provo a raccontarmela così…

  
Era il 1924. Mussolini stravinse le elezioni politiche col 64,9% delle preferenze. Alcuni fra i suoi oppositori — quelli intellettualmente più onesti, a dire il vero — ebbero un sano istinto autocritico, ché il democratico verace, si sa, non dà mai della capra al popolo, neanche se lo sentisse belare.
Possibile, dicevano quelli, che due italiani su tre so’ così fessi o criminali, solo per aver scelto Mussolini? Macché, la faccenda era molto più complicata di quanto apparisse, bisognava capire: se, com’era vero, la gente aveva votato il Pnf,  sotto sotto doveva esserci un motivo. La superba presunzione di sentirsi migliori solo in quanto antifascisti non pagava, isolava (e, in quel caso, a Ventotene).
Meno male, mi dico, che non ci si può mai bagnare due volte nello stesso corso degli eventi. E che ogni precedente non è detto sia causa fatale. O, almeno, provo a raccontarmela così.

Una donna…

  
A dispetto dell’iconografia classica, ne l’Annunciata di Antonello da Messina l’angelo dell’annunciazione non c’è. E l’assenza è, per così dire, funzionale alla rappresentazione: manca l’angelo non perché sia andato perduto, tagliato o disposto in altro pannello; no. Il genio di Antonello ha concepito l’immagine dell’immacolata da sola proprio a voler indicare la solitudine di una decisione così tormentata, così assoluta come quella di essere la madre di Dio. «L’annunciata di Antonello – scrive Vittorio Sgarbi in Piene di Grazia, Bompiani – ha lo sguardo che viene verso di noi per poi arrestarsi come per un riempimento, per un’improvvisa necessità di concentrazione in sé che vediamo sottolineata dal gesto a mezz’aria della mano»; mano che non è solo un elemento prospettico, ma è elemento che trattiene l’angelo fuori (dal quadro e) dalla mente della donna in un gesto che lo allontana, a tenerlo oltre dai suoi pensieri. Perché non bastò che un angelo dicesse: «Concepirai un figlio e lo darai alla luce» (Lc 1, 31), ma fu necessaria la profonda e tormentata riflessione di una donna, e che ella stessa dicesse: «Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Sennò — col rispetto che è dovuto al caso — col cazzo che la storiella andava avanti!

Prendete Cerasa…

  
Solitamente è raro che nel tentativo di persuasione s’imbastisca un ragionamento su una fallacia detta dell’autorità. Lo si fa, perlopiù, allorquando le ragioni dell’argomento sono mosce e si ha la necessità di appellarsi all’autorevolezza di una fonte sfruttandone la forza della convenzione sociale.
Prendete Cerasa: «Se le parole hanno un senso, il matrimonio è quello che viene celebrato tra un uomo e una donna che si sposano sapendo bene che sull’etimologia delle parole non si può equivocare: matrimonio viene da matrimonium, è l’unione tra due parole latine, mater, madre, e munus, dovere, compito, ed è un’unione che esiste per sancire l’amore tra due persone che si amano e che desiderano rendere legittimi e tutelati i figli nati dall’amore tra due persone di sesso diverso. Il matrimonio è questo, con le parole non ci si può sbagliare» (Il Foglio, 27.5.2015).
Ad imboccar questa china, quando ci si riferisce al papa col termine “pontefice” uno avrebbe da immaginarsi Bergoglio imbardato a capomastro lì a costruire un ponte su di un fiume? O che usando la parola “crisi” (dal gr. krísis), più che alla «fase della vita individuale o collettiva particolarmente difficile da superare e suscettibile di sviluppi più o meno gravi» uno voglia intendere scelta, giudizio o decisione?
In tutta evidenzia, via, qui la logica del direttore – si direbbe nel gergo tecnico-scientifico – “piscia da tutte le parti”, ma sarà che Cerasa si contende la radice con cĕrastēs, verme — come i più sanno — parassita delle piante già noto ai tempi di Plinio il Vecchio.

..un percorso verso un equilibrio tra noi e il mondo..

