l’invasione degli imbecilli…

Non voglio trattenermi troppo a lungo su tutte le implicazioni della dichiarazione di Umberto Eco, sennò mi vengono le vertigini, e vado subito al punto. Dice l’illustre semiologo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Commento a caldo: che stronzata! Argomentiamo.
Chi — mi chiedo — metteva a tacere gli imbecilli? E come? E, ancora: chi impedirebbe a questo ipotetico silenziatore-da-bar ad agire anche sui social media? Ma, poi, è davvero così utile e saggio reagire alle cazzate di un imbecille? E perché? Arreca danno? E in che misura? E soprattutto: perché a un imbecille dovrebbe essere negato il diritto di parola?
Beh, sì: troppe domande, è vero, e a nessuna provo a dare una risposta; il fatto è che la questione sollevata da Umberto Eco mi pare difettosa già in premessa, sicché rinuncio ad approfondirla. Dico solo che il bello di Internet è la sua anarchia. E in tale contesto, chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza, fesso o saggio che sia.
Di fronte a Erostrato che, per passare alla storia, dava fuoco al tempio di Diana (e arrecava un consistente danno alla comunità – benché come diceva Lec, prima di condannare Erostrato vorrei aver visto il tempio di Diana in Efeso), ben venga chi si limita a portare in superficie le proprie idee, per quanto fesse siano, ché — al netto, questo è il danno — fa perdere al massimo solo pochi mega di traffico dati. Tutto qui.

L’intelligenza…

  

“Идите, идите ио леcтницe, кoтoрая наз- cя цивилизацией, nporpeccoм, кулbтурой, нo куда идти? Право не энаю.” “Andiamo, andiamo — riflette Čechov — su per la scala cosiddetta del progresso, della civiltà e della cultura. Ma dove si va? Io davvero non lo so.” Questa riflessione dello scrittore russo, nella sua lineare chiarezza, mostra come la cultura contemporanea continuamente perda pezzi: forfora di saperi, cumuli di isole resi quasi inservibili, ché mancano i ponti, collante per tentare di tenerli assieme; è smemorata la cultura contemporanea, non ricorda, utilizza il tempo per il tempo, come fosse un luogo orizzontale, una freccia scagliata per dritto, e non scava a fondo, non mette radici e non sfrutta quelle del passato. O, comunque, crea con questi legami così flebili da risultare inefficaci e vani. I miti antichi, i cosiddetti classici, sono importantissimi per la nostra psiche, la psiche di noi uomini contemporanei. Ma quasi più nessuno legge di mitologia, né prova a recuperare i saperi perduti: non c’è tempo — si dice. E lo si dice con tanta superficialità e convinzione come se si sapesse davvero cos’è il tempo, come se fosse semplice rendersi conto di cosa si parla quando ci si riferisce al tempo.

“Mηϰέτι πάπταινε πóρσιoν”, ammoniva Pindaro, “non guardare troppo lontano”, proiettato troppo nel futuro; ma nessuno è più capace di fermarsi per far sedimentare il sapere. L’intelligenza, soprattutto nell’era del web, è velocità, rapidità, concretezza. La lentezza è vista come uno spreco di risorse, non è moderna. Un lusso che nessuno può più permettersi. Solo che si spaccia — con efficacia, visti i risultati — si spaccia, dicevo, per intelligenza un surrogato di essa: proiettiamo sull’individuo, sul singolo, un concetto che di per sé non può essere singolare; decliniamo un concetto collettivo in modo soggettivo, personale, individualista. E ristretto. L’intelligenza, per come l’intendiamo, è capacità di comprendere, di prendere decisioni, è efficacia: nella contemporaneità è talmente staccata dalla cultura a cui apparteniamo che può anche diventare artificiale, può essere gestita attraverso una serie più o meno complessa di algoritmi numerici.

Ma l’intelligenza che conta, quella che incide profondamente nel sistema organizzativo, consolidandone l’identità, quella che aiuta a capire è sempre un’intelligenza collettiva. È l’intelligenza collettiva che spinge al progresso, perché è capacità di leggere il passato attraverso strumenti che sono di tutti e sono condivisi: il linguaggio, la scienza, l’arte, la storia, la religione, in una parola la cultura. 

E — e questo è, se volete, l’aspetto più inquietante — più le società perdono gli strumenti di comprensione, di codifica delle cose, più il sistema tende a rifiutare le origini e a proiettarsi in un futuro snello, veloce, sbiadito tra le maglie del web, più vanno a dissolversi i saperi, più il sistema culturale diventa inutile e più si immagina che l’intelligenza sia qualcosa di infuso dall’alto, dote innata che brilla, solitaria, in un grigiore che tutti accomuna. E questa visione, di per sé, conduce, inevitabilmente, all’impossibilità di progettare il futuro, di fare dell’intelligenza collettiva il punto di partenza di qualsiasi cosa. “If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants”, scriveva Newton a Hooke, “Se ho visto più lontano, ho potuto farlo stando in piedi sulle spalle di giganti”, sfruttandone, appunto, le conoscenze, i pensieri. Studiandoli.

Insomma, e qui chiudo, l’intelligenza — a dirla con una massima — non è un sapere autoreferenziale, spirale che collassa in un punto, ma è sapere condiviso, assieme agli altri. Non è la velocità del tempo, il lampo dell’intuizione, scintilla viva nel buio, non è l’eccezione del genio solitario, ma è il sentimento del tempo.