piuttosto…

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Quella foto, il bimbo morto sulla battigia di una spiaggia turca, il volto adagiato sulla sabbia, la maglia rossa, il braccio lungo il corpo… beh, sì, quella foto lì, che tanto sta facendo discutere, è un fatto. Non un’immagine. Non descrive, come accade per le fotografie in genere, un ritaglio del mondo, lo sguardo del fotografo, il suo punto di vista; non c’è un resto che viene lasciato fuori, non ha da essere interpretata, calata nel contesto. No. Quella foto è la brutale descrizione della realtà. È un fatto, appunto: è la cosa in sé.
Piuttosto, lo scandalo – se scandalo si vuole vedere a forza – non è nella foto in quanto tale, ma nella storia che racconta nel suo tragico (e triste) epilogo. Quel piccolo profugo – Aylan, dicono le cronache si chiamasse – era un curdo, scappava da una città siriana di confine martoriata da fanatici tagliateste e difesa da pochi e coraggiosi combattenti. Lì, in quella zona, altri bambini (troppi, purtroppo) sono in attesa di scappare e alta è la probabilità per loro di finire tragicamente i loro giorni come Aylan. Domando: quanto deve durare ancora tutto questo? quanti bimbi ancora dovremo vedere in quelle condizioni? quanto occorre ancora aspettare per agire con la violenza – sì, con la violenza –, a spazzar via quei fottuti tagliateste?

Tra suggestioni e realtà…

Se ho inteso bene, la quattordicenne palestinese resterà in Germania, e vi resterà non già perché occorreva mettere una pezza alla fredda risposta ricevuta della Cancelliera, ma perché una nuova legge consentirà — dicono i giornali — il rilascio del permesso di soggiorno ai ragazzi stranieri che abbiano vissuto per almeno quattro anni senza interruzioni in Germania.
Giusto per chiarire, invece di star lì a ricamare una di quelle ipocrite uscite sul valore dell’accoglienza — tipiche uscite dei politici nostrani —, la Merkel ha preferito dire la semplice verità. Punto. È che alle nostre latitudini il ruolo del politico è quello di pigliare pel culo ammansendoci; e tale è l’abitudine a trovarci inculati che, tra quelle che ci vengono raccontate, premiamo la storia (e con esso il politico) che più ci persuade e ci illude, nel contempo, di contare ancora qualcosa — magari, chessò, regalandoci l’illusione della scelta. Da noi si predilige il lavorio sulle suggestioni; altrove sulle realtà.