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Pietro Tosca, 69 anni, sceneggiatore, comincia a fare i conti con la decadenza dei suoi anni e in filigrana con la morte.
Non si fida più del suo corpo, dei suoi riflessi, della sua vista, della sua guida: la moglie ha sognato (o, meglio, finge di aver sognato) che lui morirà presto e forse è una premonizione o un voler giocar sullo spavento per costringerlo a sottoporsi a delle banali analisi cliniche di controllo; spavento che nasce da un mix di superstizione e razionalismo che convivono in “un cretino intelligente” com’è appunto Pietro. E infatti, Pietro comincia a stare male sul serio e si avvia sulla strada della apprensione e della negazione, convinto oramai di essere troppo vicino alla fine dei suoi giorni.
Ma in realtà Tosca è solo il protagonista di un racconto in corso di scrittura dal suggestivo titolo La morte allegra. Il suo autore, co-protagonista del libro e altro io dell’opera, va però curiosamente incontro a un destino analogo a quello di Pietro in un riuscitissimo intreccio di piani tra il reale e il narrato che in più punti collidono fino a fondersi. Un improvviso malessere, infatti, porta lo scrittore in ospedale e lui che, un po’ per carattere e un po’ per scaramanzia, aveva sempre corteggiato la vecchiaia anticipandola e adattandosela addosso prima del tempo, si trova ora, malgre soi, a fronteggiare una possibile fine: messo di fronte alla realtà, si scopre così curiosamente inadatto alla nuova situazione e, cosa ancor peggiore, incapace di fronteggiarla al meglio con gli strumenti che via via, nel corso della sua esistenza, s’era attrezzato e ingegnato di possedere. Rivestito di vecchie corazze inefficaci e d’armi scariche per poterlo efficacemente proteggere dalle sue paure, per l’autore iniziano in un sol colpo a vacillare tutte le certezze ed è costretto a ridisegnare gli schemi narrativi e a valutare sotto angoli diversi, con filtri speculativi completamente nuovi e rinnovati, le vecchie relazioni e gli antichi sentimenti.
Le due storie vengono così a procedere parallelamente: da una parte lo scrittore, ricoverato in ospedale, che cerca la distrazione o, per meglio dire, il filo conduttore degli intricati accadimenti del vivere quotidiano nell’esercizio della sua scrittura e dall’altra il racconto stesso che si inceppa e si nutre via via della realtà provando a cambiarla o a farsi del tutto cambiare.
Vengono così ad alternarsi e ad intrecciarsi i diversi tempi e modi di vivere la paura della morte, della sua negazione, della via di uscita la più decorosa possibile e la fuga dagli accadimenti reali fino allo sprofondare nella sofferenza con un compiacimento lamentoso.
La narrazione è tenuta sul filo dell’autoironia di cui Starnone è sempre capace e descrive con acutezza quel miscuglio di lucidità e autoinganno, di misura e teatralità di cui, con diversi gradienti, più o meno marcati, tutti noi siamo capaci con uno sparpetuare fino quasi allo sfinimento: straziante agonia per cercare di trattenere il più possibile la vita o allontanare il più possibile la morte.
Ma esisterà poi un modo per addestrarsi alla fine? per meglio prepararsi alla morte? Forse che la saggezza può stare nell’esser capace di liberarsi dai propri desideri, dalle proprie contraddizioni, dagli affanni e dal logorio delle passioni e sottrarsi così gradualmente al mondo? «Devo finirla sia con la vita regolata dai dieci comandamenti, che con il tempo sregolato delle voglie e delle vanità. Devo addestrarmi a ridurre il mio ruolo nel mondo al solo controllo degli sfinteri. Quando anche quello mi sfuggirà, vedrò con chiarezza quante stupidaggini mi sono raccontato per tutta la vita e accetterò finalmente la morte.»
«Ma no. Meglio tenermi fino all’ultimo — conclude Tosca — tutto e il contrario di tutto, come avevo sempre fatto. Desiderare. Godere della folla di esperienze nominabili e innominabili.
Io è questo, un turbinio di incoerenze che elabora tecniche per fingere una coesione.
Mi inventerò qualcosa, via, quante storie: ce la fanno tutti, ce l’hanno sempre fatta tutti, ce la farò anche io a morire».

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