Fine pena mai(?)

  
Lo avevano interpellato non a un incarico di potere, bensì a far parte di un gruppo di esperti a elaborare proposte per l’umanizzazione delle carceri italiane; “esperto” di carcere — non foss’altro in qualità di ex ospite delle patrie galere (malgré soi) — , uomo di carcere, Adriano Sofri era stato contattato dal ministero affinché, da intellettuale libero, avesse da dire la sua sulla più abominevole delle nostre istituzioni, denunciata a livello internazionale come indegna di un paese che si definisce democratico. In che senso — questa la prima domanda — sarebbe stato “inopportuno” il suo contributo su una realtà che ha vissuto, analizzato e descritto come pochi altri?

Nessun incarico di potere (lo ripeto), nessuna paga (e con quanta pena c’è da rilevare che bisogna sottolineare anche questo dato; come se farsi pagare per un servizio reso sia di per sé una colpa), nessun privilegio: un contributo al ragionamento, un punto di vista informato per cercare di provare a risolvere un problema spinoso e oggettivamente schifoso. Odiando i pettegolezzi, il “chiasso” intorno alla sua persona, è bastato un minimo accenno di polemica, un labile cinguettio, e Sofri si è “dimesso”, ovvero, se preferite la banalità dell’ovvio, ha rinunciato a partecipare a un incontro del quale sarebbe stato protagonista autorevole e sensibile; “dimesso” perché ne ha abbastanza — e qui uso le sue stesse parole — “delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare.”

Detto questo — che è già tanto — la domanda, la seconda domanda da farsi a questo punto, ve la formulo schietta in questi termini: a che cazzo serve, in Italia, scontare una pena, se averla poi scontata non serve a cazzo? La certezza della pena – se si ammette un suo fine rieducativo – non può non tener conto che gli esseri umani cambiano: restano gli effetti dei loro reati, ovviamente, ma il risarcimento non può consistere nella vendetta, se non vogliamo imbarbarire anche gli innocenti.

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