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La superstizione danza silenziosa sulla linea sottile tra l’umano e il divino, si insinua nell’intreccio misterioso dell’esistenza. Non è un tentativo rozzo di domare l’indomabile, ma un rito, un dialogo, quasi sacro, con le forze invisibili del caso.
Immagina l’uomo in piedi davanti al mare in tempesta, urlando nel vento, cercando di placare le onde con parole ancestrali. Non cerca di dominare il mare, ma di comunicare con esso, di instaurare un dialogo con il suo fragore. La superstizione è questa danza intima, questa preghiera sommessa. Non un grido di guerra, ma un sussurro di comprensione. Il rischio, però, è di cadere in un equivoco. Le forze incontrollabili del caso non sono né benevole né maligne, sono indifferenti. L’uomo, nel suo tentativo di dialogo, può dimenticare questa verità. Può confondere il rumore del vento con la voce del destino, la caduta di una foglia con un segno degli dei. Può scambiare il silenzio del caso per un assenso, la sua indifferenza per affetto.
Tuttavia, il caso, come il mare, rimane sordo ai nostri appelli, indifferente alle nostre preghiere. E la superstizione diventa allora un canto solitario, un grido che si perde nell’immensità del cosmo, un bisogno di risposte che rimane inascoltato. Ma non è forse questo il cuore pulsante della nostra umanità? La ricerca costante di significato, la sete di risposte, l’eterna lotta per dare un volto all’invisibile. La superstizione è una melodia umana in una sinfonia universale, un grido di resistenza e di vulnerabilità. È un canto alla vita, una dichiarazione d’amore per il mistero, un ponte gettato verso l’ignoto. Ed è in questo, nella sua essenza più profonda, che la superstizione diventa affascinante, coinvolgente, irresistibile. Un inno all’umano nel suo tentativo di raggiungere l’infinito.

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