Ecco, lo sapevo: sono prigioniero. Il reato che mi imputano non mi è ancora chiaro, nascosto com’è dietro a un numero di un articolo del codice di procedura penale. Tra poco entrerà qui, in questa stanza buia e fredda, il capitano che mi ha interrogato prima: verrà a chiedermi di confessare. Dovessi decidere solo per me avrei risolto, ma non sono solo in questa difficile scelta; il mio complice subisce in questo stesso istante, in altro luogo simile a questo, ma a me inaccessibile, la mia stessa sorte. Quando stamani ci hanno prelevato dai nostri appartamenti non siamo riusciti a dirci nulla, nessuna scelta condivisa, nemmeno uno sguardo per abbozzare un accordo. Nulla. Il rumore delle sirene, solo quello, ha accompagnato la nostra corsa su una balorda traiettoria della nostra vita: entrambi condotti nel buio destino dell’incertezza. Cosa farà? Mi tradirà? O sarò io a tradirlo?
Se entrambi decidessimo di non confessare, avremo una pena esigua, poca roba: un anno e saremo fuori. Un anno è un tempo che non spaventa, non ha il duro peso dell’eterno. Non hanno prove, non hanno nulla di concreto su cui appendere le loro ipotesi: se entrambi non confessiamo, in capo a dodici mesi saremo liberi. Ma se lui cede? Se io, mettiamo, m’ostinassi a mantener il silenzio e lui — il bastardo, dico — dovesse decidere di vuotare il sacco? Per me sarebbe la fine. Lui, magari, sarebbe libero per aver contribuito alle indagini, ma io, reticente, avrei da scontare la massima pena, dieci anni. Come potrei resistere tra queste mura per così tanto tempo? Meglio la morte! E se — e qui provo a difendermi — confessassi io? Beh, sarei libero: il capitano me lo ha fatto intendere chiaramente; ma condannerei il mio compagno a pena dura e certa! Valuto oltre e accarezzo l’idea dell’unanime confessione: io e l’altro a svuotare il sacco. Beh, a ‘sto punto sarebbero indugenti: uno sconto del cinquanta per cento della pena ad entrambi: cinque anni di aria divisi dal mondo, cinque anni di mondo visto dalle sbarre.
Il tempo sta per scadere e io non ho ancora deciso cosa fare… In cuor mio vorrei esser fedele ai miei errori: starmene muto, in silenzio… foss’anche solo per assecondare il rifiuto allo sforzo di parlare. Ma se il mio complice pensa di tradirmi? Confessare, a ‘sto punto, mi ridarebbe almeno cinque anni di libertà (se non nove). Io non so cosa cazzo farà il mio compagno, non posso saperlo, mi rifiuto di immaginarlo. Ma so solo che in qualunque caso, buttando nel cesso la mia dignità e confessando, avrò migliore sorte che se mantenessi il punto, la fedeltà al mio onore, senza tradire. L’unica speranza è che il mio compare segua il mio stesso ragionare, ricalchi le mie stesse orme mentali, pervenendo anch’egli alla mia stessa conclusione: confessare. Il nostro, in tal caso, sarà stato un percorso verso un equilibrio tra noi e il mondo. Non sarà la migliore delle scelte, né la migliore delle vite disponibili sul mercato del tempo, ma sarà, a conti fatti, un buon compromesso.

(Sono dispiaciuto per la triste fine toccata a John Nash e a sua moglie; ancor di più mi dispiace di non saper scrivere meglio della sua matematica per ricordarlo).

