuzione di origine biblica)

(Zingarelli 2013, Zanichelli)

«Io vorrei, prima di iniziare la catechesi, in nome della Chiesa, chiedervi perdono – riporto le parole pronunciate ieri del Papa – per gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano. Vi chiedo perdono».
Ecco, lo scandalo: la bestia nera del cattolicesimo; subdolo parassita che trova il suo habitat ottimale nel cervelluzzo cattolico da sempre ossessionato dall’esempio negativo (skándalon è l’ostacolo e l’inciamparvi). E al buon cattolico – al suo cervelluzzo, dico – basta che, per la violazione di quelle che son le proprie leggi morali, si metta rimedio solo (?!) col pubblico biasimo: prezzo che ogni peccatore si ritrova a pagare per non aver saputo tener chiuso il suo peccato nell’eventuale senso di colpa, o in quella succursale che è il confessionale, almeno – almeno – da quando la violazione delle sue leggi morali smisero di essere punite con la persecuzione, il carcere, la tortura e la morte.
Oh, bei tempi quelli delle esecuzioni in piazza, quando il peccatore, fiero, offriva la propria nuca a mastro Titta. Bei tempi!

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Amen…

Krzysztof Olaf Charamsa

Da queste parti siamo liberali – abbiamo la fissa dell’autodeterminazione dell’individuo. A voler sintetizzare, insomma, pensiamo che un prelato (più o meno alto nei suoi incarichi) abbia tutto il diritto di fare della propria vita ciò che gli pare, anche di metterla intera nelle mani altrui, fossero anche quelle lorde di un vizioso pedofilo. Non avanziamo discriminazioni né di credo né di specie: pensiamo che lo stesso diritto abbiano il neofita della setta satanica, il masochista che prende impegno presso il sadico, il giovane gesuita che s’affida agli esercizi spirituali ignaziani o il novizio che si dà a battersi il petto in devozione alla Vergine dell’Arco. Se adulto e consenziente, ciascuno si faccia far male come più gli aggrada, basta che non rompi il cazzo al prossimo lamentandosi della bua e che — ben inteso — non inciampi nel codice penale. Su quello, poi – il codice penale, dico – non è detto che non si possa provar a ragionare, dargli magari una spuntatina qua e là, se è il caso – e a questo scopo, se è il caso, qui si è orientati sempre e comunque per lo strumento democratico. Il nostro commento, quindi, non avrà il tono di chi frulla indignazione e sarcasmo a preparar una densa pappina facile a digerirsi. Diremmo — avendone occasione — al prelato gay: “Figliolo caro, vogliono farti violenza contro la tua volontà? Facci un fischio, a rischio della nostra vita, fieri dell’insegnamento di Voltaire, verremo a salvarti. Ma, se bazzichi tra quelle sacre mura — e, sia detto per inciso, ci bazzichi da parecchio visto che t’hanno fatto segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede — per tua libera scelta, se a fronte di ciò che hai visto e sentito nel corso degli anni hai continuato a sentirti parte attiva di quella comunità di pervertiti e omofobi incalliti invece di mandali a fare in culo come giustamente meritano di andare, beh, carino, vedi di non romperci il cazzo più del consentito. Nella tua decisione di prendere i voti, nel pacchetto di impegni che liberamente ti sei preso l’onere di firmare, c’era , figliolo caro, l’obbedienza cieca, assoluta, basata sulla perfetta coincidenza della tua volontà e della tua identità con la volontà e l’identità sovraindividuale che è la Chiesa — Extra Ecclesiam nulla salus, ricordi? Tu, proprio tu — segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede, dico — , non sapevi dell’omofobia della tua Chiesa? Via, smetti i panni della vittima: ti fanno difetto al culo, vedi?”. Insomma, se non fosse stato chiaro, non ce la sentiamo di tentare la presa di una Bastiglia nella quale i prigionieri sono entrati di propria sponte, a mani giunte, cantando, per giunta, con gli occhi al cielo, dalla quale possono uscire in ogni istante, e non escono.
Al prelato gay — avendone occasione — diremmo: “Forse, fratello caro, ci hai frainteso; forse non siamo stati capaci di spiegarci bene: se la Chiesa non pretendesse così spesso – con arroganza, quando le è concesso – di metter becco nella società come fa in seminario, noi stessi smetteremmo di occuparcene, come ce ne fottiamo degli affari privati tra il giovane gesuita in posa estatica, in preghiera forzata da giorni, e il sadico maestro che gli lavora il cervello col crivello del peccato. Piuttosto, carino, in quel che accade con questa presa di posizione in seguito al tuo caming out, noi, se ti può essere utile saperlo, ravvisiamo qualche lieve incongruenza con la Dottrina. Se permetti…”. S’era detto — certo ricorderai — che l’omosessuale non fosse peccatore, se in regime di piena castità. E cioè – tu forse potrai anche elencarci le tre encicliche alle quali qui ci riferiamo – s’era detto che non già l’omosessualità fosse peccato, ma l’atto omosessuale. Ancora: s’era detto che una cosa sia l’errore, altra l’errante. Ora, tu m’insegni, che un prete dovrebbe esser casto per il voto istesso, e allora non si capisce perché non possa essere omosessuale, se tutto astinente – un prete omosessuale non dovrebbe essere un ossimoro, se l’omosessualità non si esprime attraverso atti omosessuali. Certo, e qui ritorniamo al tuo caso, avresti dovuto chiarire meglio la tua posizione, e su questa poi si dovrebbe esser sicuri – la Chiesa, in particolare, vorrebbe esser sicura. Concediamole il punto a favore, ma — ma — nemmeno si capisce perché un prete gay non possa continuare a fare il prete, se si pente ogni volta che pecca, venendo meno all’impegno assunto. Il pentimento e l’assoluzione lavano ogni peccato, no? C’è lo scandalo, indubbiamente. Lo scandalo è il pallino fisso della Chiesa, da sempre — macina al collo e giù a fondo nel fiume, disse quello. Oppure: la questione è relativa all’ufficio dei sacramenti? Ma allora, correggici se sbagliamo, per amor di logica, una suora può essere lesbica, se — ça va sans dire — strettamente astinente, essendole, per definizione, negati il celebrar messa, il battezzare, il dare estrema unzione e viatico, ecc. Il problema qui si complica, però: ché il peccato è già nelle intenzioni, pare, ben al di là – anzi, ben prima – dell’atto. Poi – e ritorniamo a quello che si diceva prima – si complica perché è da stigmatizzare l’errore, non l’errante (l’atto omosessuale e la sua intenzione, non già l’omosessualità se perfettamente astinente). Ma questo smentisce l’assunto di partenza, perché non è data propensione (a quello che si considera devianza) senza intenzione (di deviare). E qui verrebbero alla mente molte obiezioni gentilmente offerte da molti fini intelletti, tutti porporati tuoi ex colleghi: secondo i quali l’omosessualità è stortura biologica (prim’ancora che morale) del disegno creazionale, fino all’affermazione abbastanza recente che “dalla omosessualità si può guarire” — non farci citare Povia, ti prego!
Se questo non fosse un post su un bloghetto, carino, ti racconteremmo poi di quella organizzazione — il Luca di Povia, hai presente? — in cui, soldi alla mano, con tanto di avallo eclesiastico, si vogliono liberare i gay dal demone della perversione, sicché sicché sicché… — amen.

