scrivere

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E allora scrivere non è mai solo raccontarsi, ma lasciare che le storie ti vengano a trovare e si mescolino con quello che hai vissuto. Così alla fine non si tratta solo di mettere su carta la propria vita. Ma di riempire quella vita di altre cose, di aggiungere vita ai giorni che hai vissuto.

[Roberto Cotroneo, da Il sogno di scrivere. Utet. pag 21]

[…]

Manzoni

Quella del testo che si finge ritrovato è una delle costruzioni letterarie che, peggio di un tarlo succhiello, mi ha sempre dato da pensare. L’autore – ché di questo si tratta – presenta il suo come un testo non suo, o quanto meno, derivato da un testo non propriamente scritto da lui. È una finzione combinata, aggravata il più delle volte – non sempre, ma quasi sempre – dall’essere una finzione rozzamente costruita. Finge l’autore – non sempre, ma quasi sempre – d’aver avuto un testo scritto da uno sconosciuto, che ovviamente risulta a tutti sconosciuto per davvero (e grazie al cazzo, verrebbe da chiosare). E finge – non sempre, ma quasi sempre – d’essere venuto in possesso di quel testo in modo accidentale, fortuito. Finge – non sempre, ma quasi sempre – di averlo corretto, tradotto, snellito, ripulito, giurando sul suo onore di non avervi apportata alcuna modifica nell’ossatura, se non, appunto, nella sola forma che – non sempre, ma quasi sempre – è anche sostanza.
Chissà se, con questo, sarò riuscito a chiarire la natura del mio da pensare sulla costruzione letteraria del testo che si finge ritrovato. Penso – e dico il primo che viene in mente – al Manzoni de I Promessi Sposi: lo “scartafaccio” “dilavato e graffiato autografo” dell’anonimo “buon secentista” che l’autore prova a trascrivere fino ad “accidenti”, così almeno finge Manzoni. Ecco: a che serve – esattamente – questa finzione? A quale effetto mira? È — chiedo — una riserva con la quale l’autore sembra voler rinunciare a oneri e onori? Ma, in tal caso, è una rinuncia che non può reggere, e infatti sembra costruita proprio per non reggere. L’evidenza della finzione, non a caso, spesso resa da una disarmante inverosimiglianza di dettagli relativi al ritrovamento del testo o comunque dall’abuso che se n’è fatto della finzione letteraria in quanto tale, è – non sempre, ma quasi sempre – la regola. E allora: perché questa finzione?

La letteratura come esperienza di vita…

Nell’insonnia di questa notte, con frammentaria e incandescente chiarezza, mi pareva di essere arrivato a una risposta sulla letteratura, su che cosa è la letteratura — “La letteratura come esperienza di vita”, a dirla con le parole del tema proposto quest’anno ai maturandi. Ma ora, qui, non so ripeterla. È come quando, a scuola, chiamati a ripetere il canto di Dante mandato a memoria il giorno avanti, inaspettato s’incagliava il filo della memoria su di uno scoglio pericolosamente affiorato dal nulla a trattenere le parole, nonché la memoria di quel canto, la memoria nella sua interezza e nella sua essenza. 
Di quella riflessione — se tale era, dico —, di quella risposta, non faccio che riportare, a mo’ di esempio, i versi 127-136 del V canto dell’Inferno di Dante, su cui mi pareva di aver verificato il concetto: e può darsi che, avulsi da quel contesto ormai come svanito, ancora e in qualche modo funzionino:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per piú fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.

Ora, nel trascrivere i versi mi colpisce – a darmi non so che certezza o non so che smarrimento: come avessi di colpo bevuto un bicchiere di vino troppo forte – la bellezza del suono di quelle parole. Un evento infinitesimale, un adultero bacio “tutto tremante”, uno di quegli eventi che il nulla onnipresente e onnivorace continuamente ingoia: ma ecco che fermato su una pagina, spiaccicato in scrittura, diventato letteratura, poesia sublime, attraversa immortale i secoli pieni di rumori, colmi di morte, di inganni e furori e arriva, carico di rifrazioni, a me: a occupare la mia mente, a essere parte di un mio stato d’animo. E questo, si badi, al di là del significato ultimo dei versi, senza star lì a scomodare la logica o la parafrasi delle terzine, evitando — volutamente, confesso — che il lettore possa interferire “con la sua sensibilità e il suo gusto anche il proprio mondo pratico, diciamo pure il suo quotidiano, se l’etica, in ultima analisi, non è che la riflessione quotidiana sui costumi dell’uomo e sulle ragioni che li motivano e li ispirano”: è nell’essenza dell’intreccio di quei versi i sentimenti, i ricordi, le emozioni…
Non credo che la vita sia qualcosa da contrapporre alla letteratura. Credo che l’arte faccia parte della vita”, dice Borges in Conversazioni americane; ecco sì, la letteratura come un sistema di “oggetti eterni” (e uso con impertinenza questa espressione del professor Whitehead) che variamente, ciclicamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, per poi tornare a splendere e a eclissarsi – e così via – alla luce della verità. Come dire: un indispensabile sistema solare.