La donna non ha più le cosce…

 

«[L]a donna è caduta dal mistero dell’alcova e da quello dell’anima. E sa che penso?
— chiede il professore Roscio a Laurana ne “A ciascuno il suo” di Sciascia — Che la Chiesa cattolica stia registrando oggi il suo più grande trionfo: l’uomo odia finalmente la donna. Non c’era riuscita nemmeno nei secoli più grevi, più oscuri. C’è riuscita oggi. E forse un teologo direbbe che è stata un’astuzia della Provvidenza: l’uomo credeva, anche in fatto di erotismo, di correre sulla via maestra della libertà; e invece è finito in fondo all’antico sacco».
È a questa pagina del testo di Sciascia che penso con insistenza quando il tipo qui al mio fianco,  mi ripete con sospiro malinconico «La donna non ha più le cosce».
Siamo fermi, in fila, a mollo nel caldo umido dell’ufficio postale di F.: e davanti a noi è tutto un via vai di donne in pantaloncini e minigonne. Il tipo, un attempato signore in maniche di camicia, ha viscere cattoliche estremamente sensibili; una croce in vista, appuntata sul bavero della giacca che tiene piegata sul braccio, testimonia il mio sospetto. Voltandosi verso di me ribadisce secco: «Eh sì, non ne ha più… Non le vede?». Il fatto di vederle, raffinato paradosso, significa per lui l’invisibilità. Il fatto di poterle ammirare, osservarle semplicemente con gli occhi invece che di intravederle, di indovinarle, di provare a sognarle, genera un cortocircuito alla sua erotica contemplazione, un’assenza, una mancanza, una mutilazione. Ogni parte del corpo femminile che la moda del momento denuda, ecco che per lui svanisce come tratto di matita sotto l’azione della gomma. Se le donne — delizioso paradosso — andassero in giro a mostrar nudo tutto il corpo, soltanto le teste rotolerebbero davanti a lui, come dalla ghigliottina nel paniere. Ecco, sì: una cosa molto cattolica. Ma — chiedo — non è cosa ugualmente cattolica, di cosa altra dal cattolicesimo, questa scelta, più o meno consapevole, della donna di sparire come corpo appunto denudandosi? — e un teologo, in questa prospettiva altra, continuerebbe a dire che, in fondo, “è stata un’astuzia della Provvidenza”?

Una donna…

  
A dispetto dell’iconografia classica, ne l’Annunciata di Antonello da Messina l’angelo dell’annunciazione non c’è. E l’assenza è, per così dire, funzionale alla rappresentazione: manca l’angelo non perché sia andato perduto, tagliato o disposto in altro pannello; no. Il genio di Antonello ha concepito l’immagine dell’immacolata da sola proprio a voler indicare la solitudine di una decisione così tormentata, così assoluta come quella di essere la madre di Dio. «L’annunciata di Antonello – scrive Vittorio Sgarbi in Piene di Grazia, Bompiani – ha lo sguardo che viene verso di noi per poi arrestarsi come per un riempimento, per un’improvvisa necessità di concentrazione in sé che vediamo sottolineata dal gesto a mezz’aria della mano»; mano che non è solo un elemento prospettico, ma è elemento che trattiene l’angelo fuori (dal quadro e) dalla mente della donna in un gesto che lo allontana, a tenerlo oltre dai suoi pensieri. Perché non bastò che un angelo dicesse: «Concepirai un figlio e lo darai alla luce» (Lc 1, 31), ma fu necessaria la profonda e tormentata riflessione di una donna, e che ella stessa dicesse: «Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Sennò — col rispetto che è dovuto al caso — col cazzo che la storiella andava avanti!