non fiori, ma opere di pene…

scotto, capogruppo sel

L’onorevole Arturo Scotto, capogruppo di SEL, l’altro giorno era indignatissimo  per l’attacco di Renzi alla democrazia.
Lanciando crisantemi, ha così espresso  la sua dura disapprovazione all’italicum : “Un atto gravissimo, uno stupro: il funerale di questo Parlamento”.

Ora, l’onorevole, accostando “stupro” a “funerale”, avrà di certo avuto i suoi buoni motivi. Ma, se è lecito chiedere: come cazzo le celebrano, le esequie, dalle sue parti?

Come una preghiera laica…

Human

Ogni tanto mi capita di avere la necessità di ricordare dei nomi.
Noti o meno noti che siano, poco importa: sono solo nomi: variabili associate il più delle volte a numeri in una statistica che ne conta troppi; segni legati a date più o meno importanti per la nostra storia; lettere che si stringono a formare un suono a cui una volta si associava un volto, un’azione o (magari) un sentimento. Oggi, ridotti a piccoli cenci bianchi svolazzanti nella memoria, indicano solo il passato, la polvere e forse per molti non indicano più nulla.

Quando il 28 agosto del lontano 1931 gli accademici italiani tutti furono invitati a giurare fedeltà al Regime Fascista, su circa 1200 professori universitari solo 19 (poco più dell’uno per mille, uno-per-mil-le) rifiutarono di firmare quel giuramento che era, prim’ancora che offensivo della libertà personale, lesivo del principio di libertà di pensiero che è alla base dell’idea stessa di insegnamento.
Quei 19 persero tutti il posto, ma non la dignità.

Ecco, sì, son solo nomi. Ma io ogni tanto sto lì a rileggermeli, (anche) ad alta voce ché il suono che mi fanno in bocca mi piace. Mi piace tanto. Come una preghiera laica.

Ernesto Buonaiuti;
Giuseppe Antonio Borgese;
Aldo Capitini;
Mario Carrara;
Antonio De Viti De Marco;
Gaetano De Sanctis;
Floriano Del Secolo;
Giorgio Errera;
Arturo Carlo Jemolo;
Giorgio Levi Della Vida;
Piero Martinetti;
Fabio Luzzatto;
Bartolo Nigrisoli;
Errico Presutti;
Francesco Ruffini;
Edoardo Ruffini Avondo;
Lionello Venturi;
Vito Volterra;
Cesare Goretti;

Da mihi factum, dabo tibi ius…

don massimo iuculano 

Don Massimo Iuculano, il prete di Vercelli, s’è fatta scappare una mezza confessione: «Sono cosciente dei miei errori e delle mie debolezze». Per lui le accuse sono di violenza sessuale aggravata e prostituzione minorile: sette mesi di indagini, intercettazioni e riprese in cui i riscontri si sono fatti sempre più evidenti e dipinto un quadro che gli stessi inquirenti hanno definito «inquietante». Pare — a voler dar retta alle cronache sui giornali — che il prelato s’inculasse i ragazzini in parrocchia con la scusa di avere particolari competenze terapeutiche e sportive, offrendo loro qualche ricarica telefonica e un paio di scarpe da calcio.

Il garantismo tante volte invocato per più di un prete accusato di aver stuprato decine e decine di bambini, qui, par di capire, va a farsi fottere allegramente e pure l’Arcivescovo di Vercelli, monsignor Marco Arnolfo, lo dà già per colpevole. Ne, a quanto pare, nessun pio giornalista s’è preso ancora la briga di imbastire un appassionato richiamo ai diritti dell’imputato e un dolente rammarico per come la Chiesa si faccia trascinare dal mainstrem forcaiolo. Nulla. Don Iuculano è solo, al momento non c’è un cane a difenderlo. Nessuno stigmatizza la violazione della privacy che è stata fatta con quelle intercettazioni ambientali. Nulla. E poi, tanto per dire, nessuno prende in considerazione il fatto che uno di quei ragazzi potrebbe aver detto al prete di essere maggiorenne o, peggio ancora, di essere nipote di Maradona, e quello gli abbia creduto, e per salvarlo dalla tossicodipendenza…

Sì, lo so, sto facendo ipotesi del cazzo, ma è che per il povero don Iuculano nessuno spende una parola a difesa, e allora ci ho pensato io. Diciamo che, se fosse stato qualche noto politico — mi si consenta l’ipotesi — adesso sui social c’era l’ola degli innocentisti. Cribbio!

