A margine.

Umberto bossi

  Sono necessarie una piccola considerazione e — a margine, seppur stretto — una precisazione su questa ”condanna per vilipendio” — in queste ore è argomento comune sul cartaceo, in tv e on line – che ha visto contrapposti l’ex senatùr Umberto Bossi e l’ex presidente Napolitano.
A voler riassumere la cosa in poche battute andrebbe detto che Bossi nel corso di un comizio, citando il nome di Napolitano chiosò dicendo «nomen, omen, l’è un terùn!». Gli astanti — ricordano le cronache — sottolinearono la battuta con applausi e altri rumori corporali scandendo il classico e scontato «vaffanculo». Chiusura ad effetto dell’ex leader: «Non dite così, magari gli piace». Fine della cronaca. Punto.
Ieri la condanna: un anno e mezzo di reclusione all’ex leader leghista per vilipendio.
Ora, immagino che il presidente Napolitano sia molto più di me sensibile alla tutela, al di là della propria persona, delle dignità della carica che ha ricoperto e che altri ricoprono e ricopriranno, ma la questione rischia di prendere una brutta piega ché quello di vilipendio è, obiettivamente, un reato detestabile quanto il carcere che qui si auspica il senatùr non debba scontare. Insomma, il costo della squallida vicenda giudiziaria è alto, più ancora che per lo spensierato Umberto Bossi, per l’Italia e i capricci della sua giustizia. E questa la considerazione.
A margine: non mi si vengano a tirar in ballo parallelismi e analogie con altri casi giudiziari, alzando magari il vessillo della “libertà di pensiero”. È assolutamente evidente che, nel caso di Bossi, si farebbe un torto alla logica e al pensiero pure.

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#iostoconerri

Roberto saviano

Parto da qui, dal post pubblicato ieri da Roberto Saviano sulla sua bacheca Facebook: “il silenzio degli scrittori – leggo tra l’altro – è assordante.”
Non v’azzardate a pretendere dai grandi scrittori italiani di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (sic!) di esporsi con un’opinione difforme dal gregge. Se un collega – un loro collega, dico – come De Luca (invero, piacerebbe a molti di loro essere colleghi di De Luca) si ritrova coinvolto in un accidente per aver espresso un’opinione, i più s’affrettano a scappare per andare a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro: è la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a essere solidale coi membri più famosi del medesimo club. È la felicità perversa che nutre nel massacrarli o, se volete, il solito concentrato di concreto opportunismo e di indignazione di facciata, un tanto al chilo, tutta metafisica, politicamente inerte e perfino un po’ codina: “pronti ad avere parole dure e acide – scrive ancora Saviano – per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia.
Solo opportunismo? invidia? Difficile generalizzare, ché il coraggio – il coraggio di combattere per le proprie idee, intendo – non si impara, nemmeno con tanto tanto (e sfacciatamente pubblicizzato) talento.

Da appassionato lettore, per quanto possa valere, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide battaglie civili.

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la più schifosa…

Papa

Il XX settembre di 145 anni fa, gli italiani persero un treno con la Storia: abbattere la più schifosa delle monarchie europee.

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Bravo, Vicie’!

