…non credeva negli italiani

C’era qualcosa fuori luogo, un dettaglio che mi sfuggiva. Insignificante, forse. Ma sapevo che c’era qualcosa che mancava: “come quando una cosa viene improvvisamente a mancare alle nostre abitudini, una cosa che per uso o consuetudine si ferma ai nostri sensi e più non arriva alla mente, ma la sua assenza genera un piccolo vuoto smarrimento, come un intermittenza di luce che ci esaspera”. No, non era il panellaro de “Il giorno della civetta” quello che mancava. In tutte le ricostruzioni lette sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e la strage della scorta, commosse, sensazioni personali, traboccanti di misteriose coincidenze. E il ruolo dei servizi segreti, di quelli deviati, e dell’Urss e degli Usa, e il Vaticano, e Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer, gli eterni processi. E poi, ancora, gli assassini in tv e l’imperitura lezione dell’assassinato, il depistaggio, l’infinito male eccetera eccetera eccetera. Un’unica e monotona voce e il profumo di incenso per il santino posto sull’altare della patria.
Ecco sì, c’era qualcosa fuori luogo. Poi, dal prezioso archivio di Radio Radicale, è venuta fuori una dichiarazione del maestro Sciascia su Moro. E ho capito. Non è per togliere qualcosa al maestro di Racalmuto, che come tutti è stato figlio e artefice e vittima del suo tempo; è per aggiungere qualcosa sui sentimenti profondi di questo Paese. Di una sua buona parte. Sentimenti che proprio Sciascia è riuscito a descrivere con acutezza e asciuttezza inarrivabili nei suoi preziosissimi scritti.
Io sono dell’opinione che Moro – dice Sciascia – non è stato un grande statista. È stato un grande politicante”. E ancora: “Moro era un uomo piuttosto scettico, piuttosto pessimista: non credeva negli italiani e tantomeno credeva nella Democrazia Cristiana”. E così, nella sua vita ”non ha fatto altro che mediare, da politicante: ha sempre mediato. Ecco perché s’aspettava, anche nel suo caso, che si mediasse”.
Ecco qual era il dettaglio che nella celebrazione di ieri mancava: mancava quella forma di onestà intellettuale che è nelle cose chiare, schiette e vere. Un dettaglio insignificante, forse. Un dettaglio la cui mancanza però ci qualifica. Un po’ tutti.

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…nella testa di Toninelli

Che la presidenza della Camera debba andare al primo partito uscito dalle urne “non sta scritto da nessuna parte, se non nella testa di Toninelli – dove lo spazio c’è, com’è noto”.

Massimo Bordin, 16.03.2018

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senza speranza…

1519402472622 1521141018 JPG il pd e la riforma dell ordinamento penitenziario

Nessuno poteva pensare che gli ultimi giorni di una legislatura sepolta e di un governo di affari correnti producessero il soprassalto di una volontà di riforma appena decente della condizione delle galere. Ma tant’è. Oggi, finalmente, in zona Cesarini – come usa dire in questi casi –, il Consiglio dei Ministri si appresta a un ulteriore passo verso il varo definitivo del decreto attuativo delle nuove misure alternative. Ma è bastato che la riforma entrasse nell’ordine del giorno per far inalberare il leghista Matteo Salvini. «Un governo sconfitto e senza la fiducia degli italiani si prepara ad approvare il salvaladri – ha detto sobriamente uno tra i papabili alla presidenza del Consiglio –. Facciamo appello al Presidente della Repubblica affinché eviti questa vergogna. Noi siamo pronti a qualsiasi cosa per impedire a migliaia di delinquenti di uscire di galera». Questo è il clima, questo lo stato delle cose. Leghisti e Cinque Stelle ritengono che la lotta per la legalità abbia bisogno di un inasprimento e non di un allentamento della repressione e della filosofia giustizialista. Tocca rassegnarsi a queste posizioni che s’impastano inevitabilmente con quelle autoritarie. Hanno una grossa maggioranza, questi freschi vincitori.
Ci sono luoghi, celle, scantinati, stive, panchine, dai quali si aspetta il loro regno con l’orecchio al suolo, in silenzio, abbracciati alle proprie gambe piegate al petto. Rannicchiati in un angolo. Senza speranza.

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…non riusciamo nemmeno più a piangere.

