Il tizio che sorride…

Baciamano
Con una straordinaria faccia di culo, nel giorno del suo insediamento, il neocommissario di Roma è andato a prendere servizio non dal presidente del Consiglio che l’aveva cooptato ma dal papa, facendosi immortalare peraltro nell’atto di baciargli la mano.
Al di là del simbolismo che ognuno di noi, in base alla propria sensibilità culturale, può ricavare dallo scatto, quello che ha catturato la mia attenzione nella foto non è la scena in primo piano, che pure ha il suo fascino gotico e feudale, ma lo sfondo — meglio, le comparse dell’evento. Su di una, in particolare, s’è soffermata l’attenzione: il tizio che sorride con un’espressione tra il malizioso e il furbesco: un riso, forse, come di uomo di mondo che ben sa come fare andare il mondo. E il tizio che sorride è una costante in tutte le foto del genere: fateci caso (fatevi aiutare semmai da Google) troverete sempre il tizio sorridente — sempre diverso ovviamente, a volte smilzo, a volte col doppio mento, civile o prelato, pelato a volte e a volte brillantinato.
Be’, sentite a me: la storia d’Italia — più che dai pontefici e dai capi di governo – penso sia stata fatta dal tizio che sorride, quello che, sornione, sa come va il mondo. Sinceramente, cosa volete che possano contare quelli che provano disgusto fino a vomitare bile allo spettacolo schifoso, innaturale e persino goffo di un uomo che bacia la mano a un altro uomo? Cosa volete che possano contare bocche e mani che cambiano di tanto in tanto, con frequenza diversa, giusto per non ammorbare troppo il pubblico che prova trasporto e si diverte al teatrino dei pupi? Seppur cambiando, diverso sempre di volta in volta ma uguale a sé stesso nel ruolo, è il tizio che sorride, quello che fa la storia — più malizia ci mette nel sorriso, più furba è l’espressione, meglio gli viene.

…come mosche su stronzi fumanti

Mafiacapitale

Il dato più probante e come tale più preoccupante che viene fuori dalla stura di questa nuova storiaccia di corruzione che i giornali hanno battezzato “Mafia Capitale” (*) non tanto risiede nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e in quella privata – ché, per quanto odioso che sia, è il dato meno significativo e meno inaspettato fra i tanti –, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e le persone di assoluta mediocrità – a voler tarare le parole sulla tacca dell’indulgenza – si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna a un elemento maniacale, vorrei dire di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo accidente, ma che alle prime difficoltà comincia poi a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli – e tutti in coro a gridare il Re è nudo e ce l’ha paurosamente piccolo!
Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva in privato di Marinetti: che sono “una nullità tonante”, cretini fosforescenti: solo che nel contesto in cui vengono ad agire il loro cretinismo appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – estrosa fantasia.
In una società bene ordinata ‘sti quattro peracottàri non sarebbero andati molto al di là della qualifica di impiegatucci, infrattati in qualche archivio a spostar faldoni; in una società competitiva, in trasformazione, e, con gergo abusato, meritocratica sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – o bollati come onnivori parassiti; in una società di merda (e qui tirate da soli le conclusioni del caso) arrivano ai vertici, come mosche su stronzi fumanti, e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti, ripassando, non li seppellisce completamente.

Appunti

Dapprincipio, con vigore, si tenta di metter fine alle grandi migrazioni. E così, gli imperatori romani erigono un vallum qua e uno là a protezione sia dei castra che dei confini e mandano le quadrate legioni in avanti per sottomettere gli invasori; vengono poi a patti e provano a disciplinare le prime installazioni per poi, in seguito, allargare la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’impero. Alla fine, sulle rovine della romanità, ecco fiorire quelli che gli storici usano definire regni romano-barbarici: origine dei nostri paesi europei, delle lingue che fieramente oggi parliamo, delle istituzioni politiche e sociali che ci appartengono.
Le grandi migrazioni, anche a volerlo, non si possono fermare e, paradossalmente, qualsiasi tipo di intervento regolatore produce un aumento della pressione migratoria verso altre zone a creare, se è possibile, ancora più caos nei paesi di transito. Al di là dei calcoli elettorali o, magari, della miope incapacità di gestione politica, occorre, semplicemente, prepararsi a vivere una nuova stagione della cultura afroeuropea.