Bravo, Vicie’!

Lique

Su certe credenze mosse dalla fede, non vale neanche la pena provare a muovere una pur minima obiezione di logica, di opportunità, sprecar fiato per dimostrare l’assurdo enorme quanto una montagna di merda. Sulle prodigiose qualità del liquido che la tradizione vorrebbe fosse il sangue di San Gennaro, ad esempio, non vale neanche la pena provare a discutere. Così come non vale la pena di discutere sulla fede, ché quella la fede non tollera discussione, né tanto meno – almeno certe volte, dico – tollera i dubbi. Meno che mai – neanche in astratto, dico – varrà la pena di discutere su cosa muova i napoletani a credere nella liquefazione del contenuto delle due ampolline e al fatto che dalla liquefazione o meno del liquido dipenda, con certezza assoluta, la buona sorte del popolo tutto. Sarebbe carino, magari, provare a spendere, eventualmente, due parole su cosa sarebbe Napoli, oggi, dopo che il prodigio s’è verificato, conti alla mano, più di 1.800 volte, se solo un centesimo – un centesimo, dico – delle speranze riposte nel miracolo avessero trovato riscontro nei fatti, lungo i secoli: sarebbe un paradiso terrestre. Oppure, specularmente, cosa sarebbe Napoli, oggi, se non avesse goduto dei 1.800 e più favori del santo: potrebbe essere – solo a pensarlo – peggio di com’è? No, neanche su questo varrà la pena spenderci qualche parola. Così come – a ragionarci su – non conviene spendere neanche mezza parolina sul fatto che la Chiesa non considera un “miracolo” la periodica liquefazione del contenuto delle due ampolline, ma consente che la tradizione popolare lo ritenga tale, e un suo cardinale, Crescenzio Sepe, definisca il momento dell’annunciazione – quest’anno, poi, ha fatto anche il verso al cardinale protodiacono scimmiottandone il famosissimo “annuntio vobis” – “solenne”. Insomma, dobbiamo lasciar perdere ogni questione che investirebbe la logica: siamo dinnanzi a un fatto – e che fatto! – che non tollera alcun genere di analisi né, tanto meno, alcun tentativo di decostruzione. Al massimo è consentito il chiacchiericcio, come si fa al bar quando ci si intrattiene a parlare della formazione delle squadre di calcio, della prestazione agonistica di quel tale attaccante, o, che ne so, del tempo che fa. Piove? Sì, cazzo quanta ne viene giù! Fa caldo? Come, no; co’ ‘st’afa poi, non si respira.
E dunque anche quest’anno, puntuale come i treni quando c’era Lui, San Gennaro non ha mancato all’appuntamento. Anzi, non hanno fatto in tempo a tirar fuori l’ampolla dalla teca che – l’ha detto Sepe, l’ha detto – subito s’è avuta la lieta notizia: il sangue, o quello che è, era già bello che squagliato.
Non importa il motivo, la ragione di questo affrettarsi a “squagliarsi”. Non importa. L’importante è che anche quest’anno i napoletani possano sentirsi sotto l’ala protettiva del loro santo, sennò sai che casino ne verrebbe fuori?! Camorra, disoccupazione, munnezza, uccisioni per le strade, cose così. Ma per fortuna il santo ha detto chiaro e tondo no – e in fretta, cazzo se l’ha detto di fretta – e in città finalmente si respira. Ché – sia detto senza alcuna punta di ironia – sarà gente maltrattata dalla storia, come recitano i polverosi volumi lassù in alto sugli scaffali della mia biblioteca, o di plebaglia riottosa a diventar popolo, ma quello che le dà la forza di tirare avanti è la stampella delle superstizioni, delle credenze indissolubilmente radicate e guai a toccargliela. Anzi, siente a me, se non vuoi offendere la sua zoppia e vedere come è lesto a correre per scommarti di sangue, conviene rispettargliela come terza gamba ‘sta stampella.
E così, anche il governatore De Luca – Vicienzo, per gli amici – può dirsi emozionato e sperare che “l’esempio del Martire ci aiuti a costruire una comunità solidale ed impegnata a realizzare ogni giorno un futuro migliore contro violenza e povertà”. E certo, no?! Conviene sempre farsi dare una mano, una stampella appunto, ché sai quanto ci mette la plebaglia a fare un culo tanto a un Masaniello? Bravo, Vicie’, ti conviene sperare nell’aiuto del santo: appoggiati pure sulla stampella, prego. La Chiesa non dice si tratti di un miracolo, non sai se davvero è sangue quello che sta lì dentro, ma ti basti sapere che si tratta di onorare una superstizione e, se rifiuti l’aiuto, poi quelli i superstizioni si sentono offesi, e pare brutto. E giustamente, mi fai una dichiarazione da governatore, altruista – mica stai lì a pensare ai cazzi tuoi, a chiedere una grazia come tutti gli altri scafessi del popolino – no, tu mi vesti i pani istituzionali e così s’è capito che stai chiedendo questo piacere al santo per tutti, anche per i non credenti che ti hanno votato ritenendoti il primo furbacchione menopeggio e più sfaccimmo a rappresentarli, compresi i cinesi e i musulmani di Piazza Mercato ai quali hai chiesto il voto non più di qualche mese fa.

non è proprio un déja vu…

Berlusconi

È sicuramente il più noto tra gli imprenditori del paese. È ricchissimo. Ha una fissa per i suoi capelli — almeno per quelli che ancora gli restano. Ha detto, con gusto, frasi del tipo: «La pigrizia è un tratto caratteristico dei neri». Oppure: «L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e le mie donne sono più belle». O anche: «Non lo faccio per i soldi. Ne ho già abbastanza, più di quelli che mi potrebbero mai servire».
Ha iniziato a guadagnare nel settore edilizio immobiliare; proprietario di una squadra di football, gli piace andare in TV ed è accusato di aver fatto affari con la mafia. Fa battute maschiliste e politicamente scorrette. Si è sposato due volte e ha cinque figli — due dei quali lavorano nelle sue aziende.
A chi gli chiede il motivo della discesa in campo, risponde convinto che un imprenditore, meglio di un politico di professione, è più adatto alla gestione del Paese. Si presenta come un outsider e mira a colmare il vuoto di leadership lasciato a destra. È talmente grossolano e ridicolo che potrebbe riscuotere un discreto successo nel peggiore elettorato di destra, anche se i suoi avversari politici sono convinti che non vincerà mai le elezioni: lo considerano poco meno che un pallone gonfiato, pieno di quattrini, che di punto in bianco, ritenendosi uomo della provvidenza, ha deciso di comprarsi (letteralmente) un palcoscenico politico di prima grandezza per giocare a far politica.
Sì, lo so che Donald Trump provoca in noi italiani una strana sensazione, come di déjà vu. Comprensibile. Ma, fidatevi, quel bruciore al culo non è proprio un déja vu. Puntini, puntini, puntini.