Davanti al corpo di un giovane uomo che si è dato la morte non si può non pensare all’insopportabile peso della disperazione e dell’incomprensione. Sì, è vero: i padri hanno il dovere di dire ai propri figli che la vita è così forte e così bella da riuscire a superare ogni dolore. Ma a questo dovere andrebbe aggiunto la condivisione di un peso terribile – quello della coscienza del dolore, dell’ingiustizia e dell’indifferenza. Chi riesce a crescere lo fa anche perché, in mezzo a tanto marcio, chiude gli occhi, tappa il naso, e infine respira forte il profumo della propria fredda ostinazione. Eppure, questa legittima capacità di resistere al dolore e alle delusioni per certuni quasi non è spiegabile: sembra pura viltà, rinuncia all’amore e al coraggio. “L’animo mio, per disdegnoso gusto, \ credendo col morir fuggir disdegno, \ ingiusto fece me contra me giusto.” (Dante, Inferno, canto XIII, vv.70-72)
Facciamo poco, noi padri, per raccontare ai nostri figli quanto ci è costato crescere. E ancora meno sappiamo dire loro che ciò che li offende, riesce a offende anche noi. Noi, che a volte, per vergogna, non riusciamo nemmeno più a piangere.

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Più del Duce potè il neocapitalismo…

Il sito di Rai Storia è una miniera preziosa di filmati e documenti interessantissimi; per chi fa fatica a dormire, poi, è un validissimo aiuto ad affrontare la notte tenendosi lontani dalle televendite farlocche o dai perversi social. L’altra notte, per esempio, m’è capitato di vedere una puntata de Il tempo e la Storia dedicata all’educazione dell’infanzia e della gioventù perseguita dal regime fascista [*] (libro e moschetto, fascista perfetto, ricordate?). Tra citazioni e rimandi è emersa, nel corso della trasmissione, la fondamentale questione se l’educazione totalitaria di una generazione abbia o meno plasmato nel profondo il carattere del popolo italiano.
Ora, è pacifico (a parte gli estremisti neofascisti) che qualcosa dell’eredità fascista sia rimasto nel carattere nazionale; come corrente carsica, questa dolorosa eredità riemerge nel carattere nazionale a ogni momento: ad esempio il razzismo, l’omofobia, il maschilismo strisciante, l’anticomunismo e la preferenza più o meno marcata per le destre – ma in definitiva questi atteggiamenti erano propri anche dell’Italietta prefascista. Personalmente però sono convinto – come del resto sosteneva Pasolini – che il carattere nazionale sia stato influenzato a fondo più dal neocapitalismo che dal fascismo. Insomma più il Duce poterono il consumismo, il liberismo, la sessa televisione – e non c’è affatto bisogno di scomodare Berlusconi, che al limite è stato figlio e non padre di questa ideologia, nata forse con le sigarette dei liberatori, col piano Marshall e con il boom economico degli anni cinquanta.
Credere, obbedire e combattere, praticare il culto della guerra, anzi l’esaltazione della morte, fare più figli possibile, considerare la politica il fine primario dell’esistenza, ritenere gli italiani il popolo eletto… ecco, di tutto questo che il fascismo chiedeva (anzi, imponeva) agli italiani, cos’è rimasto alla fine nel loro carattere?! Nulla! Anzi, curiosamente questi ideali si ritrovano oggi più nel fondamentalismo musulmano. È lì che si ritrova il culto fanatico della tradizione, l’esaltazione dell’eroe e il “viva la muerte”, la sottomissione della donna, il senso della guerra permanente e l’ideale del Libro e del moschetto. Tutte queste idee gli italiani le hanno assorbite pochissimo (tranne i terroristi di destra e di sinistra, ma anche questi più disposti a far morire gli altri che a sacrificarsi da kamikaze), e prova ne sia il modo in cui è andata la seconda guerra mondiale. Paradossalmente il disprezzo volontario della vita è stato presente solo in un momento, finale e tragico, tra le ultime raffiche di Salò e partigiani. Una sparuta minoranza.
Che cosa invece ha proposto il neocapitalismo, nelle sue varie declinazioni, giù giù fino al berlusconismo? Di acquisire come diritto, magari a rate, l’automobile, il frigorifero, la lavatrice e la televisore; di considerare l’evasione fiscale un peccatuccio veniale, di passare le serate dedicandole al divertimento, alle ceni più o meno eleganti, sino alla contemplazione di attricette scosciate (e, all’estremo limite, oggi, alla pornografia hard a portata di click), di non preoccuparsi troppo per la politica andando sempre meno a votare (andate al mare la domenica, invece di recarsi al seggio elettorale – invitavano alcuni politici), di limitare il numero dei figli per limitare i problemi economici, insomma di cercare di vivere agiatamente evitando troppi sacrifici. La maggioranza della società italiana si è adeguata con convinto entusiasmo a questo modello. E chi si sacrifica andando ad assistere i disperati nel sud del mondo rimane un’esile minoranza. Gente che – come molti dicono – se l’è andata a cercare, invece di starsene comodamente a casa a guardarsi sul web le repliche dei programmi televisivi.

