giornalai…

Il Corriere, nel riportare ‘sta notizia, produce un capolavoro di pavidità che al confronto quello svergognato di Emilio Fede mi si erge come modello di giornalista dalla schiena dritta. “In un tweet prima e nel corso di un’intervista a SkyTg24 Salvini – si legge nell’articolo – aggredisce le parole di un’abitante di un campo nomadi della periferia milanese”. Sarebbero state aggredite le parole, capite?, le parole, non la persona… roba da pazzi!

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…l’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

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A riguardare il discorsetto di sette secondi con il quale Berlusconi ha distrutto gli ultimi sette mesi di lavoro del centrodestra, ci si intravede, con efficacia esemplare e dunque emozionante, tutta la parabola berlusconiana: l’assottigliarsi inesorabile della quantità, delle dimensioni, della circonferenza del potere e dell’avere (e dunque dell’essere) di un ex mattatore che spariglia le carte e la butta in caciara pur di non arrendersi, pur di non dover ammettere la sconfitta: incapace di darsi per vinto, incapace di fare i conti con la realtà delle cose.
Al visto e rivisto tocca affiancare poi l’immaginazione. E il Salvini che in pubblico finge disinvoltura, lo si immagina qui, dietro le quinte, nero di rabbia contro il destino assurdo e beffardo che lo ha voluto legare, nel punto più alto della sua parabola politica, al viale del tramonto del vecchio satrapo. Si immagina, anche, l’imbarazzo del codazzo a libro paga ancora disponibile a testimoniare solidarietà e comprensione all’ex cavaliere; in cuor loro a masticar veleno, “ma tu guarda ‘sto rintronato che ha detto”, ma tutti intorno a dirgli, affettuosi, sornioni: “presidente che stile, che trovata”. Poveri cristi! Che brutto mestiere dev’essere il loro. Perché da un po’ di tempo, converrete, la fatica di essere Berlusconi è niente in confronto all’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

senza speranza…

1519402472622 1521141018 JPG il pd e la riforma dell ordinamento penitenziario

Nessuno poteva pensare che gli ultimi giorni di una legislatura sepolta e di un governo di affari correnti producessero il soprassalto di una volontà di riforma appena decente della condizione delle galere. Ma tant’è. Oggi, finalmente, in zona Cesarini – come usa dire in questi casi –, il Consiglio dei Ministri si appresta a un ulteriore passo verso il varo definitivo del decreto attuativo delle nuove misure alternative. Ma è bastato che la riforma entrasse nell’ordine del giorno per far inalberare il leghista Matteo Salvini. «Un governo sconfitto e senza la fiducia degli italiani si prepara ad approvare il salvaladri – ha detto sobriamente uno tra i papabili alla presidenza del Consiglio –. Facciamo appello al Presidente della Repubblica affinché eviti questa vergogna. Noi siamo pronti a qualsiasi cosa per impedire a migliaia di delinquenti di uscire di galera». Questo è il clima, questo lo stato delle cose. Leghisti e Cinque Stelle ritengono che la lotta per la legalità abbia bisogno di un inasprimento e non di un allentamento della repressione e della filosofia giustizialista. Tocca rassegnarsi a queste posizioni che s’impastano inevitabilmente con quelle autoritarie. Hanno una grossa maggioranza, questi freschi vincitori.
Ci sono luoghi, celle, scantinati, stive, panchine, dai quali si aspetta il loro regno con l’orecchio al suolo, in silenzio, abbracciati alle proprie gambe piegate al petto. Rannicchiati in un angolo. Senza speranza.