…l’ottimismo

pompei

Nel mare di pessime cose che ci circonda, e minaccia impetuoso di sopraffarci, anche un legno marcio apparso all’improvviso ci sembra la scialuppa di una nave amica su cui mettersi in salvo.
Così, quando con lirico vittimismo ci si lamenta di un’offensiva così snervante e pervasiva da parte delle cose della vita, mi chiedo cos’è che ci freghi: non il pessimismo, la noia, la depressione. Quello che ci frega, e ci fa continuare ad andare avanti nonostante tutto, è l’ottimismo. Se solo lo sguardo sul mondo fosse un poco più realista avremmo già provveduto, da tempo, a dare le dimissioni.

Grazie, partigiani.

  

A Marcello Veneziani il 25 aprile non piace e, nel borbottio del suo rosario, dalle pagine de Il Tempo, spiattella i suoi (sette) buoni motivi per non festeggiarlo.
Al netto delle polemiche che questa festa si trascina stanca da anni, oggi il modo più diffuso per onorare la Liberazione consiste nel rimuoverla, annegandola in un mare di ignoranza. Ma anche i pochi che sanno ancora di cosa si tratta preferiscono abbassare i toni della polemica “[p]erché non rende onore al nemico, anzi — per dirla con le parole di Veneziani — nega dignità e memoria a tutti costoro, anche a chi ha dato la vita per la patria, solo per la patria, pur sapendo che si trattava di una guerra perduta.” Una sensibilità meritoria, se non fosse che per attutire il senso del 25 aprile si è finito per ribaltarlo, riducendo la Resistenza alla componente filosovietica e trasformando le ferocie partigiane che pure ci furono nella prova che tra chi combatteva a fianco degli Alleati e chi coi nazisti non c’era poi tutta quest’enorme differenza.
Nel fragore di una festa così festante, tra un analgesico e una rimozione dei fatti, è passato in secondo piano da cosa fummo liberati. Fummo liberati — lo dico per i distratti — da una dittatura populista alleata con la Chiesa, direi. Ci togliemmo dalle palle uno che la Chiesa aveva definito “uomo della Provvidenza” e che fino a due anni prima era osannato da tutti, tranne che da quelli in villeggiatura a Ventotene o a riempire quadernetti nelle patrie galere: scassacazzi considerati a lungo dei disadattati e dei nemici della Patria.
La Patria aveva un Destino, perfino un Impero, e il Regime poteva godere di un consenso plebiscitario, preti che benedicevano gagliardetti e pugnali sguainati al cielo. Ma la plebaglia si sa com’è: “è la solita folla che alterna l’«Osanna!» al «Crucifige!» e che tende ad attribuire a uno solo le proprie fortune o le proprie sciagure. Chi la trascina e chi la esalta, accarezzandone gli istinti ed eccitandone le passioni, la vedrà delirare nell’ora del successo, ma se la ritroverà davanti, inesorabile e spietata, al momento del disastro” (Raffaele Cadorna, La riscossa, Rizzoli 1948).
Dovrebbe essere la festa di chi aveva ragione su chi aveva torto, ma torto e ragione dividono, e la storia cambia spesso parere. E c’è chi provocatoriamente sfrutta queste oscillazioni, piccole crepe nella memoria storica, per attenuare le ragioni e per esaltare i torti a seconda che si trovi a sedere da una parte o all’altra del gruppo.
Il 25 aprile, scrive ancora Veneziani, è “rimasta l’unica festa civile osservata in Italia”. Civile un cazzo, caro Marcello, ché tra gli scassacazzi che fiancheggiavano gli alleati e quelli che appoggiavano i nazisti la differenza c’era ed era tutta Politica (scritta volutamente con la “P” maiuscola). Tant’è che se avessero vinto i reduci di Salò saremmo diventati una colonia di Hitler. Avendo vinto i partigiani, siamo una democrazia. Nonostante tutto, a sett’antanni di distanza, il secondo scenario mi sembra ancora preferibile al primo.
Anche per questo: grazie, partigiani.

Non riesco a darmi pace…

“Co’ miei sussurri alle vigilie esorto;  
e se l’uomo ferisco, e pria l’avviso,  
delle ferite mie si lagna a torto.”

