L’uomo che prometteva l’impossibile…

“Un uomo povero era malato e si trovava in gravi condizioni. Visto che i medici disperavano di salvarlo, si mise a pregare gli dei e a promettere che, se fosse guarito, avrebbe offerto il sacrificio di cento buoi e avrebbe consacrato loro doni votivi. Allora la moglie, che si trovava accanto a lui, gli domandò: «Ma come farai a pagare il tuo debito?». «Pensi forse che guarirò davvero» ribatté il malato, «perché gli dei mi richiedano di adempiere i miei voti?».
La favola dimostra che gli uomini promettono con tutta facilità ciò che non si aspettano di dover in pratica mantenere.”

Esopo, favole

L. era cieco…

Silvio berlusconi 1994

L. era cieco. Cioè, no. L. era non vedente. Quando poteva, negli ultimi suoi anni, sedeva davanti alla TV: la ascoltava; come me quando, seduto a tavola, mangio e ci sono i bimbi in casa che guardano le repliche dei cartoni – perché i bimbi guardano spesso le repliche dei cartoni, sapete?
L. era cieco, ma anche un uomo libero. Libero dai sorrisi della gente, libero dai condizionamenti esteriori: gli abiti, i colori, gli sguardi, gli ammiccamenti scivolavano sul suo corpo come olio sull’acqua.
Era, più che una persona, un colino; uno di quelli che si usano per filtrare il tè. Ascoltava parole e ne setacciava, con cura, gli accenti, i toni, le cadenze. Tutto il superfluo (che è anche comunicazione), su di lui cadeva senza intaccare minimamente la superficie: naturale repellenza. Con lui, tanto per dire, la chirurgia estetica, il sorriso studiato, la posa elaborata, la frase ad effetto non attaccavano: andavano via come acqua su uno specchio.
’O siente a cchisto? – mi disse quel giorno – ‘statte accorto! Questa voce è pericolosa: è la voce di un cretino.

Era il 26 gennaio del 1994. E quello, in TV, aveva appena attaccato a dire: “L’Italia è il paese che amo…”.

il filo spinato intorno alle parole…

Matrimonio

La più cretina – ma proprio la più cretina – di tutte le argomentazioni contro il matrimonio omosessuale è quella che vorrebbe far leva sull’etimo: quello omosessuale – ripete il cretino – non potrebbe essere “matrimonium” perché, nelle premesse, non vi sarebbe una possibilità biologica (ergo “razionale”) di “mater”.
Siamo alle solite, ci si rifiuta ottusamente di voler capire che nulla è più mutevole della biologia, nulla è più “culturale” del concetto di “natura”. Non vi può esser “patrimonium” se non v’è un “pater”? Eppure, anche chi con un certo sforzo culturale mette la mordacchia all’omofobia spalleggiata dalla religione e si mostra possibilista nei confronti delle unioni omosessuali, subito dopo aver dipinto il volto coi colori dell’arcobaleno, tiene a sottolineare che ratificare diritti è un conto, ma solo a patto che “matrimonio” resti un vocabolo per soli etero. La coppia omosessuale potrà forse ereditare un patrimonio, ma di sicuro non contrarrà mai matrimonio! Né è concepibile che i figli, i quali in seno alla famiglia eterosessuale chiamano da tempo mamma la madre non biologica o papà il padre non biologico, facciano lo stesso in una ipotetica famiglia omosessuale senza con questo mettere a rischio il futuro dell’umanità e della chiesa.
Al di là della logica, provare a mettere filo spinato intorno alle parole non serve: esse sono più ospitali di chi le usa e se non lo sono muoiono. Prendiamo per esempio “pupilla”. Il vocabolo di chiara derivazione latina, è diminutivo di “pupula”, a sua volta diminutivo di “pupa”, che significa appunto “bambola” – detta così dalla piccola immagine che si vede riflessa nell’occhio. Eppure nessuno si sognerebbe, usando pupilla, di riferirla a una bambolina quanto piuttosto all’“apertura situata nell’iride, visibile per trasparenza – dice il vocabolario – attraverso la cornea e destinata al passaggio di raggi luminosi”: cadrebbero, in un sol colpo, versi che appartengono al patrimonio della letteratura: «Per la natura lieta onde deriva, / la virtù mista per lo corpo luce / come letizia per pupilla viva».
Formulo quindi rispettosamente un’ipotesi: alla parola “matrimonio” (ma anche a “famiglia”) succederà la stessa cosa che a “pupilla”. Accoglierà presto o tardi le unioni omosessuali e, presto o tardi, bisognerà concentrarsi almeno un poco, prima di ricordarsi che era un vocabolo che rimandava alle copule tra soli maschi e femmine.

