…a far a gara con i puri uno più puro lo si trova sempre

Grillo Di Maio 675

Che c’è di male a intascare lo stipendio da deputati? Che c’è di male a non darlo in beneficenza agli imprenditori? Niente, assolutamente niente. Il problema di fondo è voler far credere che esista un abisso morale tra quelli che ne versano una parte e gli altri che (con o senza scontrini) lo intascano interamente. Non esiste questo abisso. E il “feticismo dell’onestà” non aiuta la politica. Si badi: non sto teorizzando che l’onestà non sia una virtù. Dico semplicemente che l’onestà non basta. Nella vita di tutti i giorni e nella politica. Insomma: non si dovrebbe costruire una classe dirigente nuova e capace dietro presentazione di scontrini e ricevute di bonifici. Servono idee politiche, programmi, scelte. Sono doti anche quelle, e i 5 Stelle le hanno sempre sottovalutate. E soprattutto non serve a niente gridare dalla mattina alla sera contro la presunta, e spesso inesistente, disonestà degli altri (…onestà, onestà, onestà!1!!1). Le piccole furbate indignano e danno una misura degli uomini, ma se non si è capaci di uscire dagli stereotipi dell’indignazione e del discredito (ché a far a gara con i puri — lo diceva Nenni — uno più puro lo si trova sempre) , una classe politica all’altezza dei compiti non si formerà mai.

Bei tempi!

Mastro Titta


scàndalo / ˈskandalo/ o (lett.) scàndolo
[vc. dotta, dal lat. tardo (ecclesiastico)
scăndalu(m) ‘impedimento’, dal gr. skándalon ‘pietra d’inciampo, insidia’, di orig.
indeur. ☼ 1268] – s. m.: grave turbamento della coscienza, della sensibilità, della moralità e sim. altrui
suscitato da atto, discorso, comportamento, avvenimento, contrario alle leggi della morale,
del pudore, della decenza e sim.: fare, dare scandalo; essere di scandalo; gridare allo
scandalo | atto, discorso, comportamento, avvenimento e sim. che suscita sdegno,
riprovazione, disgusto in quanto contrario alle leggi della morale, del pudore, della
decenza e sim.: quel film è un vero scandalo; si veste che è uno scandalo; non dovremmo
permettere certi scandali; costei è la causa principale degli scandali di questa casa (C. Goldoni)
| (fig.) pietra dello scandalo, chi (o che) è causa di scandalo, discordia e sim.
(locuzione di origine biblica)

(Zingarelli 2013, Zanichelli)

«Io vorrei, prima di iniziare la catechesi, in nome della Chiesa, chiedervi perdono – riporto le parole pronunciate ieri del Papa – per gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano. Vi chiedo perdono».
Ecco, lo scandalo: la bestia nera del cattolicesimo; subdolo parassita che trova il suo habitat ottimale nel cervelluzzo cattolico da sempre ossessionato dall’esempio negativo (skándalon è l’ostacolo e l’inciamparvi). E al buon cattolico – al suo cervelluzzo, dico – basta che, per la violazione di quelle che son le proprie leggi morali, si metta rimedio solo (?!) col pubblico biasimo: prezzo che ogni peccatore si ritrova a pagare per non aver saputo tener chiuso il suo peccato nell’eventuale senso di colpa, o in quella succursale che è il confessionale, almeno – almeno – da quando la violazione delle sue leggi morali smisero di essere punite con la persecuzione, il carcere, la tortura e la morte.
Oh, bei tempi quelli delle esecuzioni in piazza, quando il peccatore, fiero, offriva la propria nuca a mastro Titta. Bei tempi!

piuttosto…

aylan5.jpg

Quella foto, il bimbo morto sulla battigia di una spiaggia turca, il volto adagiato sulla sabbia, la maglia rossa, il braccio lungo il corpo… beh, sì, quella foto lì, che tanto sta facendo discutere, è un fatto. Non un’immagine. Non descrive, come accade per le fotografie in genere, un ritaglio del mondo, lo sguardo del fotografo, il suo punto di vista; non c’è un resto che viene lasciato fuori, non ha da essere interpretata, calata nel contesto. No. Quella foto è la brutale descrizione della realtà. È un fatto, appunto: è la cosa in sé.
Piuttosto, lo scandalo – se scandalo si vuole vedere a forza – non è nella foto in quanto tale, ma nella storia che racconta nel suo tragico (e triste) epilogo. Quel piccolo profugo – Aylan, dicono le cronache si chiamasse – era un curdo, scappava da una città siriana di confine martoriata da fanatici tagliateste e difesa da pochi e coraggiosi combattenti. Lì, in quella zona, altri bambini (troppi, purtroppo) sono in attesa di scappare e alta è la probabilità per loro di finire tragicamente i loro giorni come Aylan. Domando: quanto deve durare ancora tutto questo? quanti bimbi ancora dovremo vedere in quelle condizioni? quanto occorre ancora aspettare per agire con la violenza – sì, con la violenza –, a spazzar via quei fottuti tagliateste?