<font size="1" Giuseppe Battista, La zanzara

Dopo aver ammazzato la prima zanzara di questa stagione, mi affanno nella ricerca di un sostantivo che restituisca il suono — zzz — che fa la zanzara. Ronzio? Ma no. Mi rifiuto di considerare quello della zanzara il rumore sordo e vibrante prodotto al massimo dallo svolazzare di un’ape o di un moscone. Come fa la zanzara? Ditemelo, per favore. Non riesco a darmi pace.

…la volta buona.

Doppio

Considero legittima l’astensione, sempre, non solo quando si tratta di un referendum, ma anche quando si tratta di elezioni politiche o amministrative; io stesso mi sono trovato spesso nella condizione di esservi tentato.
Ho sempre desistito, turandomi una narice, spinto dalla convinzione che l’astensione dal voto, da qualsiasi tipo di voto, sia qualcosa di molto simile ad una vigliaccata, un sottrarsi al dovere – prim’ancora che al diritto – di esprimersi.
Mai disertato una chiamata alle urne, quindi: mi sarei sentito un po’ in colpa. Per ragioni più o meno simili, non ho mai votato scheda bianca, né ne ho mai annullata una: anche quando mi è costato molto, mi sono sempre piegato alla logica del meno peggio.
Ma ‘sta volta è diverso: a ‘sto giro passo, mi sembra proprio la volta buona.

tutti a gridargli in coro…

 tweet #mediterraneo 

È un truffatore di discreta classe, non eccelsa ma discreta, anche se alcune volte mi fa certe uscite da imbroglioncello maldestro. In questi ultimi giorni, per esempio.
In questi ultimi giorni, gasato magari dall’incontro negli States con l’amico Obama e pronto subito a sfruttare politicamente l’ultima tragedia annunciata nel Mediterraneo — l’ultima, ahimè, solo in ordine di tempo, purtroppo — sembrava, dicevo, uno di quelli che ti infilano sotto il naso un contratto da firmare con una bella clausolona capestro, come se ti stessero proponendo l’affare del secolo. E così, sull’onda della demagogia e del più sterile dei dispiaceri, nasceva la guerra ai “trafficanti di esseri umani”, agli scafisti. Come se fossero gli scafisti a costringere i migranti a partire; come se guerre e persecuzioni politiche che questi disperati vivono nei propri paesi non contassero a niente… Una bella accozzaglia di contraddizioni, eh? Ma se ci si diverte a scambiare le cause con gli effetti, la logica — metaforicamente, neh — va a puttane e produce di questi ragionamenti difettosi; comode argomentazioni (tant’è che sembrano essere state accolte subito col plauso unanime di tutti) che non servono — letteralmente, neh — a un cazzo!

Gli scafisti, purtroppo, sono solo il naturale sottoprodotto dell’ottusa politica di chiusura dell’Unione europea. Politica ottusa e disperata — come di chi, non sapendo cosa fare, agisce per inerzia, senza l’appiglio della logica — il cui fine dichiarato, a quanto pare, è quello di “bloccare le partenze”, anziché offrire rifugio a chi ne ha davvero bisogno (e diritto). Senza capire — o, peggio ancora, fingendo di non capire — che anche se si procedesse al bombardamento degli scafi, quei disperati fuggirebbero comunque da quelle situazioni di morte perché si sentono già persone morte (cfr. l’articolo di Kingsley pubblicato su Internazionale di questa settimana).
Se gli scafisti – i “nuovi schiavisti” – si arricchiscono è anche per colpa nostra. Noi che ci siamo convinti di voler avere un’Europa aperta solo a chi ha certi passaporti da mostrare, mentre tutti gli altri “devono restare a casa loro”, anche se “a casa loro” una casa non c’è più.

E in questo tragico scenario di guerra e disperazione, di morte e di paura cos’è che pensa di proporre il nostro Capo del Governo ad un’Europa distratta e colpevolmente strafottente? Di “bloccare le partenze”, di metter a freno un’onda di piena ingovernabile e impaziente di fuggire, serrando la diga. Come se bastasse!

Non fosse il Capo del Governo, dite, non lo considerereste un argomentare da demente? Roba che a voler metter d’accordo tutti, filo-renziani e no, quelli che lo considerano un fine statista e quelli che lo considerano, invece, un inutile imbonitore di piazze buono solo a frigger aria, quando dice roba del genere, tutti a gridargli in coro “Che-gran-de-men-te! Che-gran-de-men-te!”.