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Idy Diene aveva 54 anni ed era nato in Senegal nella regione di Thiès. Viveva a Pontedera, in provincia di Pisa. Ogni mattina arrivava in treno a Firenze: di mestiere faceva il venditore ambulante di ombrelli, calzini e accendini. Era arrivato in Italia diciassette anni fa. Un suo amico racconta che “partecipava alle manifestazioni culturali e religiose” e che “frequentava la moschea in centro”. Per tutti era “il saggio”. Un cugino di Diene, Modou Samb, anche lui cittadino senegalese, era stato ucciso il 13 dicembre 2011 a Firenze da Gianluca Casseri, militante di un’organizzazione neofascista italiana. Negli ultimi tempi Diene si era molto avvicinato alla moglie del cugino ucciso, Rokhaya Mbengue, e l’aiutava economicamente. La mattina del 5 marzo, poco prima di mezzogiorno, Diene era sul ponte Amerigo Vespucci, nel centro di Firenze, a due passi dal consolato degli Stati Uniti e dal parco delle Cascine. Roberto Pirrone, un ex tipografo di 65 anni, gli si è avvicinato e gli ha sparato sei o sette colpi di pistola con un’arma semiautomatica. Sul posto sono subito arrivati i soccorsi, ma i tentativi di rianimare Idy Diene sono stati inutili. È morto poco dopo.
Interrogato dalla polizia, Pirrone ha affermato che prima di incontrare Diene stava per sparare a una donna nera con un bambino. La procura di Firenze ha detto che il movente razziale per ora è escluso: Pirrone sarebbe uscito di casa con l’intenzione di suicidarsi, finendo poi per sparare e uccidere a caso. In serata un piccolo corteo di senegalesi ha attraversato il centro della città. Alcuni di loro hanno rovesciato e danneggiato delle fioriere. Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha scritto su Twitter che è stata una protesta violenta e l’ha condannata.
Ieri l’altro, la comunità senegalese ha ripagato, autotassandosi, le fioriere danneggiate. E per mancia ha lasciato a noi tutti quel briciolo di umanità che abbiamo oramai perso.

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ossimoro degli ossimori…

Ancora alcuni anni fa, quando si provava a usare il termine “ossimoro”, occorreva precisare di che cosa si trattasse. È – si diceva – una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini di senso contrario o comunque in forte antitesi tra di loro. La celebre espressione morotea “convergenze parallele” era, ed è tutt’ora, un’ottima espressione per esemplificare il concetto. Altri esempi? Caldo-raggelante, insulto-gentile, Berlusconi-onesto…
Oggigiorno, invece, tutti parlano di ossimoro: lo si legge sovente sulla stampa, l’ho sentito dire da politici in televisione. Pare, insomma, che il significato sia divenuto noto ai più. E la tal cosa m’induce a pensare che o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica o c’è in giro qualcosa di ossimorico.
Dice: magari si tratta di una di quelle mode linguistiche dovute a pigrizia o imitazione — quei fastidiosi modi di dire che durano lo spazio di un mattino, per capirci — e quindi la faccenda, di per se, non è sinonimo di nulla. Tanto per dire: negli anni, quanti “bestiale” o “assurdo” ci siamo sentiti dire anche se non parlavamo né di zoologia né di matematica? Per un poco, ricordate?, tutti avevano preso a chiedere “un attimino”, ma non perché il tempo si fosse inspiegabilmente accorciato ma forse perché magari c’eravamo convinti, a furia di sentircelo chiedere, che così chiamandolo lo si sarebbe ottenuto più facilmente; oppure usava dire “esatto” invece di “sì” o, ancora, “epico” e “mitico” senza che nessuna impresa eroica fosse stata compiuta.
Tuttavia o, se volete, in aggiunta, il sospetto è che l’ossimoro abbia guadagnato in popolarità perché viviamo in un mondo dove, venute a cadere le ideologie (che cercavano, anche rozzamente, di ridurre le contraddizioni per imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie. E non è detto che fosse più adatta all’ossimoro la vecchia lingua che i partiti usavano non per comunicare ma per nascondere, occultare, opacizzare, custodire segreti da iniziati. Con modi opposti si può esprimere una stessa tensione, quella italiana verso l’impossibile. La Realtà Virtuale, ad esempio, che è un poco come un Nulla Concreto. Poi c’è quello delle Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo è se si considera che una bomba, per definizione, è stupida e dovrebbe cadere dove la si butta, rispettando unicamente le leggi della meccanica classica, ché altrimenti, se fa di propria iniziativa, rischia di diventare Fuoco Amico, altro bellissimo ossimoro, se per fuoco ci si riferisce a qualcosa messo in essere per recar danni a chi amico, appunto, non è. Mi pare abbastanza ossimorica l’Esportazione della Libertà, se, com’è nei fatti, la libertà è qualcosa che un popolo o un gruppo si guadagnano per decisione personale e mai per imposizione altrui. A ben sottilizzare, poi, c’è un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perché lo si può tradurre come Interesse Privato Perseguito per il Pubblico Bene – o, più verosimilmente, come Interesse Collettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare. E ancora, ricordo quando sui giornali non era affatto strano leggere che gli alleati di Berlusconi, la Destra Moderata (altro bell’ossimoro), erano gli Atei Devoti Pera e Ferrara – ricordate?. Non trascurerei, anche se oramai ci siamo abituati, l’Intelligenza Artificiale e persino il Cervello Elettronico (se il cervello è quella cosa molliccia e grigia che abbiamo nella scatola cranica). E poi: fanta-scienza, reality-tv, caos calmo o, per citar Leopardi, “edonista infelice”, etc, etc, etc…
Insomma, non sapendo più come far convivere scelte che non possono stare insieme (un governo delle grandi intese, per dire), si ricorre agli ossimori per dare l’impressione che ciò che non può convivere conviva: le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicare), la politica in televisione e le pagliacciate in parlamento, i leghisti campani, il populismo liberal, il patto del Nazzareno. E, per finire, ossimoro degli ossimori, un politico [*] che ha la faccia tosta di affermare di non aver “a cuore le poltrone”.