”…una sconfitta per l’umanità”.

prete

Pigliar per culo gli altri è un arte: devi saperlo fare, occorre tatto. Il punto di equilibrio (invero, instabile assai) l’ottieni nel momento in cui ti spingi, per quel poco che t’è concesso, un po’ oltre il limite della decenza, senza strafare: quel quanto che basta a rendere il colpo degno di nota. La sofisticazione, però, deve essere accorta, attentamente calibrata, l’inganno di livello sopraffino, impalpabile come polvere di talco ché se si tratta di una volgare presa per il culo rischi che il fregato, ravvedendosi, s’incazzi anche – e soprattutto, verrebbe da dire – perché nella grana grossa dell’artificio ci legge un dappiù dell’offesa.
Prendete, a mo’ di esempio, questa dichiarazione del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. A commento del risultato del referendum irlandese, l’alto prelato ha definito le nozze gay ”una sconfitta per l’umanità”. Se non è questo un modo per pigliar pel culo, ditemi voi! Una catasta di scandali tra i più schifosi e vergognosi infangano l’operato dei suoi subalterni connazionali e il prelato ha il coraggio di star lì a metter becco sulle unioni omosessuali. Gli dici “faccia di culo” ma non l’offendi a tono ché quella la faccia è tosta più del marmo. Si dice dispiaciuto — lo credo, cazzo se lo credo — ed è sincero: per dire, vi rendete conto come ci rimarrebbe male il povero De Pedis se tornasse?

La democrazia danneggia la democrazia

È che uno, di solito, non ci pensa, ma subire ogni giorno la pressione della pubblica opinione, star lì a sentirsi rinfacciare (veri o falsi che siano) i propri difetti, gli errori veri o presunti commessi, non è cosa a cui ci si abitua, per tanto pelo che uno può ritrovarsi ad avere sullo stomaco. Come fare, allora, per uscire indenni – almeno psicologicamente, dico – a un attacco mediatico del genere? Occorre rifugiarsi nella cerchia dei fedelissimi, lacchè e famigli pronti e proni, che, con fare rassicurante e convincente, son lì a dirti di non dar retta a quegli altri – i calunniatori, gli invidiosi e i venduti.
Dice: come tengo insieme questa cerchia di fedeli, ‘sto carrozzone di puttane a mio esclusivo servizio, condizione vorrei dire psicologica per la sopravvivenza politica del leader? Mettendo su una rete di favori, piazzandoli in posti strategici, di responsabilità e di prestigio, avendo cura in sostanza di creare un circuito fortissimo (più o meno vizioso) di mutua assistenza. E così il cerchio si chiude. L’opinione pubblica democratica esercita il suo potere di controllo attraverso azioni che mirano a screditare il leader e le sue azioni; il leader, da par suo, per sopravvivere al discredito democratico, è costretto a crearsi un sistema di strutture cuscinetto di potere occulti che sfuggono a ogni tipo di controllo democratico. È il cane che si morde la coda: la democrazia danneggia la democrazia.

Odio le campagne elettorali…

Odio le campagne elettorali. Chi a destra, chi a manca — e quelli poi sparsi un po’ qua e un po’ là — peggiorano tutti, vistosamente, senza quasi eccezione alcuna, più o meno un po’ tutti. Più so’ pesci piccoli e più puzzano, anche se pure quelli grossi danno il loro contributo nauseabondo. E sì che comprendo la necessità dell’affannarsi, del distinguersi smarcandosi dall’avversario, del marcare il territorio ma… nulla, io proprio non lo tollero. O meglio: lo tollero (e che fare altrimenti?), ma con enorme sofferenza. Oh, ben inteso, so anch’io che polis e polemos si contendono la stessa radice, ma all’abbrutimento del concetto in slogan — certuni, poi, invero assai banali e scontati — io, in cuor mio, ne soffro assai. Primum vivere, è ovvio, e in politica chi non vince, perde; voler vincere è l’anima stessa della competizione elettorale e, in democrazia, poi, dove vige quella spietata regola che vuole un voto per ciascuno e ciascuno è un voto, si cerca di soffiarne il più possibile all’avversario, in ogni modo. Se tutte queste cose, allora, mi sono note, perché soffro? Soffro perché, da una parte e dall’altra, vedo imbruttirsi i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là coltivo qualche antipatia). Anche quelli prima miti e assai cortesi, e, per mero calcolo utilitaristico, accade sempre in ogni campagna elettorale, sono come piegati ad un dovere, un rispondere a ordini di scuderia di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere, più che necessità, di farsi insensibili e impermeabili alle buone ragioni dell’altro.