Era già scritto tutto…

Era già scritto tutto in una newsletter dello zotico che presiede il Consiglio dei Ministri di questo sciagurato Paese. Le agenzie di stampa ne avevano, giustamente, estratto l’essenziale nell’affermazione che «le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la scuola». Il legame, il doppio filo, cui era legata la riforma della scuola e il regolarizzare la precaria condizione di 100’701 insegnanti precari era tutto lì: assumo i precari solo se passa la riforma per una «diversa organizzazione» della scuola (condizione necessaria); ovvero, se preferite: se non si fa come dice Matteo Renzi i precari potrebbero rimanere precari, senza alcun problema, né per loro, né per la scuola in generale. Ma – chiedo – non era la precarietà di questi lavoratori, operanti già all’interno della scuola, a essere di fatto “il” problema per sé stessi e per la scuola in generale a prescindere dalla struttura organizzativa che questa veniva ad assumere? Non c’era stato detto a più riprese e in più modi che non è lecito tenere in condizioni di precarietà degli insegnati che in molti casi sono impiegati da decenni a far fronte alle esigenze di un’istituzione pubblica?

Retorica a parte, al netto di tutto, il ricatto – e chiamiamo le cose col loro nome, cazzo! – il ricatto, dicevo, delle assunzioni che veniva legato indissolubilmente all’approvazione della riforma mostrava e mostra, mi pare lampante, la natura strumentale del nesso di necessità stesso e assume anzi la valenza di vera e propria offesa sia, soprattutto, perché offende l’intelligenza sia perché dà ad intendere, in ultima analisi, che assumere stabilmente a libro paga quei lavoratori comunque sarebbe come beneficarli di un «ammortizzatore sociale».
Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; la riforma della scuola in chiave autoritaria e gerarchica che, sia detto per inciso, in realtà non dà alcuna autonomia a quanti a vario titolo sono attori del processo educativo, limitandosi a piramidalizzarne le competenze in una logica che risponde alle esigenze di un vero e proprio mestierificio… ecco, dicevo, quest’elenco corposo di azioni intraprese, a testa bassa, contro (quasi) tutti rischiando financo una spaccatura interna e una sublimazione dei voti del partito, stanno lì a delineare l’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti – e qui ci sarebbe da ragionar un bel po’ – dall’Europa e realizzati da questo Parlamento-supino su mandato di questo Governo-sicario.

C’è da stupirsene? Non direi. Era nelle corde del puparo che s’era scelto per portare a termine il lavoro che s’è poi fatto: il demagogo era stato piazzato lì proprio per condurre in porto un’azione di tale portata. Chiaro: demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo – per definizione, direi – è anche colui che inganna. Renzi demagogo e dunque opportunista e ingannatore: un attento lettore del Principe, verrebbe da dire. Testardo e capace di tutto — mica come quello sfessato di Enrico Letta?! Tanto per dire – e qui chiudo – si tratta di quello che, da Sindaco di Firenze, avrebbe voluto sfregiare l’orologio a lancetta unica della Torre d’Arnolfo, aggiungendoci quella dei minuti. «La gente – diceva – deve vedere bene l’ora, mica deve essere un orologio filosofico». E a chi gli faceva presente che quell’orologio era del Trecento e andava rivisto l’intero meccanismo interno per apportare le modifiche, rispondeva di botto: «Mica voglio metterci un orologio al quarzo – rassicurava – è che così ’un funziona mica!». Ecco. Queste erano le premesse, tutto era già scritto. Piaccia o no, lo zotico che presiede il Consiglio dei ministri è (anche) questo.

Fine pena mai(?)

  
Lo avevano interpellato non a un incarico di potere, bensì a far parte di un gruppo di esperti a elaborare proposte per l’umanizzazione delle carceri italiane; “esperto” di carcere — non foss’altro in qualità di ex ospite delle patrie galere (malgré soi) — , uomo di carcere, Adriano Sofri era stato contattato dal ministero affinché, da intellettuale libero, avesse da dire la sua sulla più abominevole delle nostre istituzioni, denunciata a livello internazionale come indegna di un paese che si definisce democratico. In che senso — questa la prima domanda — sarebbe stato “inopportuno” il suo contributo su una realtà che ha vissuto, analizzato e descritto come pochi altri?

