ci vado io…

Si parla di politica, della crisi del sistema e della disaffezione alla vita pubblica di noi italiani. Il mio amico a un certo punto dice: «una volta c’era qui una famiglia di buoni mastri-carpentieri. Io avevo bisogno di un lavoretto fatto ad arte e sono andato da loro. Mi dissero: noi non possiamo, c’è molto daffare in questo periodo; ti mandiamo P. – un falegname che conoscevo. E io dissi: e c’è bisogno che me lo mandiate voi, P.? Ci vado io, a chiedergli di venire a lavorare da me». Fa una pausa, coglie il vago nel mio sguardo e così spiega la parabola: «Io ho sempre votato PD e prima ancora Partito Comunista; ma alle ultime elezioni mi sono detto: e che bisogno ho di farmi portare dal PD allo sfascio? Ci vado io. E mi sono astenuto.»

Chiaro, no?

Italia

Le sentenze – è in uso dire – vanno rispettate, sempre, anche quando sono considerate ingiuste. Rispettate, senz’altro. Ma criticabili, pure.
Senza però star qui a farla troppo lunga – ché qualcuno poi ci legge un dappiù di malizia da parte mia nel voler, magari, aggirare un ostacolo sopravanzando il legittimo diritto –, da quando la Cassazione ha stabilito che l’espressione “paese di merda” configura reato di vilipendio alla nazione, io mi limito a pensarlo, ma m’impongo, anche con la forza, contravvenendo ai miei principi morali di liberà di esprimere le mie opinioni sempre e comunque, m’impongo, dicevo, di non venir qui a scrivere “questo è un paese di merda”. Mi costa, lo ripeto, enorme sacrificio, ma la legge è legge; e dinanzi alle disposizioni dell’Alta Corte, m’inchino umilmente e mai, dico mai, mi troverete più a scrivere “paese di merda”, mai. Rinuncio anche a imbastir un minimo di ragionamento a sostegno della tesi che la definizione sia perfettamente calzante al nostro Paese. Ci rinuncio non foss’altro per evitare di dover utilizzare giri e giri di parole per non contravvenir al divieto di citare palesemente l’espressione tra virgolette. Chiaro, no?
Premessa che sarebbe superflua, questa, se il Paese, questo Paese, non fosse quello che è. Paese in cui è permesso, con disarmante superficialità, aggirare le leggi dello Stato a tutti e a tutti viene offerta, poi, un’interpretazione comoda a parargli il culo; un Paese questo in cui un delinquente pregiudicato ancora ha la possibilità di dire le sue idiozie in tv davanti a milioni di telespettatori; un Paese questo in cui a un altro viene offerta la possibilità di candidarsi in barba a disposizioni dello Stato, salvo poi sputtanarlo con una lista la cui legittimità viene poi disconosciuta dagli stessi organi che ne hanno voluta la legittimità.
Ecco, e qui mi fermo: quale migliore definizione – chiedo ora – per un Paese in cui questo (e molt’altro) può accadere? Chiaro, no?

