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giornalai…

Il Corriere, nel riportare ‘sta notizia, produce un capolavoro di pavidità che al confronto quello svergognato di Emilio Fede mi si erge come modello di giornalista dalla schiena dritta. “In un tweet prima e nel corso di un’intervista a SkyTg24 Salvini – si legge nell’articolo – aggredisce le parole di un’abitante di un campo nomadi della periferia milanese”. Sarebbero state aggredite le parole, capite?, le parole, non la persona… roba da pazzi!

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come può essere ignorante la gente

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Uno dei brani che preferisco è l’inizio del primo capitolo, dove Stephen Hawking racconta di un famoso scienziato che stava tenendo una conferenza sul modo in cui la Terra ruota intorno al Sole, e il Sole ruota intorno al sistema solare, eccetera eccetera. Allora una donna in fondo alla sala alza la mano e fa: «Ci sta dicendo un mucchio di sciocchezze. La Terra in realtà è un disco piatto che poggia sul dorso di una tartaruga gigante». E a quel punto lo scienziato le domanda a cos’è appoggiata la tartaruga. E lei gli risponde: «A una serie infinita di tartarughe!» È una storia che mi piace da matti, perché dimostra come può essere ignorante la gente. E anche perché adoro le tartarughe.

[Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, traduzione di Massimo Bocchiola, Parma, Guanda 2005]

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Comunque…

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Comunque, la cosa affascinante è che su «National Geographic» ho letto che ci sono più persone vive oggi di quante ne sono morte in tutta la storia dell’uomo. Per dire, se tutti tutti volessero recitare Amleto contemporaneamente, non ci sarebbero abbastanza teschi.

[Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, traduzione di Massimo Bocchiola, Parma, Guanda 2005, p. 15]

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standalone

ZHFFO

Piccolo codice LaTeX che fa uso del package standalone per generare un’immagine. Utile per creare piccoli contenuti matematici per i social [*].

\documentclass[border=10pt,preview,varwidth,convert]{standalone}
\usepackage{amssymb}
\usepackage{xcolor}
\usepackage[italian]{babel}
\usepackage[T1]{fontenc}

\newenvironment{nothing}{}{}
\standaloneenv{nothing}

\begin{document}
\pagecolor[RGB]{255,255,254}

\begin{nothing}
  A \emph{group representation} is a group homomorphism
  \[
  \rho \colon G \longrightarrow GL(V)
  \]
  from the group $G$ to the general linear group $GL(V)$.
\end{nothing}\end{document}

Social

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la paura

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Il coraggio, il coraggio di fare a pezzi la paura, pezzi piccoli piccoli, e calpestarli, strapazzarli finché gli abiti non cambiano colore per il sudore; il coraggio di ignorare la paura, di prenderla a schiaffi, a calci, a pugni sopra gli zigomi, con le nocche delle mani allineate, pugni forti, decisi a sentire il rumore sordo delle ossa spaccarsi.
Bisogna avere il coraggio di capirla la paura, assecondarla affinché si sveli, provocarla, convincerla a mostrarsi, e solo allora, solo allora, guardarla negli occhi per dirle che lì, oramai, per lei non c’è più posto. Anche quando c’è questa sensazione che pesa sul cuore, questo dolore sordo che s’attacca alla viscere, questa impossibilità di trovare un rifugio, un appiglio, una mezza soluzione. Anche quando tutti gli accorgimenti del mondo non sono affatto sufficienti – ché la malattia, bastarda!, striscia sotto la superficie e si prende il corpo da dentro, come un peso interiore che trascina a fondo, inesorabilmente. E l’acqua scura e pesante avvolge il corpo, le mani e la testa in un vortice profondo. Ecco, sì, anche in queste situazioni, la paura bisogna rimandarla al mittente, rifiutarla, spaventarla, spaccarla, pugnalarla, mortificarla, stringerla forte fino a toglierle il fiato.
Masticala e sputala, deridila, scacciala, umiliala! Sempre. Se ci si vuole salvare, alla paura bisogna avere il coraggio di farle tutto, tranne che scriverne come se esistesse davvero o , peggio ancora, fingere di non averne.

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supplica rivolta ai potenti

«Ho voluto riportare ancora una volta alla ribalta un certo campionario umano, al quale anche in precedenza mi ero rivolto con interesse e attenzione. È il mondo di tutti i diseredati, dei perseguitati, di coloro che la società calpesta condannandoli a una sorta di morte morale, privandoli anche della loro primitiva innocenza. Sono costoro, appunto, i protagonisti di questa cantata: i drogati, le fanciulle traviate, le vittime della guerra, i condannati a morte, quanti sono caduti nelle panie del male perché non rimaneva loro altra scelta, dopo avere invano atteso dal consorzio umano l’ausilio di un briciolo d’amore. Nelle parole che io metto loro in bocca, essi concludono il loro calvario con una supplica rivolta ai potenti, ai ricchi, a coloro che sulle loro sventure hanno edificato la propria fortuna: abbiate pietà di noi, vostre vittime, affinché “all’ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo / per non aver pietà giammai avuto”.»

[Fabrizio de André , Anche le parole sono nomadi]

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