Nessun incarico di potere (lo ripeto), nessuna paga (e con quanta pena c’è da rilevare che bisogna sottolineare anche questo dato; come se farsi pagare per un servizio reso sia di per sé una colpa), nessun privilegio: un contributo al ragionamento, un punto di vista informato per cercare di provare a risolvere un problema spinoso e oggettivamente schifoso. Odiando i pettegolezzi, il “chiasso” intorno alla sua persona, è bastato un minimo accenno di polemica, un labile cinguettio, e Sofri si è “dimesso”, ovvero, se preferite la banalità dell’ovvio, ha rinunciato a partecipare a un incontro del quale sarebbe stato protagonista autorevole e sensibile; “dimesso” perché ne ha abbastanza — e qui uso le sue stesse parole — “delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare.”

Detto questo — che è già tanto — la domanda, la seconda domanda da farsi a questo punto, ve la formulo schietta in questi termini: a che cazzo serve, in Italia, scontare una pena, se averla poi scontata non serve a cazzo? La certezza della pena – se si ammette un suo fine rieducativo – non può non tener conto che gli esseri umani cambiano: restano gli effetti dei loro reati, ovviamente, ma il risarcimento non può consistere nella vendetta, se non vogliamo imbarbarire anche gli innocenti.

Oh i bei cretini di una volta!


Il brano è tratto da Nero su Nero del maestro Sciascia. Come si riconosce un buon maestro? Beh, un buon maestro di solito non è un cretino.
Di intelligenti — lo dice anche Sciascia — c’è stata sempre penuria; enumeravo tra quest’ultimi il buon Ceronetti. Devo ricredermi e portarlo subito a carico della lista dei cretini “adulterati, sofisticati”. E un po’ dispiace. Davvero.
 

Moda…

«Io — fa un mio amico — Salvini non lo posso vedere,» (cioè: mi è antipatico, lo detesto) «ma sugli immigrati ha ragione»; e tira via verso la sala del convegno.
Grazie a coloro che dettano moda (di «mal protesi nervi» il più delle volte) l’eros è oramai tutto un intricato rameggio di varici.

Prendete, per esempio, la cattolica Italia.

Mussolini alessandra

La famiglia tradizionale è un modello che, nel tempo, vede immutato il suo fascino ammaliatore. Le tetragone certezze su cui si fonda, infatti, vengono direttamente dalla legge naturale, discendono dunque da Dio per essere restituite in un incantevole caleidoscopio di serenità e letizia a chi – ça va sans dire – è disposto a rispettare quella legge, accogliendola in sé come propria natura.
Innanzitutto, natura di genere, cioè quella che stabilisce e disciplina la diversità biologica tra maschio e femmina, diversi perché fatti per completarsi a vicenda e nel fine più nobile, cioè quello riproduttivo, che è, in ultima analisi, anche e soprattutto trasmissione di cultura e di valori. Dunque, natura di genere, ma anche – e per forza di cose – di persona, e di persona intesa come “organismo unitario – dice lo Zanichelli – costituito da un complesso di persone fisiche e di beni cui lo Stato riconosce capacità giuridica e d’agire per il perseguimento di uno scopo lecito e determinato”, soggetto relazionante, cioè facente parte di un corpo articolato in strutture che nessun malinteso senso della libertà può azzardarsi a mettere in discussione senza con ciò minare le fondamenta stesse della società.
Il Family Day l’ha fatto capire in modo inequivocabile: è la tradizione cristiana che informa il modello di famiglia, perché nemmeno può dirsi famiglia un modello diverso da quello tradizionale. La tradizione cristiana, che in questa bella parte d’occidente coincide con quella cattolica, difende questa famiglia, l’unica a potersi dire famiglia, l’unica che sulla verità fonda l’amore e dall’amore trae la verità.
“Maschio e femmina Iddio li creò”, e doveva esserci un motivo, e il motivo era appunto la specializzazione dei ruoli. Sovvertire quest’ordine arreca disarmonia, e sconcerto, e, spero ne converrete, crisi. Rispettarlo come cosa sacra, rinunciando alle pulsioni egoistiche che fanno fraintendere questo modello di famiglia come rigido e oppressivo, e quanto se ne allontana come ricerca della felicità dell’individuo – rispettare quest’ordine, che è rispetto del sacro e quindi indissolubile vincolo matrimoniale e dell’altrettanto sacro debito di amore nella catena che ci genera come figli e ci rende genitori – rispettare quest’ordine, dicevo, è sublime fonte di ricchezza spirituale e, perché no, materiale.