Lique

Su certe credenze mosse dalla fede, non vale neanche la pena provare a muovere una pur minima obiezione di logica, di opportunità, sprecar fiato per dimostrare l’assurdo enorme quanto una montagna di merda. Sulle prodigiose qualità del liquido che la tradizione vorrebbe fosse il sangue di San Gennaro, ad esempio, non vale neanche la pena provare a discutere. Così come non vale la pena di discutere sulla fede, ché quella la fede non tollera discussione, né tanto meno – almeno certe volte, dico – tollera i dubbi. Meno che mai – neanche in astratto, dico – varrà la pena di discutere su cosa muova i napoletani a credere nella liquefazione del contenuto delle due ampolline e al fatto che dalla liquefazione o meno del liquido dipenda, con certezza assoluta, la buona sorte del popolo tutto. Sarebbe carino, magari, provare a spendere, eventualmente, due parole su cosa sarebbe Napoli, oggi, dopo che il prodigio s’è verificato, conti alla mano, più di 1.800 volte, se solo un centesimo – un centesimo, dico – delle speranze riposte nel miracolo avessero trovato riscontro nei fatti, lungo i secoli: sarebbe un paradiso terrestre. Oppure, specularmente, cosa sarebbe Napoli, oggi, se non avesse goduto dei 1.800 e più favori del santo: potrebbe essere – solo a pensarlo – peggio di com’è? No, neanche su questo varrà la pena spenderci qualche parola. Così come – a ragionarci su – non conviene spendere neanche mezza parolina sul fatto che la Chiesa non considera un “miracolo” la periodica liquefazione del contenuto delle due ampolline, ma consente che la tradizione popolare lo ritenga tale, e un suo cardinale, Crescenzio Sepe, definisca il momento dell’annunciazione – quest’anno, poi, ha fatto anche il verso al cardinale protodiacono scimmiottandone il famosissimo “annuntio vobis” – “solenne”. Insomma, dobbiamo lasciar perdere ogni questione che investirebbe la logica: siamo dinnanzi a un fatto – e che fatto! – che non tollera alcun genere di analisi né, tanto meno, alcun tentativo di decostruzione. Al massimo è consentito il chiacchiericcio, come si fa al bar quando ci si intrattiene a parlare della formazione delle squadre di calcio, della prestazione agonistica di quel tale attaccante, o, che ne so, del tempo che fa. Piove? Sì, cazzo quanta ne viene giù! Fa caldo? Come, no; co’ ‘st’afa poi, non si respira.
E dunque anche quest’anno, puntuale come i treni quando c’era Lui, San Gennaro non ha mancato all’appuntamento. Anzi, non hanno fatto in tempo a tirar fuori l’ampolla dalla teca che – l’ha detto Sepe, l’ha detto – subito s’è avuta la lieta notizia: il sangue, o quello che è, era già bello che squagliato.
Non importa il motivo, la ragione di questo affrettarsi a “squagliarsi”. Non importa. L’importante è che anche quest’anno i napoletani possano sentirsi sotto l’ala protettiva del loro santo, sennò sai che casino ne verrebbe fuori?! Camorra, disoccupazione, munnezza, uccisioni per le strade, cose così. Ma per fortuna il santo ha detto chiaro e tondo no – e in fretta, cazzo se l’ha detto di fretta – e in città finalmente si respira. Ché – sia detto senza alcuna punta di ironia – sarà gente maltrattata dalla storia, come recitano i polverosi volumi lassù in alto sugli scaffali della mia biblioteca, o di plebaglia riottosa a diventar popolo, ma quello che le dà la forza di tirare avanti è la stampella delle superstizioni, delle credenze indissolubilmente radicate e guai a toccargliela. Anzi, siente a me, se non vuoi offendere la sua zoppia e vedere come è lesto a correre per scommarti di sangue, conviene rispettargliela come terza gamba ‘sta stampella.
E così, anche il governatore De Luca – Vicienzo, per gli amici – può dirsi emozionato e sperare che “l’esempio del Martire ci aiuti a costruire una comunità solidale ed impegnata a realizzare ogni giorno un futuro migliore contro violenza e povertà”. E certo, no?! Conviene sempre farsi dare una mano, una stampella appunto, ché sai quanto ci mette la plebaglia a fare un culo tanto a un Masaniello? Bravo, Vicie’, ti conviene sperare nell’aiuto del santo: appoggiati pure sulla stampella, prego. La Chiesa non dice si tratti di un miracolo, non sai se davvero è sangue quello che sta lì dentro, ma ti basti sapere che si tratta di onorare una superstizione e, se rifiuti l’aiuto, poi quelli i superstizioni si sentono offesi, e pare brutto. E giustamente, mi fai una dichiarazione da governatore, altruista – mica stai lì a pensare ai cazzi tuoi, a chiedere una grazia come tutti gli altri scafessi del popolino – no, tu mi vesti i pani istituzionali e così s’è capito che stai chiedendo questo piacere al santo per tutti, anche per i non credenti che ti hanno votato ritenendoti il primo furbacchione menopeggio e più sfaccimmo a rappresentarli, compresi i cinesi e i musulmani di Piazza Mercato ai quali hai chiesto il voto non più di qualche mese fa.