nulla sarà più come prima

Ogni tanto, a maggior scorno di quanti, sondaggisti o politologi di ogni risma, hanno affrontano la delicatissima partita elettorale facendo finta di ragionare con i vecchi schemi e le vecchie regole del gioco, ecco, torna il punto: nulla sarà più come prima. Lo dicono tutti, oramai: domenica 4 marzo è definitivamente tramontato il mondo della politica italiana che abbiamo conosciuto negli ultimi venticinque anni. Nulla sarà più come prima, appunto. Le divisioni tra destra e sinistra quasi non esistono più nelle urne. Il centrosinistra precipita rovinosamente in un abisso inimmaginabile fino a qualche mese fa. Berlusconi, il capo indiscusso dei conservatori, l’uomo che con la sua discesa in campo e il rapporto ruspante e ammiccante con gli elettori, coi loro vizi e le loro debolezze, aveva dominato da sempre la scena, viene depotenziato nella competizione interna da Matteo Salvini, il leader che ha avuto la forza di cambiare radicalmente la Lega. I Cinque Stelle, affidati dal comico fondatore Beppe Grillo al signor nessuno Luigi Di Maio, ottengono un grande successo proprio quando decidono di uscire dal recinto della semplice protesta e vestono, per l’occasione, i panni nuovi da partito di governo.
Nulla sarà più come prima. Cambiano i protagonisti, cambia la geografia elettorale del Paese, cambiano le motivazioni del consenso.
La sconfitta del Pd ci restituisce un’Italia spaccata in due. Il centrodestra è fortissimo al Nord ma altrettanto rilevante con la Lega in aree del Centro e del Sud del Paese: in nome dei temi della rivolta fiscale, dell’immigrazione e della sicurezza (nella Macerata scossa dalla folle pistola xenofoba di Traini, tanto per dire, Salvini è passato da 153 a 4.808 voti).
I Cinque Stelle sfondano nel Mezzogiorno cavalcando la rivolta contro le vecchie classi dirigenti e offrendo (almeno a parole, a quanto pare) il reddito di cittadinanza come soluzione alla disoccupazione di massa, soprattutto giovanile. Una rivoluzione. E la dimostrazione più lampante di questa rivoluzione giunge proprio dal tracollo di Piero De Luca, soltanto terzo nella Salerno che fu il regno indiscusso del padre: i voti non si trasmettono per via ereditaria, come era consuetudine una volta.
In questo quadro ingarbugliato (ma non affatto imprevedibile), il prezzo più alto lo ha pagato il centrosinistra (e il suo capo Matteo Renzi), in una replica ancora più dura della sconfitta del referendum costituzionale del 2016.
Renzi, per opportunismo e insipienza, non ha voluto rifondare il Pd nel Mezzogiorno: ha lasciato l’apparato ai signori delle tessere pensando che il governo del Paese fosse la panacea dei mali e ora paga il più gravoso dei pegni. Non sappiamo ancora se le dimissioni, annunciate e poi congelate, rappresentino l’uscita di scena definitiva di un leader che aveva suscitato speranze e qualche illusione. Anzi aver rinviato tutto al termine delle consultazioni per il governo dimostra che vuole controllare possibili deviazioni dalla linea annunciata ieri: opposizione e mai accordi con M5S e centrodestra. Sappiamo invece che nel Pd si aprirà una battaglia politica e di ambizioni personali il cui approdo non è per niente scontato, vista la fuga di parte dei suoi elettori verso il Movimento Cinque Stelle.
Una fase tremenda in cui, c’è da scommettere, il Pd sarà dilaniato dal dilemma su come spendere il proprio capitale, anche se ridimensionato, di eletti in Parlamento. Luigi Di Maio ha aperto da subito al dialogo per la formazione di un governo, imperniato su se stesso e sul M5S, che nelle sue intenzioni potrebbe coinvolgere principalmente il centrosinistra. Anche Matteo Salvini si è detto pronto ad assumere l’incarico in rappresentanza di una coalizione di centrodestra molto lontana dalle vecchie logiche di schieramento dominate da Silvio Berlusconi.
Naturalmente siamo solo all’inizio di una fase politica in cui (solo) alcuni elementi appaiono chiari e tra tutti spicca inesorabile l’unica certezza: nessun partito e nessuna coalizione ha i voti sufficienti per governare in solitudine. Le rivendicazioni dell’incarico da parte dei vincitori sono legittime ma sembrano prove muscolari che devono misurarsi con la realtà di un Parlamento al momento senza maggioranza. Il fatto che M5S e Lega non abbiano accantonato le pulsioni antieuropee rende gli accordi molto più complicati.
La partita passa nelle mani del presidente della Repubblica che, crediamo, non abbia alcuna intenzione di farsi trascinare in tentativi dimostrativi di questo o quell’altro partito per formare il governo — prove di forze fatte unicamente per riaffermare il proprio ruolo. Il capo dello Stato ha il compito di assicurare stabilità all’Italia con un esecutivo sostenuto da numeri sufficienti. È un cammino stretto, scomodo e difficile ma l’unico percorribile. Quantomeno per assicurare quei provvedimenti minimi e quelle riforme necessarie che permettano di giocare la prossima gara in una maniera meno frantumata ed efficace. Nella speranza che l’eterna transizione italiana finalmente si chiuda e nella certezza che, come dicevamo, nulla sarà più come prima.

