supplica rivolta ai potenti

«Ho voluto riportare ancora una volta alla ribalta un certo campionario umano, al quale anche in precedenza mi ero rivolto con interesse e attenzione. È il mondo di tutti i diseredati, dei perseguitati, di coloro che la società calpesta condannandoli a una sorta di morte morale, privandoli anche della loro primitiva innocenza. Sono costoro, appunto, i protagonisti di questa cantata: i drogati, le fanciulle traviate, le vittime della guerra, i condannati a morte, quanti sono caduti nelle panie del male perché non rimaneva loro altra scelta, dopo avere invano atteso dal consorzio umano l’ausilio di un briciolo d’amore. Nelle parole che io metto loro in bocca, essi concludono il loro calvario con una supplica rivolta ai potenti, ai ricchi, a coloro che sulle loro sventure hanno edificato la propria fortuna: abbiate pietà di noi, vostre vittime, affinché “all’ultimo minuto / non vi assalga il rimorso ormai tardivo / per non aver pietà giammai avuto”.»

[Fabrizio de André , Anche le parole sono nomadi]

Io non mi chiamo Miriam

Io non mi chiamo Miriam”, dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. È da questa rivelazione surreale, da questa verità sfuggita e tenuta segreta per settant’anni, che Majgull Axelsson costruisce un racconto incredibile, il racconto di una ragazzina rom di nome Malika che, sopravvissuta ai campi di concentramento, si finge ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta, durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbruck. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza, continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea, la Axelsson affronta, con rara delicatezza e profonda empatia, uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz.
Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’altro, verso il diverso da noi, interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della sua vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: “Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo”.