i barbari vincono

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Ogni volta che subisce una batosta, la sinistra delle barche a vela e degli chef stellati osserva il ceto medio trionfante del Nord con un moto di stupefatto disgusto. È successo in passato, è successo anche questa volta. La società incivile: li chiamano così, quei milioni di italiani che si sentono all’opposizione dai tempi del primo centrosinistra di Fanfani, vorrebbero meno tasse (una sola aliquota magari), meno scartoffie e clandestini, amano i prati ma anche le autostrade, vivono male sotto i cieli plumbei ma non per questo scappano dalle responsabilità; leggono Wilbur Smith invece di Umberto Eco oppure non leggono affatto, ché come i più amano dire: «se avessi studiato mica sarei arrivato dove sono». A questi trionfanti compatrioti, la sinistra offre tuttalpiù un severo giudizio, quando prova a formulare un giudizio, ma non è affatto capace di ascoltarli, di intercettarne le richieste, di provare a stabilire un contatto. Eppure basterebbe una analisi un po’ meno superficiale di quella che riserva di solito al problema per inquadrare storicamente (almeno storicamente) quella che qualcuno ha definito “Rozza Italia”. Sono i barbari, insensibili ai valori classici ma traboccanti di fiducia in se stessi e di energie. L’Impero Romano, il glorioso impero dei Cesari, poté solo ritardare la propria caduta, usando le loro truppe per difendere i suoi confini o assorbendone i generali. Ma una minoranza in declino, che finge poi di non vedere i problemi, per incapacità o per freddo calcolo, non può comandare in eterno su una maggioranza più incazzata e brutalmente vitale. Non enunciare un problema non ne avvicina la soluzione; la allontana. E prima o poi, statene certi, i barbari vincono: è una legge di natura che nessun artifizio retorico del centrosinistra potrà affatto mutare.