Cinque a Due…

Siamo alle solite: hanno fatto così anche con Berlusconi, per vent’anni, e non è servito a un cazzo. Avranno imparato la lezione, uno pensa. Macché, anche stavolta hanno pensato che a far perdere consensi al demagogo potesse bastare mostrare le contraddizioni con se stesso, dar prova che sia un gran cazzaro, che cambi idea con la disinvoltura con cui una puttana si scopi un cliente o l’altro, che tratti la questione morale con l’elasticità di un copertone per automobili, tirandola e sformandola a seconda di come più gli aggrada.
Certo, dice, la battuta d’arresto c’è stata — ma relativa, ché quello delle Regionali era, in partenza, un test assai poco significativo: Renzi, in soldoni, vince comunque cinque a due. Eppure s’era lì a sparare nel mucchio, l’imbarazzo della scelta era davvero tanto: De Luca che piscia allegramente sulla legge Severino ma dice che la sua è una pisciata “di scuola”, lo scivolone mediatico della Bindi e la lista degli impresentabili, i candidati sbagliati in Liguria e in Veneto… un catalogo delle contraddizioni davvero voluminosissimo, roba da far invidia alla Treccani! Niente, cinque a due.
È che questi lodevolissimi commentatori delle altrui contraddizioni, indice teso a mostrar il paradosso, sotto sotto so’ sentimentalmente democratici e sfacciatamente ottimisti: convinti che alla gente faccia difetto solo la memoria. Magari! È che alla gente, oltre la memoria, fa soprattutto difetto la buona coscienza. E poi, cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – qui da noi, da sempre, fanno il deus ex machina.
È che, diciamolo chiaro, la gente ha bisogno di un millantatore in cui versare tutte le proprie speranze, qualcuno che incarni i suoi stessi difetti con l’autocompiacimento di chi li sappia volgere a pregi, esaltandoli a carattere nazionale. Mente? Suvvia, lo farà a fin di bene, per catalizzare le positive forze della speranza. Imbroglia!? E chi non imbroglia. Ma è mai possibile che nessuno riesca a cogliere negli atteggiamenti, nei toni e nei tic comportamentali di questi Uomini della Provvidenza, più o meno unt(uos)i, gli stessi atteggiamenti, gli stessi toni e gli stessi tic di chi applaude loro? Di questa gente sono semplicemente il medium. Fosse bastato rammentare alla plebaglia la promessa di un milione di posti di lavoro e la sconfitta del cancro, quanto sarebbe durato Berlusconi? Volevano credergli, dovevano credergli e nessuno avrebbe potuto togliergli la malia del feticcio, se non chi avesse trovato il modo di fottergliela.

Dice: possibile che la gente sia tanto ottusamente in malafede? Non tutta, la maggioranza sì, però. Ed è una maggioranza che rimane salda e solida attraverso gli anni, forte come l’ignoranza quando si pavoneggia, compatta e rigida pure quando i flussi elettorali la descrivono liquida e mobile, senza soluzione di continuità anche quando si dilania in due schieramenti: è l’anonima maggioranza inetta alla libertà, quella che schifa le responsabilità, tutte le forme di responsabilità. Perché un paese con questa maggioranza dovrebbe salvarsi dallo sberleffo, dal fallimento? Non sarebbe giusto, via.

Odio le campagne elettorali…

Odio le campagne elettorali. Chi a destra, chi a manca — e quelli poi sparsi un po’ qua e un po’ là — peggiorano tutti, vistosamente, senza quasi eccezione alcuna, più o meno un po’ tutti. Più so’ pesci piccoli e più puzzano, anche se pure quelli grossi danno il loro contributo nauseabondo. E sì che comprendo la necessità dell’affannarsi, del distinguersi smarcandosi dall’avversario, del marcare il territorio ma… nulla, io proprio non lo tollero. O meglio: lo tollero (e che fare altrimenti?), ma con enorme sofferenza. Oh, ben inteso, so anch’io che polis e polemos si contendono la stessa radice, ma all’abbrutimento del concetto in slogan — certuni, poi, invero assai banali e scontati — io, in cuor mio, ne soffro assai. Primum vivere, è ovvio, e in politica chi non vince, perde; voler vincere è l’anima stessa della competizione elettorale e, in democrazia, poi, dove vige quella spietata regola che vuole un voto per ciascuno e ciascuno è un voto, si cerca di soffiarne il più possibile all’avversario, in ogni modo. Se tutte queste cose, allora, mi sono note, perché soffro? Soffro perché, da una parte e dall’altra, vedo imbruttirsi i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là coltivo qualche antipatia). Anche quelli prima miti e assai cortesi, e, per mero calcolo utilitaristico, accade sempre in ogni campagna elettorale, sono come piegati ad un dovere, un rispondere a ordini di scuderia di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere, più che necessità, di farsi insensibili e impermeabili alle buone ragioni dell’altro.