
«Se lo sono conteso autorevoli testate giornalistiche: da “Panorama” a “Repubblica”, al “Foglio”. E una ben orchestrata campagna di stampa ha fatto di tutto perché gli fosse concessa una grazia– scrive Paolo Armaroli su Il Tempo – che lui, Sofri, non si è mai sognato di chiedere. Perché, con quell’arroganza intellettuale che gli è propria, ha detto e ridetto fino alla noia che la sua condanna è ingiusta». A leggere l’articolo per intero pare evidente – assai evidente – che al professor Armaroli gli stia sul cazzo Sofri (quello grande, naturalmente) ; non gli va giù l’atteggiamento de “il cattivo maestrino”: «[p]er darla a bere, Sofri non è secondo a nessuno. Ma noi siamo apoti». Armaroli, per farla breve, è convinto della colpevolezza di Sofri e lo accusa – si badi – non perché (secondo lui) menta nel dirsi innocente [*] ma perché considera un segno di arroganza il fatto che quello non voglia ammettere la sua colpevolezza ché – se ho capito bene – al netto di tutto, per aggraziarsi Armaroli, Sofri dovrebbe dirsi colpevole anche se non lo fosse.
[*] A tal proposito sarebbe bene che Sofri iniziasse a rivelare tutto quanto sa circa quell’omicidio ché continuando a non dire da un appiglio a quelli che attribuiscono a questa reticenza la fattispecie di “associazione”.


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