chi non ricorda il passato non avrà futuro

A buttar un occhio ai dati definitivi sui voti in Campania rastrellati dalla Lega (più di duecentocinquantamila voti nei tre collegi), non si può non pensare quanto sia corta la memoria degli italiani.
Il fatto che da quella compagine, per più di vent’anni, siano stati lanciati insulti e maledizioni contro quei “terroni” parassiti che vivono succhiando il sangue agli operosi padani è stato già dimenticato.
È bastato che indicasse un nuovo “nemico” su cui scaricare odio e frustrazioni e giù tutti a spellarsi le mani per applaudire le farneticazioni di Salvini.
Qualcuno, un po’ di tempo fa, ha detto che chi non ricorda il passato non avrà futuro. Qui siamo al non ricordare neanche quello che è successo ieri, del futuro meglio non parlarne.

Il livellamento verso il basso…

Berlusconi 19

Impossibile non provare stupore (quando non è mestizia) per il profilo ormai bronzeo di Berlusconi, evoluzione pluridecennale di costosissimi e sofisticatissimi lifting, dalla plastica al bronzo e dal bronzo, scommettiamo?, alla pietra – quando Silvio, nelle prossime tornate elettorali, assumerà le fattezze austere e pensose di un Moai dell’Isola di Pasqua. Nei talk di questi frenetici giorni di campagna elettorale, l’ex Cavaliere presenta nel volto rigidi caratteri di immutabilità ed eternità, sfuggevoli, tenuti assieme a quelli lievi di una vecchiezza nei modi a dir poco rassicurante (il nonnino coi cagnolini della Brambilla) dall’imbarazzante bitume che ogni giorno è costretto a spalmarsi sulla pelata; maschera sospesa sulla voragine del tempo che (per gli altri) inevitabilmente scorre: e noi qui, come tanti sarchiaponi, a chiederci chi, tra i suoi, sarà il nuovo premier. Alternativo a lui – suo avatar virtuale -, nel cosiddetto centrodestra, è il bruto Salvini, ducetto della ex Padania ormai stiracchiata, per convenienza ma non per coerenza, giù giù fino a Trapani; oppure, giusto per non spaventare troppo i bambini, il suo fidato e sempre troppo poco incensato Tajani, che per farsi riconoscere, qualora le urne dessero ragione a Silvio, uscendo dall’Europarlamento dovrà apparire in tv con un cartello appeso al collo con tanto di TAJANI scritto in grande.
Se poi vogliamo dire della corsa a Palazzo dalle parti di Grillo, be’, meglio non parlarne neppure, ché da quelle parti è stato tutto già deciso da una app, un poke, un clic, un get con tanto di copyright della Casaleggio Associati, opaca e sfuggevole entità il cui solo aspetto evidente è che gli Associati non siamo affatto noi.
Quanto sopra, lo avrete già capito, per dire agli altri partiti (grandi e piccini) più o meno in affanno nei sondaggi clandestini, che la smettessero di considerarsi messi peggio degli altri. Il livellamento verso il basso li soccorre, e non poco.