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non è proprio un déja vu…

Berlusconi

È sicuramente il più noto tra gli imprenditori del paese. È ricchissimo. Ha una fissa per i suoi capelli — almeno per quelli che ancora gli restano. Ha detto, con gusto, frasi del tipo: «La pigrizia è un tratto caratteristico dei neri». Oppure: «L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e le mie donne sono più belle». O anche: «Non lo faccio per i soldi. Ne ho già abbastanza, più di quelli che mi potrebbero mai servire».
Ha iniziato a guadagnare nel settore edilizio immobiliare; proprietario di una squadra di football, gli piace andare in TV ed è accusato di aver fatto affari con la mafia. Fa battute maschiliste e politicamente scorrette. Si è sposato due volte e ha cinque figli — due dei quali lavorano nelle sue aziende.
A chi gli chiede il motivo della discesa in campo, risponde convinto che un imprenditore, meglio di un politico di professione, è più adatto alla gestione del Paese. Si presenta come un outsider e mira a colmare il vuoto di leadership lasciato a destra. È talmente grossolano e ridicolo che potrebbe riscuotere un discreto successo nel peggiore elettorato di destra, anche se i suoi avversari politici sono convinti che non vincerà mai le elezioni: lo considerano poco meno che un pallone gonfiato, pieno di quattrini, che di punto in bianco, ritenendosi uomo della provvidenza, ha deciso di comprarsi (letteralmente) un palcoscenico politico di prima grandezza per giocare a far politica.
Sì, lo so che Donald Trump provoca in noi italiani una strana sensazione, come di déjà vu. Comprensibile. Ma, fidatevi, quel bruciore al culo non è proprio un déja vu. Puntini, puntini, puntini.

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come per gli attrezzi del mestiere…

Ferri del mestiere

La lettera più cretina che ho letto a difesa del sindaco di Venezia, Brugnaro, è stata quella indirizzata ad Augias da tale Lorenzo Colivini pubblicata ieri da Repubblica. Il Colivini, critico nei confronti di Augias, sostiene «che dopo filosofi e giuristi insigni che hanno portato Venezia al disastro odierno, un sindaco ruspante (ma tutt’altro che stupido) merita di essere giudicato senza preconcetti.» La risposta di Augias alla provocazione (?) del lettore è, come nel suo stile, pacatamente sarcastica e riporta il problema al suo punto d’origine: «Con la sincera speranza che — chiosa Augias — il nuovo sindaco di Venezia possa smentire nel modo più convincente l’antico motto che chi parla male pensa anche male.» Ecco, l’ha detto: chi parla (e scrive) male pensa anche male.
La precisione di un termine – non importa se aggettivo, verbo, sostantivo, ecc. – è la consapevole visione del reale (d’un pezzo del reale) cui esso fa riferimento. In questo senso – è il caso di precisarlo subito – non esiste alcun termine che si possa dire, in principio, preciso in assoluto: si tenta – chi tenta, e quando tenta – d’essere precisi quanto più possibile, magari solo di striscio. Sicché, come per gli attrezzi del mestiere, più termini a disposizione avremo fra i quali scegliere quello più preciso – relativamente preciso – e più spingiamo la nostra visione verso il vero, anche se questo non implicherà necessariamente capire esattamente ciò che si vede.
Quando il termine è superficialmente impreciso, quando la lingua è utilizzata male, quando un italiano ha un pessimo italiano, quando non si compie lo sforzo di procurarsi il migliore dei termini per esprimere un concetto, insomma, quando — per colpa o per incapacità — la scelta di un termine è limitata, sciattamente lasciata ai fastidiosissimi modi di dire, si vede sicuramente male e sicuramente non si capisce niente.
Parlare e scrivere sono più causa che effetto del conoscere: parlando e scrivendo si ragiona, il linguaggio costruisce il pensiero, non viceversa.
Più ridotta è la possibilità di scelta, più lo strumento di scelta è inutilizzato o, peggio ancora, è male utilizzato, più si è trasandati nella scelta di un termine, e meno si ragiona. Sicché, se sento e leggo quanta gente parla e scrive male, se sento e leggo ovunque un pessimo italiano, io mi spiego il perché della folle decadenza che ha preso l’Italia; e, giacché il peggiore italiano è ormai parlato e scritto da chi, cocciutamente, s’ostina a ritenersi in grado di gestire (e, magari, cambiare) le sorti di questo paese (a tutti i livelli, e per le competenze che gli spettano), beh io mi spiego pure perché questo paese sia oramai del tutto andato irrecuperabilmente a male.

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…come Pertini e Mandela.