nulla sarà più come prima

Ogni tanto, a maggior scorno di quanti, sondaggisti o politologi di ogni risma, hanno affrontano la delicatissima partita elettorale facendo finta di ragionare con i vecchi schemi e le vecchie regole del gioco, ecco, torna il punto: nulla sarà più come prima. Lo dicono tutti, oramai: domenica 4 marzo è definitivamente tramontato il mondo della politica italiana che abbiamo conosciuto negli ultimi venticinque anni. Nulla sarà più come prima, appunto. Le divisioni tra destra e sinistra quasi non esistono più nelle urne. Il centrosinistra precipita rovinosamente in un abisso inimmaginabile fino a qualche mese fa. Berlusconi, il capo indiscusso dei conservatori, l’uomo che con la sua discesa in campo e il rapporto ruspante e ammiccante con gli elettori, coi loro vizi e le loro debolezze, aveva dominato da sempre la scena, viene depotenziato nella competizione interna da Matteo Salvini, il leader che ha avuto la forza di cambiare radicalmente la Lega. I Cinque Stelle, affidati dal comico fondatore Beppe Grillo al signor nessuno Luigi Di Maio, ottengono un grande successo proprio quando decidono di uscire dal recinto della semplice protesta e vestono, per l’occasione, i panni nuovi da partito di governo.
Nulla sarà più come prima. Cambiano i protagonisti, cambia la geografia elettorale del Paese, cambiano le motivazioni del consenso.
La sconfitta del Pd ci restituisce un’Italia spaccata in due. Il centrodestra è fortissimo al Nord ma altrettanto rilevante con la Lega in aree del Centro e del Sud del Paese: in nome dei temi della rivolta fiscale, dell’immigrazione e della sicurezza (nella Macerata scossa dalla folle pistola xenofoba di Traini, tanto per dire, Salvini è passato da 153 a 4.808 voti).
I Cinque Stelle sfondano nel Mezzogiorno cavalcando la rivolta contro le vecchie classi dirigenti e offrendo (almeno a parole, a quanto pare) il reddito di cittadinanza come soluzione alla disoccupazione di massa, soprattutto giovanile. Una rivoluzione. E la dimostrazione più lampante di questa rivoluzione giunge proprio dal tracollo di Piero De Luca, soltanto terzo nella Salerno che fu il regno indiscusso del padre: i voti non si trasmettono per via ereditaria, come era consuetudine una volta.
In questo quadro ingarbugliato (ma non affatto imprevedibile), il prezzo più alto lo ha pagato il centrosinistra (e il suo capo Matteo Renzi), in una replica ancora più dura della sconfitta del referendum costituzionale del 2016.
Renzi, per opportunismo e insipienza, non ha voluto rifondare il Pd nel Mezzogiorno: ha lasciato l’apparato ai signori delle tessere pensando che il governo del Paese fosse la panacea dei mali e ora paga il più gravoso dei pegni. Non sappiamo ancora se le dimissioni, annunciate e poi congelate, rappresentino l’uscita di scena definitiva di un leader che aveva suscitato speranze e qualche illusione. Anzi aver rinviato tutto al termine delle consultazioni per il governo dimostra che vuole controllare possibili deviazioni dalla linea annunciata ieri: opposizione e mai accordi con M5S e centrodestra. Sappiamo invece che nel Pd si aprirà una battaglia politica e di ambizioni personali il cui approdo non è per niente scontato, vista la fuga di parte dei suoi elettori verso il Movimento Cinque Stelle.
Una fase tremenda in cui, c’è da scommettere, il Pd sarà dilaniato dal dilemma su come spendere il proprio capitale, anche se ridimensionato, di eletti in Parlamento. Luigi Di Maio ha aperto da subito al dialogo per la formazione di un governo, imperniato su se stesso e sul M5S, che nelle sue intenzioni potrebbe coinvolgere principalmente il centrosinistra. Anche Matteo Salvini si è detto pronto ad assumere l’incarico in rappresentanza di una coalizione di centrodestra molto lontana dalle vecchie logiche di schieramento dominate da Silvio Berlusconi.
Naturalmente siamo solo all’inizio di una fase politica in cui (solo) alcuni elementi appaiono chiari e tra tutti spicca inesorabile l’unica certezza: nessun partito e nessuna coalizione ha i voti sufficienti per governare in solitudine. Le rivendicazioni dell’incarico da parte dei vincitori sono legittime ma sembrano prove muscolari che devono misurarsi con la realtà di un Parlamento al momento senza maggioranza. Il fatto che M5S e Lega non abbiano accantonato le pulsioni antieuropee rende gli accordi molto più complicati.
La partita passa nelle mani del presidente della Repubblica che, crediamo, non abbia alcuna intenzione di farsi trascinare in tentativi dimostrativi di questo o quell’altro partito per formare il governo — prove di forze fatte unicamente per riaffermare il proprio ruolo. Il capo dello Stato ha il compito di assicurare stabilità all’Italia con un esecutivo sostenuto da numeri sufficienti. È un cammino stretto, scomodo e difficile ma l’unico percorribile. Quantomeno per assicurare quei provvedimenti minimi e quelle riforme necessarie che permettano di giocare la prossima gara in una maniera meno frantumata ed efficace. Nella speranza che l’eterna transizione italiana finalmente si chiuda e nella certezza che, come dicevamo, nulla sarà più come prima.

…la minima occasione di godimento.

Le chiacchiere di questi giorni a proposito del governo che verrà, mi ricordano uno dei tipici giochetti dell’infanzia: «Preferiresti morire bruciato, impiccato, squartato, annegato o decapitato?». Si rabbrividiva, si rideva e poi si sceglieva a turno, tra i possibili supplizi, quello che almeno allora pareva il meno atroce.
Ecco, il chiacchiericcio sulle possibili opzioni di governo bene esprime questo auspicio da morituri: tra le agonie a disposizione, preferiamo l’una piuttosto che l’altra, sperando in quella meno truculente. «Pensa che bello», dicono con un ghigno emozionato, «non c’è più “er moviola” a Palazzo Chigi, né l’appoggio responsabile al governo del pluri-indagato Berlusconi… Tutti a casa. Bene». Bene. E ci si offre, sollevati e quasi contenti, al carrozzone degli onesti pentastellati magari in accordo col carroccio nazional-padano di Salvini o con altre alchimie numeriche più o meno verosimili, più o meno risibili. Del resto, chi si accontenta gode. E guai a sprecare, di questi tempi, anche la minima occasione di godimento.

…un capolavoro di comunicazione politica.

