Anche quando non ce n’è alcun bisogno.

Napoli de magistris napoli festa 8

L’altro giorno, col Comune in pre-dissesto, il tempo di radunare i pretoriani e intrupparli in un autobus per dare più forza e credibilità alla manifestazione, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, indossata la fascia tricolore, corre a Roma per mettere in piazza la solita sceneggiata, esibita (tra l’altro) in modo piuttosto teatrale, di una protesta tanto inutile quanto dannosa contro un Governo che aveva di lì a poco accolto la richiesta di accollarsi una quota considerevole del debito che dissangua le casse del Comune [*]. A conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di una commistione tra politica e istituzione che resta la cifra inconfondibile dell’esperienza amministrativa del sindaco alla Masaniello.
Si ebbe chiara la certezza che il De Magistris non avrebbe combinato un cazzo come sindaco di Napoli quando, per festeggiare la sua vittoria nel ballottaggio con lo sfidante Giovanni Lettieri, lo si vide con una bandana arancione sul capo agitarsi come un ossesso sotto scoppiettanti fuochi d’artificio in Piazza del Municipio. Cotanta cazzimma, cotanta guapparia, cotanta sfaccimma d’uomo – uomo, per giunta, di cotanta conseguenza – in Campania fanno il deus ex machina e Giggino, ora come allora, ama arringare la folla per tenere insieme “piazza” e “palazzo” esibendo i muscoli, all’occorrenza il braccio teso, pur di gridare il suo “come sono rivoluzionario io!”. Anche quando, obiettivamente, i fatti e il buon senso direbbero di astenersi dal farlo.

…la valigetta piena di monnezza passerà alla storia?

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L’idea che viene fuori dall’inchiesta giornalistica (ha davvero senso definirla tale?) di Fanpage, al netto delle posizioni di parte – l’una e l’altra, dico – mostrerebbe (qui, in questi casi, si tende a usare il condizionale checché ne dicano i manettari di ogni colore; quelli, per dire, tetragoni nella convinzione che, cito, “la valigetta piena di monnezza passerà alla storia”) uno squallido giro di mazzette per l’assegnazione degli appalti sullo smaltimento di rifiuti in Campania. Ora, fatto specifico a parte, fanno sorridere i discorsi sulle leggi da modificare e sui poteri “speciali” da dare a questo o a quel pubblico integerrimo controllore/repressore («istituiremo la figura dell’“agente istigatore”» – ha detto serio, ieri, il solitario camperista Di Battista [mi si perdoni la rima] da Floris) che, nei limiti del lecito (e, in certi casi, del ridicolo), hanno una loro più o meno solida ragione tecnica, politica, giuridica. Ma – e qui il punto – la corruzione è un reato tipicamente culturale, discende dall’idea antica (ne parla già Svetonio in De vita Caesarum) che il denaro non puzza (Pecunia non olet, usava dire a quei tempi) e da quella, assai più recente, che avere un reddito alto, un tenore di vita agiato, sia una specie di diritto sacrosanto, qualcosa che ti è dovuto, appunto. Di lì a diventare bulimici di quattrini il passo è assai breve; e come per tutti i tossici, fondamentale è negare di esserlo, non riconoscere patologia nei comportamenti, e dunque raccattare la bustarella (o la valigetta, se volete) senza battere ciglio, avendo già disfatto in precedenza, accuratamente, ogni possibile paradigma del lecito e dell’illecito quanto questo viene a frapporsi tra noi e la ricchezza a prescindere. Inutile illudersi di ridurre a livelli fisiologici la corruzione solo per vie legali – la storia di Di Pietro e la sua Mani Pulite dovrebbe chiaramente avercelo insegnato. La questione, ahinoi, è totalmente politica, cioè legata ai paradigmi socio-culturali in voga. Berlinguer l’aveva capito ed è per questo che, dopo tutti questi anni, ancora se ne parla tanto.

…come mosche su stronzi fumanti

Mafiacapitale

Il dato più probante e come tale più preoccupante che viene fuori dalla stura di questa nuova storiaccia di corruzione che i giornali hanno battezzato “Mafia Capitale” (*) non tanto risiede nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e in quella privata – ché, per quanto odioso che sia, è il dato meno significativo e meno inaspettato fra i tanti –, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e le persone di assoluta mediocrità – a voler tarare le parole sulla tacca dell’indulgenza – si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna a un elemento maniacale, vorrei dire di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo accidente, ma che alle prime difficoltà comincia poi a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli – e tutti in coro a gridare il Re è nudo e ce l’ha paurosamente piccolo!
Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva in privato di Marinetti: che sono “una nullità tonante”, cretini fosforescenti: solo che nel contesto in cui vengono ad agire il loro cretinismo appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – estrosa fantasia.
In una società bene ordinata ‘sti quattro peracottàri non sarebbero andati molto al di là della qualifica di impiegatucci, infrattati in qualche archivio a spostar faldoni; in una società competitiva, in trasformazione, e, con gergo abusato, meritocratica sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – o bollati come onnivori parassiti; in una società di merda (e qui tirate da soli le conclusioni del caso) arrivano ai vertici, come mosche su stronzi fumanti, e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti, ripassando, non li seppellisce completamente.