Grillo

Condannato (in primo grado) a un anno di reclusione per diffamazione, Beppe Grillo si è detto pronto al sacrificio: «Se Pertini e Mandela sono finiti in prigione potrò andarci anch’io per una causa che sento giusta e che è stata appoggiata dalla stragrande maggioranza degli italiani al referendum». Accostamento dissacrante – oltre che suggestivo. Ché Sandro Pertini – come ricorderanno quelli che hanno studiato la Storia – fu perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, mentre a Nelson Mandela il regime sudafricano dell’apartheid diede addirittura l’ergastolo che lo costrinse agli arresti fino al febbraio del 1990. Ma Grillo – è lecito chiedersi –, contro quale regime si è scagliato? a quale tiranno è andato a pestar i piedi? Beh, il truce despota risponde al nome del professor Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale del Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari dell’Università di Modena e Reggio. Stando alle cronache, pare che l’impavido Grillo sia stato condannato «per aver detto in un comizio che il professor Battaglia — per lo stesso principio per cui Rita Levi Montalcini era solo «una vecchia puttana» — affermava delle coglionate in merito al nucleare». Oh, ebbè?! Cazzo avete da ridere?! Non v’approfittate del fatto che ho il braccio troppo corto per darvi lo schiaffone che meritereste! Vi vedo, sapete? Fate poco gli spiritosi, ché se Giuseppe Piero Grillo, detto Beppe, dice d’essere come Pertini e Mandela sarà vero, no? Metti, che ne so, che anche quelli mi pisciavano i paragoni, eh!?

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#cambiaverso

Cambiaverso

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In nome del popolo italiano…

Scattone

Le cose stanno come stanno. Mi son detto — me lo dico spesso — che “cattivi maestri” è una pessima figura retorica, ché o si è bravi a trasmettere un sapere (e allora si è maestro) oppure, se non si sa o se non si è capaci di insegnare, semplicemente non si è maestro. Tutto qui. Un maestro insegna le cose che sa, per questo viene pagato: spiega agli allievi, ad esempio, che chi uccide o chi ruba commette un reato, mentre tocca ai genitori spiegargli che non si uccide e non si ruba. Questa è la prima cosa che m’è venuta in mente leggendo della vicenda di Scattone. La seconda cosa riguarda la funzione “didattica” della pena. La punizione del trasgressore è una sorta di ricompensa che lo Stato assegna a chi rispetta la legge come contropartita al fatto di aver rinunciato a imitare o punire con le proprie mani il colpevole; una soluzione simbolica che dovrebbe placare l’immaginario e le frustrazioni degli osservanti, che dovrebbero rendere sopportabile l’obbedienza collettiva. Fatte le debite proporzioni, l’esecuzione della pena viene sottratta alla comunità, che rinuncia a reagire e si accontenta di delegare [“In nome del popolo italiano…” appunteremmo a margine] e osservare. Almeno secondo i nostri codici, questo dovrebbe bastare. E quasi sempre basta. Tanto più a condanna scontata.

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[…]

Manzoni

Quella del testo che si finge ritrovato è una delle costruzioni letterarie che, peggio di un tarlo succhiello, mi ha sempre dato da pensare. L’autore – ché di questo si tratta – presenta il suo come un testo non suo, o quanto meno, derivato da un testo non propriamente scritto da lui. È una finzione combinata, aggravata il più delle volte – non sempre, ma quasi sempre – dall’essere una finzione rozzamente costruita. Finge l’autore – non sempre, ma quasi sempre – d’aver avuto un testo scritto da uno sconosciuto, che ovviamente risulta a tutti sconosciuto per davvero (e grazie al cazzo, verrebbe da chiosare). E finge – non sempre, ma quasi sempre – d’essere venuto in possesso di quel testo in modo accidentale, fortuito. Finge – non sempre, ma quasi sempre – di averlo corretto, tradotto, snellito, ripulito, giurando sul suo onore di non avervi apportata alcuna modifica nell’ossatura, se non, appunto, nella sola forma che – non sempre, ma quasi sempre – è anche sostanza.
Chissà se, con questo, sarò riuscito a chiarire la natura del mio da pensare sulla costruzione letteraria del testo che si finge ritrovato. Penso – e dico il primo che viene in mente – al Manzoni de I Promessi Sposi: lo “scartafaccio” “dilavato e graffiato autografo” dell’anonimo “buon secentista” che l’autore prova a trascrivere fino ad “accidenti”, così almeno finge Manzoni. Ecco: a che serve – esattamente – questa finzione? A quale effetto mira? È — chiedo — una riserva con la quale l’autore sembra voler rinunciare a oneri e onori? Ma, in tal caso, è una rinuncia che non può reggere, e infatti sembra costruita proprio per non reggere. L’evidenza della finzione, non a caso, spesso resa da una disarmante inverosimiglianza di dettagli relativi al ritrovamento del testo o comunque dall’abuso che se n’è fatto della finzione letteraria in quanto tale, è – non sempre, ma quasi sempre – la regola. E allora: perché questa finzione?

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