…rarissimo distillato di verità.

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Sbaglierò, ma a me pare che ogni estate faccia un caldo terribile, e ogni inverno un freddo cane. Ma sui giornali, nei telegiornali, quelli classici alle televisioni e quelli moderni sugli schermi dei cellulari, la rivoluzione della Terra intorno al Sole è sempre fonte di ammirato stupore: le temperature – fanno sapere – di questi giorni sono “da record” (come quelle dello scorso inverno e del prossimo), e in estate accadrà che ci attenderà un caldo che farà alzare la colonnina di mercurio fino alle vette massime del secolo. Come ogni anno. Se l’inattendibilità dell’informazione è, in generale, irritante, in questo caso è simpatica. Riflette fedelmente la normale utile vacuità dei discorsi d’attesa all’ufficio postale (“che freddo, eh?”, “uh sì, un freddo becco, signora mia!”) e accosta la minacciosa concettosità dei titoli di giornale al nostro quotidiano ciarlare. Queste oramai inevitabili nicchie di ciancia meteorologica migliorano (di poco, ma la migliorano) l’informazione perché ne mostrano il lato obiettivo, quasi umano. Fa freddo! – è uno dei pochi titoli di giornale che non arrechi danni irreparabili alla parola umana infarcendola di secondi o terzi fini, di significati distorti, di faziosità, di falsità, di parzialità, di partigianeria, di antipatico settarismo e di fanatismo. Anzi, è un titolo a suo modo “rieducativo”, ci ricorda che in inverno, appunto, non fa caldo. E che questo tempo agita anche me… Ecco, il soffio gelido di Burian troneggia sulle prime pagine come un rarissimo distillato di verità.

…nemmeno ciao.

  

E così, quando B. arrivò correndo nel luogo stabilito, lei chiaramente non c’era nella piazza del paese dove s’era convenuto d’incontrarsi; eppure aveva fatto appena un quarto d’ora di ritardo! I telefonini, allora, non esistevano e lui, affannato e sudato, con lo sguardo disperato girava a compasso la piazza e, in fondo, in una stradina laterale di accesso, gli sembrò di intravederla. Fu un attimo: fece una corsa, era lei, triste: aveva il muso lungo, gli occhi spenti, era bella ma non gli disse manco ciao. E sì che si scusò, che dette la colpa a quella cazzo di catena della bici, e a un suo amico che lo aveva importunato per chiedergli un consiglio su non ricordo bene quale problema aveva con la sua pupa, ma lei niente, zitta, camminava a testa bassa, incurante e fredda, nessun segno di comprensione. A lui, improvvisa, giunse un’eccitazione mista allo sconforto: c’era quel fiore di vita pieno, acerbo, a portata di mano e sentiva di non poterlo cogliere. La rabbia montava, la disperazione bastarda prendeva il sopravvento. Così, dal mazzo che s’era preparato per quell’incontro, pensò di giocare la carta stupida dell’indifferenza e disse, tra lo strafottente e il serio: «Va be’, per un’ultima volta: mi spiace, non ho fatto apposta… accetta le mie scuse, altrimenti pazienza, ciao, buona passeggiata». Lei alzò la fronte da terra e per un attimo posò, altrettanto seria, gli occhi dentro i suoi. Un brivido di esitazione e le lucide labbra di marzapane lievemente si schiusero a lasciar filtrare i raggi bassi del sole negli spazi lievemente pronunciati tra un dente e l’altro. Un sospiro? Una parola soffocata in gola? Dio come era bella, buona, tanta! Un gesto, un solo gesto, e l’avrebbe seguita ovunque nonostante l’alterigia, l’orgoglio e l’ostentato disprezzo che, come velo funebre, le coprivano il viso. Ma fu impossibile. Quello sguardo di grazia pieno si diresse ovunque tranne dov’era posto lui. Non gli disse nemmeno ciao. Lui, stordito, non le disse nemmeno vaffanculo.