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Lettera bufalino

“Anni fa – non molti, è bene saperlo in anticipo – un carteggio di raro tenore s’intrecciò tra due coniugi siciliani, lui emigrato per lavoro in Germania, lei rimasta in paese ad accudire la vecchia suocera e la giovanissima prole. Analfabeti entrambi e riluttanti a dividere con uno scrivano estraneo e venale i segreti della propria intimità (fossero effusioni d’affetto o notizie di spicciola economia domestica), i due sposi ricorsero, per corrispondere, ad un linguaggio di convenzione, un sistema di pittografie in sequenza, il cui senso risultasse intelligibile al destinatario. “Amore mio caro, il mio cuore è trafitto dal tuo pensiero lontano, e ti tendo le braccia insieme ai tre figli. Tutti in buona salute, io e i due grandicelli, indisposto, ma non gravemente, il piccino. La precedente lettera che t’ho spedito non ha ricevuto risposta e ne soffro. Tua madre, colpita da un male, si trova in ospedale, dove mi reco a trovarla. Non temere che ci vada a mani vuote; né sola, dando esca a malelingue: m’accompagna il figlio mezzano, mentre il maggiore rimane a guardare il minore. Il nostro poderetto, ho provveduto che fosse arato e seminato. Ai due “giornalieri” ho dato 150.000 lire. Si son fatte le elezioni per il Comune. Ho votato Democrazia Cristiana, come il parroco m’ha suggerito. Per la Falce e Martello la sconfitta è stata grande: come fossero morti, in un cataletto.
Ma che vincano gli uni o gli altri, è tutt’una. Nulla cambia per noi poveretti: abbiamo zappato ieri, zapperemo ancora domani. Molte ulive quest’anno, dai nostri ulivi. L’uomo e i due ragazzi che ho assunto, l’uno per bacchiarle, gli altri per raccoglierle a terra, mi sono costati 27.000 lire. Altre 12.000 lire le ho spese per il frantoio. Ne ho ricavato tant’olio da riempire una giara grande e una piccola. Posso ricavarne il prezzo corrente che è di 1.300 lire al litro.
Amore lontano, il mio cuore ti pensa. Ora, soprattutto, che viene Natale e vorrei essere insieme a te, cuore a cuore. Un abbraccio, dunque, da me e dai tre figliolini. Arrivederci, amore caro, il mio cuore è tuo e ti sono fedele, unita a te come i nostri due anelli
”.


Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto

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…dei carabinieri

Renato Caccioppoli

Marescia’ ma qua’ sciocchezza, nossignore, non mi sarei mai permesso di pigliarvi per il culo, io. Vedete, leggete qua! Sì, sì, guardate: “teorema dei carabinieri”. Certo, proprio così è scritto: carta canta, marescia’. E io ve l’avevo detto, no?! Il teorema esiste, leggete: «permette di valutare il limite di una successione o di una funzione confrontando questa con altri due oggetti analoghi che – guardate qua che poesia – “si stringono sempre di più” intorno a quello dato». Avete capito? Come no?! Fate così, pensatevi ai lati di un disgraziato, voi e il vostro collega. L’avete preso con le mani nel sacco, al fetente, e mo’ ve lo portate verso la volante. Quello – il farabutto, dico – hai voglia a dimenarsi, a sbraitare, a scalciare come un asino: lì in mezzo, tra voi e il vostro collega, col caz… no, scusate, volevo dire, col cavolo che non vi segue! Ecco, questa è l’allegoria, vedete? Anche le funzioni – quella maggiorante e la minorante – stringono quella che sta nel mezzo e se la portano, al limite, dove vogliono loro. È?! Bello, è?! Guardate, guardate… pure la dimostrazione: due passaggetti, secchi secchi… Sì, semplice, chiaro, lineare… ‘nu teorema fesso, fesso. Dei carabinieri, appunto.

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Hawking

Affermare che «le leggi della scienza sono sufficienti per spiegare l’origine dell’universo. Non è necessario invocare Dio» (Stephen Hawking) equivale, spero ne converrete, a negare l’esistenza di Dio, ché se è possibile spiegare l’origine dell’universo senza dover ricorrere a un suo creatore, o – prima ipotesi – quello che viene indicato come tale è superfluo oppure – seconda ipotesi – non è creatore. Tertium non datur.
E così – stante la premessa – a Dio viene scippato l’attributo della sua necessità, in assenza della quale cadono, come tessere di un domino, le cinque vie ontologiche di Tommaso D’Aquino, che pongono ogni cosa in una relazione di necessità creaturale secondo ex motu (…dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio), ex causa (…dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio), ex contingentia (…dunque, bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio), ex gradu perfectione (…dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio) ed ex fine (…vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio).
Tommaso, obtorto collo, si muoveva in un ambito assai stretto, entro il quale le sue prove avevano parvenza sostanziale: appena, però, si esce da quel dominio, nel quale il tempo e lo spazio conservano la rappresentazione ormai dimostrata aleatoria, la logica di Tommaso perde consistenza e s’affloscia. Tempo e spazio non sono quello che ci sembrano e, soprattutto, non sono rigidi come gli assi sui quali costruiamo per comodità la rappresentazione degli eventi. Fuori dal contesto classico – quello newtoniano, per chiarire i termini – che assai si lega alle percezioni sensoriali, il concetto di eventi diventa irriducibile alle regole della logica corrente e, insieme ai concetti di spazio e tempo, sfugge alla comprensione della mente dell’uomo medievale.
Tuttavia Hawking è disposto a chiamare “Dio” ciò che può dare ragione della creazione dell’universo dal nulla («Io uso la parola “Dio” in un senso impersonale, come faceva Einstein, per riferirmi alle leggi della natura», dice Hawking), ma – seguitemi bene – in questo caso non sarebbe un Dio creatore, né potrebbe essere entità preesistente al nulla o esterno ad esso, prima, e all’universo, poi: coinciderebbe col nulla, prima, e con l’universo, poi. Ancora: Dio anche in tale accezione viene ad essere negato, almeno per come è immaginato dalla sensibilità religiosa: tutt’al più sarebbe funzionale alla nascita, non causa: legge che obbedisce a sé stessa.
Certo, al netto delle obiezioni banali sulle quali convien lasciar correre ché quella è robaccia buona solo a riempir la bocca (e le teste vuote), rimarrebbe in piedi l’obiezione che s’impernia sul concetto stesso di Teoria del Tutto: potrebbe – in ipotesi, dico – esistere un quid che non trovi adeguata spiegazione nel Tutto (ché quello il Tutto è così grande da voler inglobare qualsivoglia Legge naturale – ognuna caso particolare del Tutto stesso). Insomma: poiché la Teoria del Tutto, ancorché dimostrabile, dovrebbe essere assunta con gli effetti di un atto di fede, nulla vieta di credere che possa essere successivamente destituita di fondamento proprio da un caso (anche solo uno) particolare che potrebbe (o parrebbe) sfuggire alla generalizzazione.
Siamo – ve ne sarete accorti – alla ben nota elaborazione logica che assegna al divino il compito di spiegare quello che del naturale non si riesce ancora a spiegare, nella certezza che i mezzi umani non saranno mai in grado di afferrare tutto (o il Tutto). È – se mi consentite – il colpo di coda di Dio che si ripropone – o viene riproposto, se volete – come necessario per spiegare quello che l’uomo non riuscirebbe a spiegare nel caso in cui la Teoria del Tutto rivelasse la necessità di una revisione: privato dell’attributo della necessarietà, Dio – oplà – se lo ripiglia.
Eppure Hawking è stato chiaro sul punto: col suo metodo «la scienza funziona», finisce sempre col funzionare meglio di ieri, e costringe l’idea di Dio a far un passo indietro, ad arretrare, laddove non funziona oggi, ma – statene certi – funzionerà domani. Certo, ogni vuoto verrà riempito sempre da qualcuno con la fede, (e quindi) con l’ignoranza e la superstizione, ma questi vuoti sono, per nostra fortuna, sempre meno ampi e la fede è costretta ad arretrare laddove la scienza avanza: c’è sempre meno spazio per il vuoto, c’è sempre meno spazio per il buio e (quindi) per il medioevo.

