Archivi dei tag: paura

un sospiro di sollievo…

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«Il razzismo è fuori discussione, non c’entra nulla si tratta di un episodio certamente sciagurato e tragico che sarebbe successo ugualmente se il ragazzo non fosse stato di colore » [la Repubblica, 15 settembre 2008]. E questo dovrebbe rassicurarci e farci tirare un sospiro di sollievo?

sopportare la vita…

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«Non faremmo meglio a riconoscere che col modo nostro di trattare la morte abbiamo vissuto al di là delle nostre possibilità psicologiche e che perciò ci conviene abbandonarlo e piegarci alla verità? Non sarebbe meglio restituire alla morte, nella realtà e nel nostro pensiero, il posto che le compete, dando un rilievo un po’ maggiore a quel nostro atteggiamento inconscio di fronte alla morte che ci siamo fino a ora sforzati di reprimere con cura? [...] Sopportare la vita: questo è pur sempre il primo dovere di ogni vivente. L’illusione perde ogni valore se c’intralcia in questo compito»

Sigmund Freud, 1927

…d’oh!

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Sbrighiamo subito i convenevoli, sennò si rischia di sembrare il Pecoraro Scanio di turno. Dunque: sono – per principio, direi –ideologicamente favorevole ad ogni tipo di avanzamento scientifico-tecnologico e quindi quattro hip-hip-hurrà per la possibilità che anche da noi s’inizi a parlare di nucleare. Sbrigato, mi pare sia tutto. Ora, però, parliamo d’altro, ma senza allontanarci troppo dal contesto, ché anche a volercene allontanare non ci si riesce, visto che è strutturale. Quando Scajola ieri ha annunciato «entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione» così, di riflesso, ho provato un senso di fottuta paura. Strano direte – visto l’incipit del post. Eggià strano… ma solo fino ad un certo punto, carissimo mio lettore, ché quello che mi preoccupa non è questa tecnologia in particolare, ma gli italiani in generale e il loro pressappochismo nello specifico. Ché – a ben pensarci su un pochino – un conto è gestire (e provare ad arginare) l’emergenza rifiuti altro, invece, è provare a gestire quello – ipotetico ma non improbabile – delle scorie. Insomma, il solo pensiero che un Bassolino qualsiasi possa, un domani, dover metter bocca sullo smaltimento di materiale radiattivo… meglio non pensarci, vah.

assurde relazioni…


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Sono costretto a fare un discorsetto molto sgradevole, garantisco sul mio onore che non ci metterò compiacimento, per quanto, se pure fosse – intesi? Dice il presidente Fini: «Tolleranza zero» contro chi ha ammazzato Nicola Tommasoli, ma «molto più gravi» le contestazioni dei giorni scorsi della sinistra radicale contro la Fiera del libro di Torino.
Sgombriamo subito il campo da equivoci o da speciosi fraintendimenti: considero quelli che hanno bruciato le bandiere israeliane dei perfetti imbecilli ché affermare di aver compiuto, consapevolmente, «un gesto forte» per protestare contro «le morti, ormai quotidiane, di civili palestinesi, tra cui anche bimbi di pochi mesi, sotto il fuoco israeliano» la dice lunga sulla sanità mentale dei contestatori. Detto questo – ritornando alle dichiarazioni del neo-presidente – ritengo che il solo pensare di poter, in qualche modo, paragonare (al fine di stabilire una qualsivoglia relazione) un gesto assurdo qual è quello di bruciare una (qualunque) bandiera ad un assurdo (e vile) pestaggio mortale di una (qualunque) persona sia , quanto meno, fuori luogo se non inopportuno e, ovviamente, stupido. Se poi tra i miei (pochi) lettori c’è qualcuno che la pensa diversamente, sarei davvero lieto se il tipo mi spiegasse – prima di essere mandarlo a cagare – il motivo per cui mi sta (ancora) leggendo.

