dai tempi di Anselmo d’Aosta

Dio

Ci sono quelli che ci credono a prescindere: fermi e inamovibili nella loro fede. A questi si contrappongono quelli che non ci credono affatto, e restano tetragoni nel loro rifiuto più assoluto. Ci son quelli poi che dubitano dell’esistenza ma che a scegliere conviene comunque crederci, ché tanto poi alla fine, mal che vada, hanno guadagnato l’illusione di vivere nella speranza dell’esistenza. Poi, ancora, ci son quelli che preferiscono non porsi affatto il problema, e per comodità dicono di sì, ci credono anche loro… Insomma, e qui chiudo, era dai tempi di Anselmo d’Aosta che non c’era un tal fervore tra le ragioni del credere e quelle del non credere nell’esistenza, come per l’intercettazione di Crocetta.

il discredito…

Intercettazioni

I fatti sarebbero andati più o meno così: «uno degli investigatori fa ascoltare ai cronisti Pietro Messina e Maurizio Zoppi il brano di un audio, presentandolo come la dichiarazione di Tutino al governatore Rosario Crocetta sulla necessità di “far fuori” l’assessore Lucia Borsellino» e, in seguito ai riscontri avuti da altre (cosidette) autorevoli fonti, «per non danneggiare le indagini in corso e soprattutto non scrivere falsità», avuto l’ok, visto che «[a]nche altri giornalisti nell’isola hanno sentito parlare di una registrazione di quel tenore» si decide di pubblicare l’intercettazione.
Leggo e rileggo e mi pare che la ricostruzione offerta da l’Espresso (il virgolettato, infatti, potete leggerlo nel numero in edicola questa settimana) pisci – per usare terminologia tecnica – da tutte le parti e lo stridere di unghie a scivolar giù lungo lo specchio è rumore penoso e straziante assai. Possibile mai – chiedo – che basti “presentare” un audio a un cronista per montare un caso dalle conseguenze politiche e personali prevedibilissime? senza il contraddittorio e senza fornire elementi certi per il controllo delle fonti? nascondendosi semmai dietro al vessillo della libertà di stampa che, in questo contesto, viene a piegarsi al volere del regime?!
E – ancora – l’ordine, sempre così attento a che una soubrette, priva del regolamentare tesserino, non ponga domande al politico di turno, com’è che (ancora) tace difronte a un vero giornalista che pubblica bubbole su un vero giornale, diffamando deliberatamente un politico?
In questo quadro a tinte fosche il risultato chiaro – l’unico nel contesto – è il discredito. Della giustizia, che si abbassa a protagonista del teatrino della politica; del giornalismo, che s’accontenta delle briciole che ad arte le vengono offerte; e naturalmente della politica, che arranca in un sistema inquinato dal giustizialismo un tanto al chilo, dalla facile demagogia e dal becero populismo.

Il Paradosso Italiano…

  
A margine della vicenda che vede coinvolto l’ormai ex governatore della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, vale la pena segnalare il paradossale caso della Sicilia e-Servizi, società informatica presieduta dall’ex magistrato Antonio Ingroia, amico di Crocetta e, incidentalmente, paziente dell’oramai tristemente famoso dottor Tutino.
I fatti. Dopo la batosta elettorale, Ingroia assume la carica di curatore fallimentare della società che ha l’intera gestione del sistema informatico della regione. Obiettivo: liquidare un’azienda in stato fallimentare. In previsione dell’uscita di scena della Sicilia e-Servizi, la Regione a guida Crocetta decide di dotarsi di un proprio Ufficio Informatico per il quale assume 97 dipendenti. Poi, il ripensamento: Crocetta decide di risanare la Sicilia e-Servizi e incarica Ingroia di gestirla. Risultato: 97 dipendenti dell’Ufficio Informatico della regione vengono dirottati nella rinata Sicilia e-Servizi e stanno lì a controllare l’operato dei 76 dipendenti della società. La Corte dei Conti e la Procura Ordinaria, a ‘sto punto, vogliono vederci chiaro (ché tutto ‘sto movimento è costato ai contribuenti, per ora, 250 milioni di euro) e arrivano i primi avvisi di garanzia a Crocetta e Ingroia che, da par loro, per tutelarsi, bloccano il rinnovo dei contratti ai 76 dipendenti della controllata. Scoppia la protesta; sciopero dei dipendenti; servizi informatici della Regione bloccati — tradotto: non è possibile prenotare le visite specialistiche per il servizio sanitario nazionale né, tanto per dire, cambiare il medico di base.
In questo quadro concreto di sprechi, disagi e assunzioni clientelari, il paradosso tutto italiano: le dimissioni di Crocetta sono state provocate da una intercettazione che, per ora, pare non esistere.

E non dico “cesso” tanto per dire.

Crocetta

Rosario Crocetta oggi si è autosospeso per aver mantenuto rapporti privilegiati col medico Tutino, indagato e già colpevole di schifosissime minacce rivolte a Lucia Borsellino figlia del noto magistrato vigliaccamente ammazzato dalla mafia.
Sempre a svolazzar sulla merda, Crocetta, questo singolarissimo e avido moscone, pare stavolta si sia trovato, malgré soi, a sporcarsi le zampette. Invero, già le sue spregiudicate giravolte, i suoi continui ricambi di assessori (in due anni e sette mesi ha avuto modo di nominare – e tosto rimpiazzare – tre professori, un’archeologa, uno scienziato, sei avocati, un musicista, un architetto, un pm in servizio, due magistrati in pensione, una studentessa fuoricorso, una sindacalista e diciassette dottori e dottoresse assortiti), la disinvoltura istrionica con cui ha cercato invano di galleggiare – stronzo su un mare in tempesta – su una regione malandata e allo sfascio, erano di per sé più che sufficienti a testimoniarne il fallimento politico. L’intercettazione col medico Tutino, venuta prepotentemente fuori ai disonori della cronaca nazionale, ha, di fatto, fissato una data – quella del fallimento politico di Crocetta, dico – che, mollemente, andava da tempo fluttuando giù e sù per il calendario. Con le dimissioni di oggi, la Sicilia – visti i risultati delle elezioni dell’ottobre 2012 – è probabile che sarà la prima regione d’Italia a governo grillino (o di centrodestra, che è lo stesso); di certo la carriera di Crocetta, del populista di sinistra, si è esaurita nel modo più indecoroso possibile. Così come indecorosa si è rivelata l’incapacità del Pd nazionale a strutturarsi come partito degno del suo nome. Vampirizzato com’è dalle logiche dei potentati locali – in Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia –, Renzi l’ha sapientemente sfruttato per balzare in sella al Governo; sopportarne però la riduzione a partito del presidente, affidandosi magari a luogotenenti fedelissimi ma spregiudicati – e, in certi casi, pregiudicati –, comporta, di fatto, una indecorosa sottomissione alle clientele territoriali che, malamente, ne vanno via via snaturando la funzione democratica buttandola nel cesso. E non dico “cesso” tanto per dire.