Sta come torre ferma…

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E Virgilio s’indigna: «Come mai continui a distrarti e a rallentare? Che t’importa di questo mormorio di penitenti? Viemmi dietro, e lascia che dicano»; pesta il pedale: « Sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti»; e conclude nell’alone sonoro: «Chi infatti permette ai propri pensieri di germogliare l’uno sull’altro accavallandosi, si svia dalla meta (da sé dilunga il segno), perché la foga del pensiero successivo fiacca l’energia del precedente ». «Vengo» risponde subito Dante (poteva rispondere altro?), e si rimette in marcia, tinto di quel rossore che, alle volte – dice lui – concilia il perdono.

– Dante, Purgatorio, Canto V, vv. 10-21

La letteratura come esperienza di vita…

Nell’insonnia di questa notte, con frammentaria e incandescente chiarezza, mi pareva di essere arrivato a una risposta sulla letteratura, su che cosa è la letteratura — “La letteratura come esperienza di vita”, a dirla con le parole del tema proposto quest’anno ai maturandi. Ma ora, qui, non so ripeterla. È come quando, a scuola, chiamati a ripetere il canto di Dante mandato a memoria il giorno avanti, inaspettato s’incagliava il filo della memoria su di uno scoglio pericolosamente affiorato dal nulla a trattenere le parole, nonché la memoria di quel canto, la memoria nella sua interezza e nella sua essenza. 
Di quella riflessione — se tale era, dico —, di quella risposta, non faccio che riportare, a mo’ di esempio, i versi 127-136 del V canto dell’Inferno di Dante, su cui mi pareva di aver verificato il concetto: e può darsi che, avulsi da quel contesto ormai come svanito, ancora e in qualche modo funzionino:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per piú fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Ora, nel trascrivere i versi mi colpisce – a darmi non so che certezza o non so che smarrimento: come avessi di colpo bevuto un bicchiere di vino troppo forte – la bellezza del suono di quelle parole. Un evento infinitesimale, un adultero bacio “tutto tremante”, uno di quegli eventi che il nulla onnipresente e onnivorace continuamente ingoia: ma ecco che fermato su una pagina, spiaccicato in scrittura, diventato letteratura, poesia sublime, attraversa immortale i secoli pieni di rumori, colmi di morte, di inganni e furori e arriva, carico di rifrazioni, a me: a occupare la mia mente, a essere parte di un mio stato d’animo. E questo, si badi, al di là del significato ultimo dei versi, senza star lì a scomodare la logica o la parafrasi delle terzine, evitando — volutamente, confesso — che il lettore possa interferire “con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano, se l’etica, in ultima analisi, non è che la riflessione quotidiana sui costumi dell’uomo e sulle ragioni che li motivano e li ispirano”: è nell’essenza dell’intreccio di quei versi i sentimenti, i ricordi, le emozioni…
Non credo che la vita sia qualcosa da contrapporre alla letteratura. Credo che l’arte faccia parte della vita”, dice Borges in Conversazioni americane; ecco sì, la letteratura come un sistema di “oggetti eterni” (e uso con impertinenza questa espressione del professor Whitehead) che variamente, ciclicamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, per poi tornare a splendere e a eclissarsi – e così via – alla luce della verità. Come dire: un indispensabile sistema solare.

(forse.)

Avessi una spada e un toro agonizzante pieno di banderillas sul groppone potrei finirlo per un senso di pietà e misericordia — lo stesso tipo di compassione che mi assale se vedo un insettucolo claudicante che si dimena a terra; che faccio lo schiaccio oppure resisto nel lago d’indifferenza, l’essenza della disumanità che alberga calmo nel mio cuore? Lo schiaccio, anche se poi generalmente, un attimo dopo mi pento di aver preso simili decisioni demiurgiche. Chi sono io per occuparmi della vita altrui? Già fatico a occuparmi della mia, incastrato in tutta quella monotona serie di attenzioni che servono per mantenere un precarissimo equilibrio omeostatico, tra il dare e il prendere, l’avere e l’essere, il mangiare e il defecare. Una fatica!
«Forse / che di sedere in pria avrai distretta!». Starsene rannicchiati «come l’uom per negghienza a star / si pone» e attendere, purgarsi, indifferente al peso degli anni. Tanto, a poco a poco, un giorno dopo l’altro, il paradiso, vedrai, arriverà. (Forse.)