≡ Menu

Al di là delle parole: l’eco del dolore e la sete di giustizia.

Sotto il cielo di Palermo, in una notte che avrebbe dovuto raccontare solo stelle e brezze marine, una donna ha incrociato lo sguardo dell’abisso. Una parola, pronunciata come chi comincia a comporre una musica, ha riechitato un’eco antica, un timbro di potere e sottomissione: “carne”. Le donne ridotte a pezzi, non individui, non storie, non sogni o speranze, ma semplici oggetti da usare.
Tuttavia, mentre le notizie di questa tragedia ci attraversano, sentiamo che l’eco di questa parola risveglia in noi qualcosa di antico, un “corpo di dolore”. Non è un dolore che si possa facilmente mappare o descrivere con la precisione dei numeri e delle statistiche, ma si avverte nel profondo, come un fremito passato di generazione in generazione. Un ricordo collettivo che si risveglia. La rabbia che ne emerge non è solo un’emozione fugace; è un grido ancestrale che cerca giustizia, un desiderio di vedere un mondo in cui tali atrocità non hanno spazio. È una rabbia che chiede un rinnovato impegno di consapevolezza, soprattutto tra gli uomini. Non basta dire “non sono io”, bisogna chiedersi “cosa posso fare affinché non accada mai più?”.
L’impulso primordiale non dovrebbe essere di affermare la propria innocenza, ma piuttosto di esaminare e comprendere le radici di un comportamento così distorto e di lavorare per eradicarlo. Perché, in un modo o nell’altro, siamo tutti parte del tessuto di una società che ha permesso a tali pensieri e azioni di esistere.
Nella dolce melodia della lingua, nel ritmo delle onde che si infrangono sulla costa siciliana, c’è un desiderio ardente di un futuro diverso. Un futuro in cui la parola “carne” non evoca crudeltà, ma piuttosto la comune umanità che condividiamo tutti. Un futuro in cui ogni individuo è visto per quello che è: una storia, un desiderio, una speranza. E finché questo futuro non si realizza, la lotta, il dolore e la rabbia continueranno a ardere, chiedendo giustizia.

{ 0 comments… add one }

Rispondi