Prendete, per esempio, la cattolica Italia. Provate a zoomare sulla ridente Lazio. Ancora zoom, sulla cattolicissima Roma. Zoomate ancora su quella macchia di verde. Ecco, vedete quella ventina di villette tra gli alberi di quella collina? Bene, osservate cosa accade in casa Floriani.
Gente sana, forte, laboriosa, che nella famiglia ci crede, e infatti sono tutti uomini e donne assai devoti, li troverete in chiesa ogni domenica, non mancano mai a una processione e, se chiedete al parroco, non potrà che dirvene un gran bene. Patriarcale, dicono. Dicono che quello dei Floriani sia un clan patriarcale. Qualche intellettualucolo azzarderebbe addirittura a definirlo un aggregato di tipo familistico-tribale, a tanto siamo giunti nel non saper più riconoscere come virtù nell’uomo la fedeltà alla regola dei nostri antenati, quella fatta di rispetto per i genitori e di venerazione per i nonni, di sollecita dedizione all’uomo e alla donna che sono e saranno il compagno e la compagna dell’intera nostra vita, di attenzione e cura al prolifico frutto dell’amore, cioè ai figli, cui non bisogna mai lesinare esempio e catechismo, semmai anche uno scappellotto, se necessario, ché uno scappellotto, è uso dire, non ha mai ammazzato nessuno. Ma torniamo ai Floriani.
Le donne stanno in casa, è la regola. D’altronde, una donna in casa, se non indispensabile, è quasi sempre necessaria volendo una prole sana, forte e rispettabile. Mettiamo caso che una donna voglia lavorare fuori casa. Mettiamo che di famiglia – la famiglia di lei, dico – la signora abbia la fissa della politica e mettiamo che, per il cognome che si porta appiccicato addosso, venga pure eletta al Senato. Mettiamo – e qui c’è poco da lavorar di fantasia – che cominci a guadagnare più di suo marito. Devo aggiungere altro? La famiglia tradizionale è andata a puttane (letteralmente, verrebbe da chiosare). È quasi inevitabile che inizino a crearsi malumori. La moglie perderà quella naturale mitezza femminile – non che nel caso in esame ne avesse prima, ma mettiamo che si sia accentuata –, e al marito verranno meno quelle certezze che fanno la sua forza anche nei momenti difficili che non mancano mai nella storia di ogni famiglia. Il pomo della discordia si insinuerà maligno nella pace domestica iniettando il suo mortale veleno, alterando i contorni della realtà, ombreggiando di sospetto e di risentimento quanto è ormai andato perso del sacro modello.
Basta uno scranno al Senato? Non è quello, via, non banalizzate. Però, pensateci: se siete stati educati come si deve dal vecchio Floriani, e invece della moglie tradizionale vi trovate in casa una moglie che non sta sempre in casa, be’, qualche pomo al culo ve lo ritrovate. La santa tradizione cristiana lo dice e lo sottolinea: o vergine o madre (tutte e due le cose insieme solo la Madonna). Se non sei vergine e non fai la madre come si deve, cioè non stai in casa a far la madre, non è che sei automaticamente una zoccola, ma insomma, come dire, la probabilità a favore non ti manca. C’è da perderci la testa, e il buonumore, e la salute. Per un maschio, diciamolo, è micidiale, si diventa nervosi, chissà, pure un pochetto aggressivi, o comunque ti si ammoscia la voglia. Come fai a scopartela, una che è così diversa dal modello incarnato da tua nonna, da tua madre e da tua sorella? In quello che l’intellettualucolo chiamerebbe gruppo familistico-tribale l’incesto, che era regola, oggi è sublimato, sicché non riesci proprio a scopartela una donna diversa dalla nonna, eccetera. Cioè, puoi pure scopartela, anzi puoi pure scoparti una minorenne, come fanno molti buoni padri di famiglia cattolici, ma una tantum, via, giusto per aver qualcosa da confessare al parroco, ecco. Una zoccola mica te la sposi (una minorenne tanto meno, la Cei su questo è categorica).
Trovarti in casa – quando te la trovi – una che avevi preso come moglie e adesso c’ha la chance d’esser zoccola ti fa passare la voglia, che infatti vuole testa, buonumore e salute. E infatti ultimamente te la scopi sempre meno. E così t’organizzi. Poi, un giorno, ti ritrovi accusato (*) dalla Procura di Roma di prostituzione minorile per avere chiamato due ragazzette dei Parioli che vendevano il proprio corpo in un appartamentino.
Tua moglie – l’ha dichiarato in passato ai giornali – ha partecipato a diversi Family Day – ora la difesa della famiglia tradizionale le impone di comportarsi di conseguenza – …insomma, stai sereno Mauri’!

Zoom indietro, villetta in mezzo al verde, Lazio, Italia, occidente cristiano.