camelie

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Leggo un avvincente racconto di Tolstoj, un racconto che gronda di aggettivi, descrizioni, periodi lunghi che esplorano dettagli; forme che possono affaticare un lettore poco attento, eppure i suoi personaggi restano piantati sulla pagina come alberi, unici, radicati dentro il loro tempo. A me fanno venire desiderio di espiantarli e trasferirli nel mio giardino.
Da lettore ho più capacità di affezionarmi a degli sconosciuti di quanta ne abbia nella vita. Del resto la vita non si preoccupa mica di presentarmi così nei dettagli gli sconosciuti? Dev’essere questo il motivo per cui leggo. Allargo l’ambito di persone da osservare con la massima sfacciataggine, senza la fatica di dover chiedere. Il lettore è un impiccione autorizzato. La sua giustificazione è che in quei momenti è solo. La solitudine gli è da attenuante.
Tolstoj offre generosamente la sua capacità di osservatore gli altri: le sue storie sono precisissimi ritratti d’umanità.
Si ripete in mezzo all’inverno la fioritura della camelie che ho piantato sul campo. Contro il grigio di un giorno uggioso squilla il loro rosa intenso a sovrapporsi.
Associo le camelie a Tolstoj per questo effetto di deporsi sopra, a contrasto, a conforto.
Lo ammiro come ammiro la fioritura. Le sua pagine si stendono sopra l’inverno del lettore, gli placano le urgenze, gli colorano l’anima nei giorni cupi.
Si esce da un suo racconto meglio disposti, come dopo essersi rinfrescati gli occhi col rosa di camelie.

Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

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Vabbè, tocca rassegnarsi. Spalare la neve deve essere, per l’Italia, una sfida tecnologica insostenibile. Gli spazzaneve, il sale grosso, i guantoni, i cappelli e le sciarpe di lana, le catene per auto devono essere ritrovati tecnologici avveniristici (e costosissimi?) per i quali non siamo ancora pronti. Dev’essere così, fidatevi!
A fronte di tale incapacità, basterebbe però ci venisse risparmiato almeno il desolato stupore con il quale giornalisti e meteorologi più o meno esperti, ogni inverno, accolgono l’inverno. Pare difficile accettarlo, ma è così: in Italia, in febbraio, fa freddo e nevica. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti. E spesso — udite udite — nevica “anche al Sud”, come strombazzano i tele-giornalisti con l’espressione sgomenta della D’Urso quando da un pettegolezzo già pregusta le ricadute in termini di audience sulle sue trasmissioni. Il Sud, infatti, è pieno di montagne molto alte. E appartiene — mi insegnò il professore di geografia — alla fascia del mondo a clima temperato: in estate, quindi, fa caldo e in inverno, indovinate un po’?, freddo. Da qualche decina di migliaia di anni. Tutti gli anni. Tutti.

…rarissimo distillato di verità.

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Sbaglierò, ma a me pare che ogni estate faccia un caldo terribile, e ogni inverno un freddo cane. Ma sui giornali, nei telegiornali, quelli classici alle televisioni e quelli moderni sugli schermi dei cellulari, la rivoluzione della Terra intorno al Sole è sempre fonte di ammirato stupore: le temperature – fanno sapere – di questi giorni sono “da record” (come quelle dello scorso inverno e del prossimo), e in estate accadrà che ci attenderà un caldo che farà alzare la colonnina di mercurio fino alle vette massime del secolo. Come ogni anno. Se l’inattendibilità dell’informazione è, in generale, irritante, in questo caso è simpatica. Riflette fedelmente la normale utile vacuità dei discorsi d’attesa all’ufficio postale (“che freddo, eh?”, “uh sì, un freddo becco, signora mia!”) e accosta la minacciosa concettosità dei titoli di giornale al nostro quotidiano ciarlare. Queste oramai inevitabili nicchie di ciancia meteorologica migliorano (di poco, ma la migliorano) l’informazione perché ne mostrano il lato obiettivo, quasi umano. Fa freddo! – è uno dei pochi titoli di giornale che non arrechi danni irreparabili alla parola umana infarcendola di secondi o terzi fini, di significati distorti, di faziosità, di falsità, di parzialità, di partigianeria, di antipatico settarismo e di fanatismo. Anzi, è un titolo a suo modo “rieducativo”, ci ricorda che in inverno, appunto, non fa caldo. E che questo tempo agita anche me… Ecco, il soffio gelido di Burian troneggia sulle prime pagine come un rarissimo distillato di verità.