
Bisogna lasciare la ragione agli altri perché questo li consola del non avere altro.
versione 2.0

Bisogna lasciare la ragione agli altri perché questo li consola del non avere altro.

«Consentire a coppie lesbiche l’accesso alla procreazione in vitro [...] significa – sostiene Assuntina Morresi su l’Avvenire di ieri – cancellare il padre, con tutto quello che ne consegue sul piano simbolico e concreto». L’intero concione della pia professoressa potete leggervelo qui. Non cito null’altro del pezzo, contenti? Così, almeno, non vi tolgo lo sfizio – assai gustoso e invitante, a dire il vero – di farvi scoprire da soli il come e il perché la tipa abbia mandato la ragione a batter sul sagrato: tre Pater e un paio di Ave per ogni marchetta!
Avviso i miei dolcissimi lettori, humani generis delicia mea, che – e quanto dico valga come incìso – da queste parti, chiamando alla memoria un intervento del professor Veronesi, si è convinti che «l’educazione migliore per un bambino [...] non dipende [...] dall’orientamento sessuale dei genitori, ma dal loro affetto e dalla loro attenzione».
Buona lettura.

«La nostalgia è il rimpianto d’un passato che è stato e non può tornare; ma la malinconia è diversa. È rimpianto di ciò che non è stato ma che sarebbe stato possibile, di un’altra vita non vissuta, d’un amore che ti ha sfiorato senza fermarsi. Di un tu che avresti voluto incontrare ma non hai incontrato, di un te stesso che avresti voluto essere e non sei stato ».

Sono costretto a fare un discorsetto molto sgradevole, garantisco sul mio onore che non ci metterò compiacimento, per quanto, se pure fosse – intesi? Dice il presidente Fini: «Tolleranza zero» contro chi ha ammazzato Nicola Tommasoli, ma «molto più gravi» le contestazioni dei giorni scorsi della sinistra radicale contro la Fiera del libro di Torino.
Sgombriamo subito il campo da equivoci o da speciosi fraintendimenti: considero quelli che hanno bruciato le bandiere israeliane dei perfetti imbecilli ché affermare di aver compiuto, consapevolmente, «un gesto forte» per protestare contro «le morti, ormai quotidiane, di civili palestinesi, tra cui anche bimbi di pochi mesi, sotto il fuoco israeliano» la dice lunga sulla sanità mentale dei contestatori. Detto questo – ritornando alle dichiarazioni del neo-presidente – ritengo che il solo pensare di poter, in qualche modo, paragonare (al fine di stabilire una qualsivoglia relazione) un gesto assurdo qual è quello di bruciare una (qualunque) bandiera ad un assurdo (e vile) pestaggio mortale di una (qualunque) persona sia , quanto meno, fuori luogo se non inopportuno e, ovviamente, stupido. Se poi tra i miei (pochi) lettori c’è qualcuno che la pensa diversamente, sarei davvero lieto se il tipo mi spiegasse – prima di essere mandarlo a cagare – il motivo per cui mi sta (ancora) leggendo.
“Ti riconosci miserabile. E lo sei. Malgrado tutto – anzi, proprio per questo – Dio ti ha cercato. Egli impiega strumenti sproporzionati: perché si veda che l’opera è sua. A te chiede solo docilità”

Si tratta di un dialogo tra un padre e una madre che si è svolto alla presenza di un medico. Il padre esordisce così: «Quando una cura intensiva la si vuole fare a tutti i costi si vuole a tutti i costi che un bambino rimanga handicappato». «Il primo giorno che Gabriele è stato estubato», stavolta è la madre a parlare, «ha avuto la possibilità di piangere. Noi l’abbiamo sentito per la prima volta e abbiamo provato un grande senso di gioia perché ci sembrava vivo. Però questo senso di gioia è diventato disperazione perché lui ha pianto perennemente e piangerà perennemente. Cosa hanno fatto? Hanno dato la vita a un pianto. Se nessuno ha il diritto di togliere la vita, che diritto hanno loro di darla in questo modo?». Il padre continua: « Gli è rimasto un quarto di cervello. Le capacità di avere una relazione con l’ambiente, con ciò che lo circonda, non ci sono assolutamente. È come un bambino vegetale solo che al posto di essere lì immobile ha un comportamento violento, aggressivo fatto di urla e torsioni, di movimenti spastici». La madre aggiunge: «Con un bambino così non sei veramente madre perché non esiste un rapporto» e lui conclude: «Quando il medico mi ha detto che sembrava che a Gabriele rimanesse solo un mese di vita, io ho provato una sensazione di benessere. In quel momento mi sono detto: “È finito il martirio”».

La riflessione che mi preme qui sviluppare riguarda una questione molto delicata, ed figlia – la riflessione, dico – di un sereno confronto che ho avuto in uno dei post precedenti.
Molti (ad esempio i cattolici) sostengono che l’embrione é un essere umano; la mia tesi [*] – che qui voglio subito palesare – è che a partire dalla loro stessa logica è possibile affermare che l’embrione non è un essere umano.
La potenza – è la scuola aristotelica ad affermarlo – è la predisposizione della materia ad assumere una certa forma: è quel motore che permette alla forma di plasmare la materia secondo i suoi dettami. L’atto, invece, è la forma stessa realizzata, ovvero la materia plasmata sotto l’azione della forma. Un corpo è capace di cambiar luogo anche prima che lo cambi o che glielo si faccia cambiare; un seme è capace di diventare frutto anche prima che lo divenga effettivamente. Che l’embrione sia essere umano in potenza – ovvero qualcosa che, in certe condizioni, sviluppa per diventare essere umano – è principio accettato da tutti (sia da coloro che sostengono che l’embrione è un essere umano, sia da chi lo nega). Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell’embrione sostengono anche che il processo che conduce dall’embrione all’uomo (“in atto”, direbbe Aristotele) non è un processo inevitabile, univoco e deterministico: durante il percorso formativo l’embrione potrebbe, ad esempio, dare vita anche soltanto a una membrana amniocoriale (“uovo chiaro”, mola idatidea, ecc.), senz’ombra di umano: «ciò che è in potenza – diceva lo Stagirita – è in potenza gli opposti». Quindi se l’embrione può diventare “un uomo in atto”, allora, proprio perché “lo può” può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che non è affatto uomo: nell’embrione, cioè, i due opposti sono necessariamente uniti. La conclusione, a questo punto, è semplice da dirsi: se l’embrione è, in potenza, quell’esser già uomo che è, indiscutibilmente, unito all’esser già non-uomo, ne viene che l’embrione non è già un uomo. Se un seme è un fiore e un non-fiore non è un fiore. Non essendo un uomo, non si può assolutamente affermare che sopprimendo l’embrione si commette un omicidio. Insomma – e sia questo solo un inciso che vale pure come chiosa – se si vuol essere coerente ai propri principi, usando la stessa logica usata da chi sostiene che l’embrione è un uomo, non si può non ammettere che l’embrione non è un essere umano.
[*] che, sia detto per inciso, è la tesi esposta in un articolo del prof. Emanuele Severino pubblicato sul Corriere della Sera nel dicembre del 2004.

Se la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola
Da tutte le parti odo gridare: ma non ragionate! L’ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari! L’intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, ma credete!
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