“…non è necessario invocare Dio” (Stephen Hawking)

Hawking

Affermare che «le leggi della scienza sono sufficienti per spiegare l’origine dell’universo. Non è necessario invocare Dio» (Stephen Hawking) equivale, spero ne converrete, a negare l’esistenza di Dio, ché se è possibile spiegare l’origine dell’universo senza dover ricorrere a un suo creatore, o – prima ipotesi – quello che viene indicato come tale è superfluo oppure – seconda ipotesi – non è creatore. Tertium non datur.
E così – stante la premessa – a Dio viene scippato l’attributo della sua necessità, in assenza della quale cadono, come tessere di un domino, le cinque vie ontologiche di Tommaso D’Aquino, che pongono ogni cosa in una relazione di necessità creaturale secondo ex motu (…dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio), ex causa (…dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio), ex contingentia (…dunque, bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio), ex gradu perfectione (…dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio) ed ex fine (…vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio).
Tommaso, obtorto collo, si muoveva in un ambito assai stretto, entro il quale le sue prove avevano parvenza sostanziale: appena, però, si esce da quel dominio, nel quale il tempo e lo spazio conservano la rappresentazione ormai dimostrata aleatoria, la logica di Tommaso perde consistenza e s’affloscia. Tempo e spazio non sono quello che ci sembrano e, soprattutto, non sono rigidi come gli assi sui quali costruiamo per comodità la rappresentazione degli eventi. Fuori dal contesto classico – quello newtoniano, per chiarire i termini – che assai si lega alle percezioni sensoriali, il concetto di eventi diventa irriducibile alle regole della logica corrente e, insieme ai concetti di spazio e tempo, sfugge alla comprensione della mente dell’uomo medievale.
Tuttavia Hawking è disposto a chiamare “Dio” ciò che può dare ragione della creazione dell’universo dal nulla («Io uso la parola “Dio” in un senso impersonale, come faceva Einstein, per riferirmi alle leggi della natura», dice Hawking), ma – seguitemi bene – in questo caso non sarebbe un Dio creatore, né potrebbe essere entità preesistente al nulla o esterno ad esso, prima, e all’universo, poi: coinciderebbe col nulla, prima, e con l’universo, poi. Ancora: Dio anche in tale accezione viene ad essere negato, almeno per come è immaginato dalla sensibilità religiosa: tutt’al più sarebbe funzionale alla nascita, non causa: legge che obbedisce a sé stessa.
Certo, al netto delle obiezioni banali sulle quali convien lasciar correre ché quella è robaccia buona solo a riempir la bocca (e le teste vuote), rimarrebbe in piedi l’obiezione che s’impernia sul concetto stesso di Teoria del Tutto: potrebbe – in ipotesi, dico – esistere un quid che non trovi adeguata spiegazione nel Tutto (ché quello il Tutto è così grande da voler inglobare qualsivoglia Legge naturale – ognuna caso particolare del Tutto stesso). Insomma: poiché la Teoria del Tutto, ancorché dimostrabile, dovrebbe essere assunta con gli effetti di un atto di fede, nulla vieta di credere che possa essere successivamente destituita di fondamento proprio da un caso (anche solo uno) particolare che potrebbe (o parrebbe) sfuggire alla generalizzazione.
Siamo – ve ne sarete accorti – alla ben nota elaborazione logica che assegna al divino il compito di spiegare quello che del naturale non si riesce ancora a spiegare, nella certezza che i mezzi umani non saranno mai in grado di afferrare tutto (o il Tutto). È – se mi consentite – il colpo di coda di Dio che si ripropone – o viene riproposto, se volete – come necessario per spiegare quello che l’uomo non riuscirebbe a spiegare nel caso in cui la Teoria del Tutto rivelasse la necessità di una revisione: privato dell’attributo della necessarietà, Dio – oplà – se lo ripiglia.
Eppure Hawking è stato chiaro sul punto: col suo metodo «la scienza funziona», finisce sempre col funzionare meglio di ieri, e costringe l’idea di Dio a far un passo indietro, ad arretrare, laddove non funziona oggi, ma – statene certi – funzionerà domani. Certo, ogni vuoto verrà riempito sempre da qualcuno con la fede, (e quindi) con l’ignoranza e la superstizione, ma questi vuoti sono, per nostra fortuna, sempre meno ampi e la fede è costretta ad arretrare laddove la scienza avanza: c’è sempre meno spazio per il vuoto, c’è sempre meno spazio per il buio e (quindi) per il medioevo.

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