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Mettiamola così. Sono stato messo con le spalle al muro dalla mia smisurata onestà intellettuale (che è inferiore solo alla mia modestia). La parte in me integerrima ha puntato l’indice sotto il naso a quella faziosa, e le ha intimato: “Ammetti subito il tuo errore di valutazione, riconoscilo. Intanto che t’affannavi a guardare il dito, quelli ti fottevano la luna sotto al naso e tu, fesso, non te ne accorgevi. Ammettilo!”. La parte faziosa ha fatto per ribattere: “Ma il protocollo, le gaffe, la costituzione… tutto faceva pensar…”. Stigmatizzata – ohi, ohi! – stigmatizzata a sangue.
“È ché – continua la parte integerrima – non hai guardato il fenomeno con la necessaria freddezza che richiede l’analisi politica in tempo di elezioni. Eggià, cara mia, perché siamo nel pieno della campagna elettorale: è questo il nocciolo del problema, è questo il punto su cui dovevi focalizzarti.” E poi, ancora: “Quando, faccio per dire, Di Maio afferma: «Si tratta di mantenere una promessa con gli italiani. Gli avevo assicurato che il Movimento avrebbe presentato la squadra di governo prima delle elezioni, oggi presenterò l’intera lista dei ministri. È un modo per proporre una squadra, candidato premier e governo, mentre negli altri schieramenti ancora non ho capito chi saranno i candidati a Palazzo Chigi, cambiano ogni giorno», ecco, vedi, ti ha indicato una strategia. Puoi essere d’accordo o meno sui contenuti, puoi apprezzare o meno la tattica, ma non dovevi cadere nella trappola di smontargli il giocattolo, ché quello, appunto, è solo un giocattolo. Berlusconi, ecco Berlusconi, ad esempio, quando (ri)firma il contratto con gli italiani da Vespa usa un escamotage di comunicazione politica per prendere un impegno. Meno efficace rispetto alla prima volta – una replica, diciamolo, difficilmente spiazza come la prima visione – ma comunque è un modo per prendere un impegno. Esattamente come ha fatto Di Maio. Sarà pure un giochetto il suo governo farlocco ma nell’immaginario collettivo il messaggio che arriva è quello di un impegno mantenuto. Reale e immaginario qui si fondano e, mettitelo in testa, la produzione di immaginario in campagna elettorale conta tantissimo. E ancora: il giochetto (la lista dei fantamistri, la salita al Colle, la presentazione cadenzata degli stessi ministri…) ha prodotto, di fatto, l’effetto di spostare il dibattito politico. Non si parla più del dopo-voto, delle scoppiettanti promesse di inizio campagna, di Renzi e Berlusconi, ma del governo che (non) verrà dei grillini. Il focus della discussione, il rumore di fondo della campagna elettorale nella fase più delicata (quella che mira a catturare l’attenzione degli indecisi, appunto) è tutto concentrato sulle proposte dei grillini e gli altri partiti, invece, restano appesi al commento sugli avversari. A inseguirli, appunto: non più produttori di contenuti, ma semplici followers. Metti poi che gli avversari si presentano agli occhi dei loro stessi elettori divisi, in contrapposizione tra loro, indecisi nelle scelte… ecco, di fronte a tutto questo, l’elettore dice: «voi intanto mettetevi d’accordo, ché io voto altro». Vedi?! Ammettilo: quello del Movimento 5 Stelle è stato un capolavoro di comunicazione politica. E, per giunta, riuscito. Tocca dirlo: chapeau!”.
Integerrima vs. Faziosa 1-0. Su calcio piazzato. Imprendibile.

L’astensionista narciso…

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Nell’astensionismo c’è un po’ di tutto: menefreghismo, rabbia, vendetta, delusione. Ma soprattutto c’è narcisismo, il “nessuno merita il mio voto”; ed è, tra tutte, la componente la meno scusabile. L’astensionista narciso odia doversi specchiare nell’immagine imperfetta e corrotta della politica, non ne accetta i limiti, la parzialità, la fallibilità. È, di fondo, un totalitario, uno che sogna il “voto perfetto” per il ”partito perfetto”. Grida il suo “non mi avrete” ed è fiero di mostrare la sua delusione per tutto e per tutti. È deluso, sì, ma non di se stesso. Anzi, valuta il proprio voto come una moneta troppo preziosa da mettere sul piatto per una posta assai modesta qual è, in fondo, la politica odierna. Così come coloro che sperano di incontrare “la donna ideale” o “l’uomo ideale” difficilmente riescono a star bene con le donne e gli uomini “normali” (e vanno, inevitabilmente, in bianco), l’astensionista narciso spinge a che arrivi sulla scena pubblica un impossibile, quanto improbabile, Partito Ideale, oppure – peggio ancora – rimpiange, idealizzandolo, “il mio partito di una volta”, proprio come si fa con l’età giovane. Intanto che sogna, spera e si dispera, altri elettori, magari ugualmente scontenti o delusi, però (un po’) meno narcisi, decidono di abbassarsi, umilmente, al livello della realtà e sporcarsi, come usa dire, le mani. Un poco invidiano la sdegnosa altezzosità dell’astensionista. Ma alla fine trovano conforto nella comune dignitosa mediocrità di una passeggiata ai seggi elettorali.

