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…arrogante

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«Se lo sono conteso autorevoli testate giornalistiche: da “Panorama” a “Repubblica”, al “Foglio”. E una ben orchestrata campagna di stampa ha fatto di tutto perché gli fosse concessa una grazia– scrive Paolo Armaroli su Il Tempoche lui, Sofri, non si è mai sognato di chiedere. Perché, con quell’arroganza intellettuale che gli è propria, ha detto e ridetto fino alla noia che la sua condanna è ingiusta». A leggere l’articolo per intero pare evidente – assai evidente – che al professor Armaroli gli stia sul cazzo Sofri (quello grande, naturalmente) ; non gli va giù l’atteggiamento de “il cattivo maestrino”: «[p]er darla a bere, Sofri non è secondo a nessuno. Ma noi siamo apoti». Armaroli, per farla breve, è convinto della colpevolezza di Sofri e lo accusa – si badi – non perché (secondo lui) menta nel dirsi innocente [*] ma perché considera un segno di arroganza il fatto che quello non voglia ammettere la sua colpevolezza ché – se ho capito bene – al netto di tutto, per aggraziarsi Armaroli, Sofri dovrebbe dirsi colpevole anche se non lo fosse.


[*] A tal proposito sarebbe bene che Sofri iniziasse a rivelare tutto quanto sa circa quell’omicidio ché continuando a non dire da un appiglio a quelli che attribuiscono a questa reticenza la fattispecie di “associazione”.

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«A proposito. C’è una sola cosa peggiore dell’abuso delle intercettazioni telefoniche: il loro divieto. »

Adriano Sofri, 11 giugno 2008

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Un po’ di giorni fa su il Foglio, Sofri (quello grande, ovviamente) descrisse il reato di clandestinità come «la persecuzione penale di una persona non per un suo atto, ma per il suo luogo di nascita». Bella definizione: liscia come una lapide. Di meglio – dico per davvero – non sarebbe stato possibile scrivere. Chapeau.

Ti avevo avvisato…

«Però l’hai chiamata crociata. Ti sei compiaciuto che fosse di parte. Ti avevo avvisato che avrebbe offeso e scandalizzato tante donne e tanti uomini, e li avrebbe drizzati contro di te, dunque contro il tuo proposito dichiarato. Hai voluto rompere, dividere». Così Sofri nel suo ultimo pamphletContro Giuliano. Noi uomini, le donne e l’aborto”.
La citazione m’è parsa attuale e condivisibile nella sua pur estrema banalità: chi semina vento – si sarebbe detto un tempo – raccoglie tempesta. A Giuliano Ferrara ieri, a Bologna, è toccato raccogliere anche qualche uova. Ma non mi pare il caso, davvero, di stare qui a sottilizzare più di tanto.