non è proprio un déja vu…

Berlusconi

È sicuramente il più noto tra gli imprenditori del paese. È ricchissimo. Ha una fissa per i suoi capelli — almeno per quelli che ancora gli restano. Ha detto, con gusto, frasi del tipo: «La pigrizia è un tratto caratteristico dei neri». Oppure: «L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e le mie donne sono più belle». O anche: «Non lo faccio per i soldi. Ne ho già abbastanza, più di quelli che mi potrebbero mai servire».
Ha iniziato a guadagnare nel settore edilizio immobiliare; proprietario di una squadra di football, gli piace andare in TV ed è accusato di aver fatto affari con la mafia. Fa battute maschiliste e politicamente scorrette. Si è sposato due volte e ha cinque figli — due dei quali lavorano nelle sue aziende.
A chi gli chiede il motivo della discesa in campo, risponde convinto che un imprenditore, meglio di un politico di professione, è più adatto alla gestione del Paese. Si presenta come un outsider e mira a colmare il vuoto di leadership lasciato a destra. È talmente grossolano e ridicolo che potrebbe riscuotere un discreto successo nel peggiore elettorato di destra, anche se i suoi avversari politici sono convinti che non vincerà mai le elezioni: lo considerano poco meno che un pallone gonfiato, pieno di quattrini, che di punto in bianco, ritenendosi uomo della provvidenza, ha deciso di comprarsi (letteralmente) un palcoscenico politico di prima grandezza per giocare a far politica.
Sì, lo so che Donald Trump provoca in noi italiani una strana sensazione, come di déjà vu. Comprensibile. Ma, fidatevi, quel bruciore al culo non è proprio un déja vu. Puntini, puntini, puntini.

La democrazia danneggia la democrazia

È che uno, di solito, non ci pensa, ma subire ogni giorno la pressione della pubblica opinione, star lì a sentirsi rinfacciare (veri o falsi che siano) i propri difetti, gli errori veri o presunti commessi, non è cosa a cui ci si abitua, per tanto pelo che uno può ritrovarsi ad avere sullo stomaco. Come fare, allora, per uscire indenni – almeno psicologicamente, dico – a un attacco mediatico del genere? Occorre rifugiarsi nella cerchia dei fedelissimi, lacchè e famigli pronti e proni, che, con fare rassicurante e convincente, son lì a dirti di non dar retta a quegli altri – i calunniatori, gli invidiosi e i venduti.
Dice: come tengo insieme questa cerchia di fedeli, ‘sto carrozzone di puttane a mio esclusivo servizio, condizione vorrei dire psicologica per la sopravvivenza politica del leader? Mettendo su una rete di favori, piazzandoli in posti strategici, di responsabilità e di prestigio, avendo cura in sostanza di creare un circuito fortissimo (più o meno vizioso) di mutua assistenza. E così il cerchio si chiude. L’opinione pubblica democratica esercita il suo potere di controllo attraverso azioni che mirano a screditare il leader e le sue azioni; il leader, da par suo, per sopravvivere al discredito democratico, è costretto a crearsi un sistema di strutture cuscinetto di potere occulti che sfuggono a ogni tipo di controllo democratico. È il cane che si morde la coda: la democrazia danneggia la democrazia.