dai tempi di Anselmo d’Aosta

Dio

Ci sono quelli che ci credono a prescindere: fermi e inamovibili nella loro fede. A questi si contrappongono quelli che non ci credono affatto, e restano tetragoni nel loro rifiuto più assoluto. Ci son quelli poi che dubitano dell’esistenza ma che a scegliere conviene comunque crederci, ché tanto poi alla fine, mal che vada, hanno guadagnato l’illusione di vivere nella speranza dell’esistenza. Poi, ancora, ci son quelli che preferiscono non porsi affatto il problema, e per comodità dicono di sì, ci credono anche loro… Insomma, e qui chiudo, era dai tempi di Anselmo d’Aosta che non c’era un tal fervore tra le ragioni del credere e quelle del non credere nell’esistenza, come per l’intercettazione di Crocetta.

Il Paradosso Italiano…

  
A margine della vicenda che vede coinvolto l’ormai ex governatore della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, vale la pena segnalare il paradossale caso della Sicilia e-Servizi, società informatica presieduta dall’ex magistrato Antonio Ingroia, amico di Crocetta e, incidentalmente, paziente dell’oramai tristemente famoso dottor Tutino.
I fatti. Dopo la batosta elettorale, Ingroia assume la carica di curatore fallimentare della società che ha l’intera gestione del sistema informatico della regione. Obiettivo: liquidare un’azienda in stato fallimentare. In previsione dell’uscita di scena della Sicilia e-Servizi, la Regione a guida Crocetta decide di dotarsi di un proprio Ufficio Informatico per il quale assume 97 dipendenti. Poi, il ripensamento: Crocetta decide di risanare la Sicilia e-Servizi e incarica Ingroia di gestirla. Risultato: 97 dipendenti dell’Ufficio Informatico della regione vengono dirottati nella rinata Sicilia e-Servizi e stanno lì a controllare l’operato dei 76 dipendenti della società. La Corte dei Conti e la Procura Ordinaria, a ‘sto punto, vogliono vederci chiaro (ché tutto ‘sto movimento è costato ai contribuenti, per ora, 250 milioni di euro) e arrivano i primi avvisi di garanzia a Crocetta e Ingroia che, da par loro, per tutelarsi, bloccano il rinnovo dei contratti ai 76 dipendenti della controllata. Scoppia la protesta; sciopero dei dipendenti; servizi informatici della Regione bloccati — tradotto: non è possibile prenotare le visite specialistiche per il servizio sanitario nazionale né, tanto per dire, cambiare il medico di base.
In questo quadro concreto di sprechi, disagi e assunzioni clientelari, il paradosso tutto italiano: le dimissioni di Crocetta sono state provocate da una intercettazione che, per ora, pare non esistere.

tra una pubblicazione di un’intercettazione e l’altra…

Intercettazioni

«In Italia il problema delle intercettazioni viene riproposto ciclicamente, in particolare quando emergono vicende che riguardano personaggi di una certa notorietà, soggetti “forti”, che hanno voce politica e/o mediatica. In questi casi scatta […] la richiesta di interventi restrittivi a tutela di coloro che si trovano sbattuti o temono di finire sulle prime pagine dei giornali […], anche se non si può non sottolineare che la stessa sensibilità non si riscontra quando sono in gioco interessi di semplici cittadini».
Così, stamani, l’ex procuratore Giancarlo Caselli in un’intervista apparsa su la Repubblica a firma di Liana Milella. Al netto dell’ultima parte della risposta – ché il tiro populista è evidente e, sinceramente, assai stucchevole – credo che proprio il punto inquadrato da Caselli – o, per meglio dire, l’eventualità che si possano presentare situazioni di disparità nel trattamento riservato ai “forti” rispetto a chi forte non è – debba essere la spinta a che il Governo (o chi per esso) si pronunci, al più presto, sul rognoso problema delle intercettazioni, fornendo, finalmente, delle regole certe su questa spinosissima questione.
Problema, quello della pubblicazione delle intercettazioni, che non è solo, ovviamente, di privacy quanto soprattutto di distorsione del processo a favore dell’accusa; sicché quando Caselli, riferendosi sempre alle intercettazioni, sotto l’occhio – e qui sto immaginando – inquisitore della Milella, afferma che “se non ci fosse stata un’informazione attenta, come per fortuna c’è stata, la qualità della nostra democrazia avrebbe potuto peggiorare. Se questo ruolo fosse cancellato o pesantemente limitato sarebbero guai”, l’ex procuratore sta affermando – e mi si scusi il lessico poco rispettoso – una enorme cazzata.
Oh, si badi, non sto qui anacronisticamente sostenendo che occorra mettere a tacere i media, nient’affatto: dico solo che sarebbe assai auspicabile che i media stessi riflettessero, nei ritagli di tempo, tra una pubblicazione di un’intercettazione e l’altra, sull’uso spesso indiscriminato, violento e schifosamente strumentale che hanno fatto, che stanno facendo e che (è probabile) continueranno a fare delle intercettazioni.
L’idea che il quarto o il quinto potere abbiano licenza di pubblicare qualsiasi cosa (merda compresa) fa parte delle tante presunzioni di casta di questo nostro strano Paese.