come gregge al pascolo…

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La locandina sembra quella di un kolossal americano: faccia del protagonista su un lato, sullo sfondo un particolare dell’ambientazione, colore caldo e intenso a risaltare i particolari, titolo, nomi degli attori e orari di proiezione. Mancano pochi giorni per prenotarsi: i ben informati dicono, con una certa soddisfazione, che la fila sarà bella lunga: seicento visitatori all’ora! Il tempo necessario per buttare uno sguardo sommario ai resti putrefatti del santo, per valutarne sommariamente il grado di decomposizione e poi via.
Vista in filigrana insieme ai macchinosi dati dei flussi elettorali, quella della
visita alle frattaglie del santo mi sembra possa essere un’immagine più che attuale dell’Italia di oggi fatta (anche) di gente intellettualmente fragile, facilmente ricattabile sia umanamente che politicamente; gente ostinatamente arroccata, contro ogni evidenza e contro ogni conoscenza razionale in quella fragile meringa della propria identità e (quindi) nel proprio credo; senza dubbi e – questo mi pare ancora più grave – senza alcuna alternativa da provare per il gusto di migliorarsi. Una fila macabra – seicento visitatori all’ora – che parecchi considereranno suggestiva e poetica (ché per molti è suggestivo e poetico sprofondare in massa nei molli abissi arcaici del nostro paese) ma che io – come spero anche molti credenti – considero, invece, di una infinita e acuta tristezza. Un’immagine dell’Italia di oggi – lo dicevo prima – che suggerisce una semplice e pacata riflessione che è di pancia e di parte, certamente, ma pare – almeno a me – molto calzante: ci si può aspettare non dico qualche cosa di buono ma almeno un serio cambiamento da un popolo che freme e brama per venerare una salma? potrà mai cambiare un paese che s’ammassa in fila – come gregge al pascolo – per scorgere su di un corpo cavato da sotto terra i cambiamenti che, inesorabilmente, il tempo, i vermi e le muffe hanno provocato?

Ad ognuno il suo “absurdum”…


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Sulle ginocchia c’è un alone di polvere: il sagrestano dev’essersi scordato di spolverargli lo scranno, stamani. Il tipo – un bacherozzo basso e tozzo – con fare altezzoso mi chiede sarcastico: “Che c’è dopo la morte?” Coglione – gli rispondo di riflesso – che c’era prima della vita? Il nulla. Perché allora ti spaventa quello che potrebbe esserci dopo e non quello che c’è stato prima? Perché tutta la tua fede, il tuo scaramantico grattarti i coglioni al passare del carro funebre o del gatto nero, s’esaurisce nella riverente costruzione di un dopo mentre il prima manco te lo caghi? Non lo senti il retrogusto di terrore in quella friabile meringa del tuo credere? Perché, caro mio, credi tu davvero che, in fondo, c’è una grande differenza tra chi, per ubriacare il suo disagio esistenziale, crede in Dio o tocca ferro o evita di passare sotto le scale o telefona al cartomante o s’avvolge nel caldo bozzolo di altri rituali più o meno pagani? Ad ognuno il suo “absurdum”, verrebbe da dire (se non fosse che certuni amano intersecare i vari absurdum per una forma di eccessiva (in)sicurezza). Divertiti e, se ti piace, goditene pure ché tutto questo può servire anche a farti stare bene. L’importante è che non mi maciulli le gonadi. Non chiedo altro. Punto.

…il terrore della morte

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“Da sempre la Chiesa stava agendo in due direzioni opposte: da un lato presentandosi come arbiter super partes, propagatrice dei valori cristiani di amore, carità, uguaglianza, pace; dall’altro come nucleo fondamentale di un nuovo Impero, basato su strutture simili a quelle romano-barbariche ma retto da una filosofia, se così si può dire, del tutto diversa: la fede, che spiega la presa quasi magica della potenza ecclesiastica sulla mentalità italiana. La fede era decisamente superiore al divide et impera romano perché, per agire su questo mondo «falso» e «transitorio», ipotecava quello «vero», che sarebbe venuto presto e «per sempre». Nessuna idea, nessun concetto, nessuna filosofia aveva mai avuto lo stesso potere. [...] Il terrore della morte era attenuabile soltanto con una fiducia religiosa. La Chiesa, fatta di uomini che provavano le stesse paure, seppe sfruttare e amministrare bene la contingenza storica: se questo mondo era finito o era divenuto troppo difficile da sopportare, occorreva avere fede nell’aldilà [...]. Attraverso la fede dell’aldilà, la Chiesa consentiva agli italiani di ricominciare a sperare in un aldiqua, a patto di rispettare la sua legge. E per secoli e secoli, almeno fino all’inizio del Novecento, la grande massa degli italiani sarebbe stata certa del ruolo «salvifico» della Chiesa”.

Giordano Bruno Guerri, Antistoria degli Italiani