Il livellamento verso il basso…

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Impossibile non provare stupore (quando non è mestizia) per il profilo ormai bronzeo di Berlusconi, evoluzione pluridecennale di costosissimi e sofisticatissimi lifting, dalla plastica al bronzo e dal bronzo, scommettiamo?, alla pietra – quando Silvio, nelle prossime tornate elettorali, assumerà le fattezze austere e pensose di un Moai dell’Isola di Pasqua. Nei talk di questi frenetici giorni di campagna elettorale, l’ex Cavaliere presenta nel volto rigidi caratteri di immutabilità ed eternità, sfuggevoli, tenuti assieme a quelli lievi di una vecchiezza nei modi a dir poco rassicurante (il nonnino coi cagnolini della Brambilla) dall’imbarazzante bitume che ogni giorno è costretto a spalmarsi sulla pelata; maschera sospesa sulla voragine del tempo che (per gli altri) inevitabilmente scorre: e noi qui, come tanti sarchiaponi, a chiederci chi, tra i suoi, sarà il nuovo premier. Alternativo a lui – suo avatar virtuale -, nel cosiddetto centrodestra, è il bruto Salvini, ducetto della ex Padania ormai stiracchiata, per convenienza ma non per coerenza, giù giù fino a Trapani; oppure, giusto per non spaventare troppo i bambini, il suo fidato e sempre troppo poco incensato Tajani, che per farsi riconoscere, qualora le urne dessero ragione a Silvio, uscendo dall’Europarlamento dovrà apparire in tv con un cartello appeso al collo con tanto di TAJANI scritto in grande.
Se poi vogliamo dire della corsa a Palazzo dalle parti di Grillo, be’, meglio non parlarne neppure, ché da quelle parti è stato tutto già deciso da una app, un poke, un clic, un get con tanto di copyright della Casaleggio Associati, opaca e sfuggevole entità il cui solo aspetto evidente è che gli Associati non siamo affatto noi.
Quanto sopra, lo avrete già capito, per dire agli altri partiti (grandi e piccini) più o meno in affanno nei sondaggi clandestini, che la smettessero di considerarsi messi peggio degli altri. Il livellamento verso il basso li soccorre, e non poco.

Inquietante!

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Pare che un attento e puntigliosissimo partigiano di Lombardia progressista, lista a sostegno della candidatura di Giorgio Gori (Pd) alla presidenza della Regione, abbia offerto su Facebook un minuziosissimo elenco di quanti milanesi di nome Benito andranno a votare. Si scopre così che il prossimo 4 marzo saranno chiamati alle urne ben 276 milanesi che al momento della nascita sono stati battezzati col nome del famoso maestro di Predappio. Non solo: c’è anche la sfilza dettagliata di quelli che portano Benito insieme ad altri nomi. In alcuni, la scelta ideologica appare difficilmente contestabile: cinque elettori, infatti, sono stati battezzati Benito Adolfo, e a uno – perché non ci fossero dubbi – il babbo ha dato come secondo nome Mussolini. Riconducibili alla figura del Duce sono forse anche i due Benito Arnaldo e magari anche i tre Benito Romano. Ma ad affollare la classifica sono una quantità di cittadini, che portano l’odioso marchio solo come secondo, terzo o addirittura quarto nome. Tanto per dire, esiste un Francesco Gabriele Ferdinando Benito Romano, che potrà, qualora fosse chiamato a dar conto di questo crimine, invocare le attenuanti generiche per avere ben tre nomi sinceramente democratici — un paio poi di tendenza marcatamente mistica — prima di quello dispotico, appunto.
La notizia, a ogni modo, comprende il commento del simpatico contabile: «Un inquietante risultato». Beh — non me ne voglia il contabile — ma direi solo “un po’ inquietante” se si pensa che siamo responsabili di tutto, anche della nostra faccia, quantomeno a partire da una certa età, ma non certo del nome che ci viene affibbiato all’anagrafe. Certo, dato il contesto, un rilievo un po’ ambizioso. Venisse poi confermato in qualche modo, aprirebbe scenari interessanti. Tipo, si potrebbe tentare di scovare a uno a uno i Leoluca, come Bagarella, per acciuffare i mafiosi a Palermo, e se pare troppo almeno le Beatrici in Italia per acchiappare le civici popolari (esistono!). Ad ogni buon conto: Milano avrà pure ‘sti 276 Benito, ma volete mettere con noi a Napoli? Un cuofono di Giggino. Inquietante!