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i barbari vincono

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Ogni volta che subisce una batosta, la sinistra delle barche a vela e degli chef stellati osserva il ceto medio trionfante del Nord con un moto di stupefatto disgusto. È successo in passato, è successo anche questa volta. La società incivile: li chiamano così, quei milioni di italiani che si sentono all’opposizione dai tempi del primo centrosinistra di Fanfani, vorrebbero meno tasse (una sola aliquota magari), meno scartoffie e clandestini, amano i prati ma anche le autostrade, vivono male sotto i cieli plumbei ma non per questo scappano dalle responsabilità; leggono Wilbur Smith invece di Umberto Eco oppure non leggono affatto, ché come i più amano dire: «se avessi studiato mica sarei arrivato dove sono». A questi trionfanti compatrioti, la sinistra offre tuttalpiù un severo giudizio, quando prova a formulare un giudizio, ma non è affatto capace di ascoltarli, di intercettarne le richieste, di provare a stabilire un contatto. Eppure basterebbe una analisi un po’ meno superficiale di quella che riserva di solito al problema per inquadrare storicamente (almeno storicamente) quella che qualcuno ha definito “Rozza Italia”. Sono i barbari, insensibili ai valori classici ma traboccanti di fiducia in se stessi e di energie. L’Impero Romano, il glorioso impero dei Cesari, poté solo ritardare la propria caduta, usando le loro truppe per difendere i suoi confini o assorbendone i generali. Ma una minoranza in declino, che finge poi di non vedere i problemi, per incapacità o per freddo calcolo, non può comandare in eterno su una maggioranza più incazzata e brutalmente vitale. Non enunciare un problema non ne avvicina la soluzione; la allontana. E prima o poi, statene certi, i barbari vincono: è una legge di natura che nessun artifizio retorico del centrosinistra potrà affatto mutare.

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Intanto, ai CAF…

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…e poi?!

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Per quei pochi che non lo sapessero la cosa è andata più o meno così. Quelli di Sky Uno HD, in seconda serata, mandano in onda, dal lunedì al venerdì, una trasmissione che si chiama “E poi c’è Cattelan”. In una delle ultime, Cattelan, il conduttore brillante, scherza con la bella Noemi sui luoghi comuni dei testi delle canzoni. S’arriva a Sanremo e qui parte il riferimento al brano vincitore, quello di Ermel Meta, appunto. Tra un sorrisino e uno sberleffo, s’insinua, candidamente, che si tratti di un testo banale. Apriti cielo! Ermel s’incazza su Twitter: pretende il contraddittorio e s’attacca alle buone maniere. Gli ermelini, che – stando alle cronache – pare siano molti, s’incazzano a loro volta. E di brutto. Parte una di quelle crociate contro Cattelan che grillini contro piddini scansate proprio. Catalan, non contento di aver preso in giro un artista di cotanto seguito qual è Ermel, ancora ne ride nella puntata successiva. E qui, lasciandovi solo immaginare il casino tra rancori e bordate che n’è venuto fuori sui social, la pianto. Però, il punto: di fronte a un fatto sì grave, com’è che il Corriere, o il senatore Zanda, o Franceschini, o peggio ancora la Finocchiaro non hanno ancora chiesto a Renzi di dimettersi immediatamente?

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