…rarissimo distillato di verità.

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Sbaglierò, ma a me pare che ogni estate faccia un caldo terribile, e ogni inverno un freddo cane. Ma sui giornali, nei telegiornali, quelli classici alle televisioni e quelli moderni sugli schermi dei cellulari, la rivoluzione della Terra intorno al Sole è sempre fonte di ammirato stupore: le temperature – fanno sapere – di questi giorni sono “da record” (come quelle dello scorso inverno e del prossimo), e in estate accadrà che ci attenderà un caldo che farà alzare la colonnina di mercurio fino alle vette massime del secolo. Come ogni anno. Se l’inattendibilità dell’informazione è, in generale, irritante, in questo caso è simpatica. Riflette fedelmente la normale utile vacuità dei discorsi d’attesa all’ufficio postale (“che freddo, eh?”, “uh sì, un freddo becco, signora mia!”) e accosta la minacciosa concettosità dei titoli di giornale al nostro quotidiano ciarlare. Queste oramai inevitabili nicchie di ciancia meteorologica migliorano (di poco, ma la migliorano) l’informazione perché ne mostrano il lato obiettivo, quasi umano. Fa freddo! – è uno dei pochi titoli di giornale che non arrechi danni irreparabili alla parola umana infarcendola di secondi o terzi fini, di significati distorti, di faziosità, di falsità, di parzialità, di partigianeria, di antipatico settarismo e di fanatismo. Anzi, è un titolo a suo modo “rieducativo”, ci ricorda che in inverno, appunto, non fa caldo. E che questo tempo agita anche me… Ecco, il soffio gelido di Burian troneggia sulle prime pagine come un rarissimo distillato di verità.

…il Re è nudo?

Re nudo

Agosto, si sa, è il mese in cui anche l’informazione va in vacanza, fa vuoto (è questo che etimologicamente vuol dire vacanza) ed è questo il periodo appetibile assai per chi è affamato di visibilità. A settembre, sa bene, tutto ridiventerà più complicato, affollato, occorre approfittarne ché la concorrenza poi sarà spietata. Con l’afa che opprime e il caldo che ammorba, i riflessi dell’opinione pubblica già di per sé sfiancati e lenti, diventano ancora più meccanici di quanto non lo siano di solito e così le provocazioni, che meriterebbero solo una scrollata di spalla, un’alzata di palpebra, un gesto minimo di indifferenza, riescono – queste provocazioni, dico – a ottenere l’attenzione sistematicamente cercata. È tutto un disperato rincorrere il sensazionalismo, la provocazione fine a sé stessa, il cocciuto voler emergere da un piattume imperante e sonnacchioso. E poco importa se si tratti del balletto di Razzi con Luxuria, del taglio di capelli di Arisa o delle lettere indirizzate al Primo Ministro dalle pagine di carta dei giornali o da quelle elettroniche di Facebook: è la disperata voglia di accaparrarsi quel minimo di visibilità a che una mezza provocazione assurga a notizia nazionale che mostra la miseria di certe idee; è l’atteggiamento – soprattutto questo – con cui l’attenzione mobile del pubblico riesce a essere più ossequiosa dei sudditi davanti al Re nudo a mostrare l’inconsistenza di certe opinioni. Il punto, tuttavia, è un altro: il Re è scioccamente vanitoso, non si discute, ma i sudditi? Non sono loro, in fondo, a essere il vero problema? Voglio dire: passi per chi, pur di dare segno della sua esistenza, ha bisogno di andarsene nudo in piazza avvolto da un manto invisibile, ma una voce a gridare “il Re è nudo!”, e via, no?! Insomma, chi è più sciocco: chi si pavoneggia in piazza o chi d’attorno gli da il consenso?