Poi vorrebbero farci credere che la politica non è un mestiere!

Politici

Un veloce giro tra le bacheche ed è inevitabile sorridere dei selfie-reportage dei nostri impegnatissimi social-politici. Non tanto per la mediocrità dei contenuti, quanto per il surreale accumulo di apparizioni multiformi a qualunque ora del giorno, seduti in televisione e in piedi a stringere le mani, in primo piano, a figura intera, di profilo, in macchina, a piedi, in giro per l’Italia per le elezioni, tra gli studi televisivi per le interviste e nella nowhere land dei social. Ovunque. Sempre. E costantemente. Oggi come ieri. Solo che oggi l’impietosa ribalta dei social, per giunta auto-prodotta, avvicina subdolamente a noi quelle persone che un tempo ci faceva comodo considerare altri, quasi una specie separata, coabitanti alieni. Facce sui manifesti, appunto. Provvisori imbrattamuri che poi vedevamo sbiadire, screpolare, strappare e infine sparire il giorno dopo il verdetto delle urne. Subitissimamente.
Mi chiedo, sinceramente, come facciano oggi i politici, nell’attimo della loro massima riproducibilità tecnica, a non sentirsi fagocitati, dati in pasto, divorati dal pubblico sguardo. Perché le modelle e gli attori – icone pubbliche per antonomasia – sono solo interpreti di un ruolo, truccatissimi, travestitissimi. Ma un politico è sempre e solo lui, non ha vie di fuga, la sua faccia è la stessa del suo personaggio, le sue parole le stesse della sua eterna esibizione. Silvio Berlusconi, per dire, interpreta Silvio Berlusconi. Non ci sono alternative. Anche nelle sue più fantasiose smentite, Silvio Berlusconi interpreta Silvio Berlusconi.
Poi ci vengono a dire che la politica non è un mestiere! Lo è a tale punto che non conosce tregua, neanche di notte, quando il politico dorme (o è in convalescenza forzata) ma la sua immagine circola, inesausta, parlando, parlando, parlando…

non è proprio un déja vu…

Berlusconi

È sicuramente il più noto tra gli imprenditori del paese. È ricchissimo. Ha una fissa per i suoi capelli — almeno per quelli che ancora gli restano. Ha detto, con gusto, frasi del tipo: «La pigrizia è un tratto caratteristico dei neri». Oppure: «L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e le mie donne sono più belle». O anche: «Non lo faccio per i soldi. Ne ho già abbastanza, più di quelli che mi potrebbero mai servire».
Ha iniziato a guadagnare nel settore edilizio immobiliare; proprietario di una squadra di football, gli piace andare in TV ed è accusato di aver fatto affari con la mafia. Fa battute maschiliste e politicamente scorrette. Si è sposato due volte e ha cinque figli — due dei quali lavorano nelle sue aziende.
A chi gli chiede il motivo della discesa in campo, risponde convinto che un imprenditore, meglio di un politico di professione, è più adatto alla gestione del Paese. Si presenta come un outsider e mira a colmare il vuoto di leadership lasciato a destra. È talmente grossolano e ridicolo che potrebbe riscuotere un discreto successo nel peggiore elettorato di destra, anche se i suoi avversari politici sono convinti che non vincerà mai le elezioni: lo considerano poco meno che un pallone gonfiato, pieno di quattrini, che di punto in bianco, ritenendosi uomo della provvidenza, ha deciso di comprarsi (letteralmente) un palcoscenico politico di prima grandezza per giocare a far politica.
Sì, lo so che Donald Trump provoca in noi italiani una strana sensazione, come di déjà vu. Comprensibile. Ma, fidatevi, quel bruciore al culo non è proprio un déja vu. Puntini, puntini, puntini.