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[…]

Bianca


[Come sempre, quando è di tanto che si avrebbe voglia di scrivere, ci si ritrova davanti alla pagina bianca senza riuscire bene a infilare in riga due o tre parole giuste; senza sapere bene da cosa cominciare e, soprattutto, dove andare a finire. E non si scrive. È il cortocircuito della grafomania che al grafomane fa girar assai i coglioni; cortocircuito che spinge in genere a soluzioni disperate come tentar di condensare il pensiero tutto in poche righe, a risolvere in battuta un costrutto del pensiero molto più complesso e articolato. Ed è inevitabile che in quelle poche righe non vi si scorga traccia leggibile dei temi che si voleva trattare, dei problemi che si voleva cercare di afferrare e fermare su carta o altro supporto più o meno reale, ma solo l’umore che muove la scrittura in mezzo a essi. E di solito non è affatto un buonumore – e no, direi proprio di no – tuttalpiù è grasso sarcasmo, che vira al grottesco e il più delle volte al macabro.
Capita – di rado, ma capita – che si arrivi a rinunciare anche a quelle poche righe, allo sberleffo sguaiato, per accontentarsi di esprimere il proprio malumore in una citazione letteraria o in un pezzo musicale, che quasi sempre riescono a riassumere bene il malumore che si prova ma solo a chi le sceglie.
Dal troppo voler dire, e dal sentire di doverlo dire, si arriva – sublime paradosso – a non dir niente o quasi: ‘na pernacchia, una bestemmia, un lamento anche mal riusciti, e l’unica certezza è una lucida coscienza di assoluta impotenza. Impotenza non nel provare a metter ordine nel mondo per mezzo della scrittura – problema, invero, tosto assai a risolvere – ma anche solo ad aver la forza di esprimere con la chiarezza e la lucidità necessarie quel disordine che spinge a provarci, che arriva a prendere possesso degli individui e dei fatti dopo averli piegati fino a renderli intrattabili a ogni forma di logica e dunque intrattabili a essere narrati con qualunque mezzo. Si è sorpresi dall’inutilità del provarci: sospesi tra l’irrefrenabile voglia di agire e il massacrante desiderio di desistere.
Oggi, per esempio, ci sarebbe da scrivere – e tanto – sugli spazi concessi dalla stampa nazionale al viaggio del papa in America e sulla superficialità con cui vengono trattate le dichiarazioni – che ci son state – riguardanti, invece, la pedofilia del clero. È un indicatore – ritengo sia il più emblematico – dello sfacelo culturale e dell’assenza dell’autonomia del pensiero critico del Paese e allora ci sarebbe da scrivere – e tanto – su ciò che l’ha posto in premessa. Già qui sta in agguato una prima vergine: averne già scritto e ampiamente – sicché siamo poi certi che repetita iuvant? E a chi?
Si è oramai consolidata la convinzione che al Paese non tocchi altro che il commissariamento – apertamente istituzionalizzato, dico – ecclesiastico: triste revival degli anni intercorsi tra il 752 al 1870. Ridotti a sudditi del mostro a due teste che ha sempre malamente inculato ogni illuso che sognasse per l’Italia un qualsiasi destino laico, sarebbe meglio che qualsiasi parodia di Prometeo buttasse via lo stampo che ci fece uomini: donare il fuoco ai ciechi è inutile oltre che dannoso.]

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