…oltre che soddisfazioni

  

Immaginate che Francesco – vostro figlio – sia sempre taciturno, schivo, introverso, non ami giocare coi suoi coetanei; di notte, mettiamo che il fanciullo confessi di sognare il diavolo e vi capiti – siamo già verso i nove anni – di sorprenderlo a flagellarsi la schiena con una catena. Immaginate ancora che Francesco, vostro figlio, sia attratto ossessivamente dal “sistema pilifero” di Padre Camillo da Sant’Elia a Pianisi: “La barba di fra Camillo – avrà modo di confessarvi – si era ficcata nella mia testa, e nessuno mi poté smontare”; che il piccoletto abbia febbri continue, spesso oltre i quaranta, intervallate con continui malanni respiratori e intestinali. Che vi chieda, in continuazione, di ripetergli la storia delle stigmate di San Francesco e che a sentirsela raccontare vada ogni volta fuori di testa, come in trance. Che lo troviate spesso gonfio come un pallone, pieno di lividi e tagli e, a domanda, la risposta sia: «L’altra notte la passai malissimo; quel cosaccio da verso le dieci, che mi misi a letto, fino alle cinque della mattina non fece altro che picchiarmi continuamen­te. […] Credevo proprio che fosse quella propriamente l’ultima notte di mia esistenza; o, anche non morendo, perde­re la ragione. Ma sia benedetto Gesù che niente di ciò s’avverò. Alle cinque del mattino, allorché quel cosaccio andò via, un freddo s’impossessò di tutta la mia persona da farmi tremare da capo a pie­di, come una canna esposta ad un im­petuosissimo vento. Durò un paio d’ore. Andai del sangue per la bocca». Che su un suo tema in classe, a quindici anni, leggiate: “Oh, se fossi re, combatterei prima di tutto il divorzio, da molti cattivi desiderato, e farei sì che il sacramento del matrimonio fosse maggiormente rispettato… Io cercherei di illustrare il mio nome col battere sempre la via del vero cristiano; guai poi a coloro che non volessero seguirla. Li punirei subito o col metterli in prigione o coll’esilio, oppure con la morte“.
Immaginato tutto? Fatto? Bravi! Adesso – mi pare lecito – la domanda è: voi, da genitori, che fareste? Ricovero? Psicoterapia? Oppure, che ne so, esorcista? Col cuore in mano, credetemi: qualunque cosa decidiate di fare, siete in errore. Per carità di Dio, fermatevi! Mi raccomando! Ché con un po’ di culo, qualche goccia di acido fenico puro e, magari, l’interessamento di qualche buon prelato in alto loco avrete un autentico santo in famiglia. E so’ soldi (oltre che soddisfazioni)!

Detto senza grazia…

Il reddito di cittadinanza è proposta discutibile ma importante. Si parla di 780 euro al mese per chi non ha altri redditi o — per chi ha un reddito inferiore — una parte di questi fino al raggiungimento di tale cifra. Riguarda, nei fatti, la dignità delle persone e pone l’accento sul pauroso differenziale in atto tra reddito e lavoro.
Tralascio la questione della sostenibilità della spesa per le già malandate casse statali ché, nei fatti, interessa qui esporre un principio. Tralascio anche la brutalità — tipica dell’omuncolo — con cui il solito Salvini s’è espresso, parlando di “elemosina di Stato”. Appunto qui solamente un’obiezione, discussa e presa in seria considerazione nei paesi a forte tradizione capitalistica, riguardo all’argomento. Perché — detto senza grazia — un giovane disoccupato dovrebbe farsi il mazzo tanto a cercare un lavoro (i cui guadagni vanno tassati) quando può starsene comodamente a casa e percepire i suoi 780 euro netti, esentasse? 

Le fatiche d’Ercole.

Ercole

Nell’inchiesta della procura di Firenze sul presunto malaffare degli appalti sulle Grandi Opere ci sono, a leggere quant’è riportato sui giornali, fatti verosimili e fatti che alla lettura non paiono veri. Il meccanismo – verosimile assai, invero – con cui si rastrellavano fondi, ad esempio, è tra i più classici conosciuti: il burocrate, deus ex machina, che, governo dopo governo, a prescindere dal colore politico di questi, riesce imperterrito a succhiar soldi dallo Stato intercettandone gli appalti. Accanto a tanto realismo, poi, si legge anche che l’ingegnere “Ercole Incalza scriveva il programma di Ncd”: in una telefonata tra l’ingegnere e una tal Daniela, il primo – è scritto nei verbali – “afferma di aver trascorso la notte a redigere il programma di governo che Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Angelino Alfano e di Maurizio Lupi”. L’incredulità della notizia poggia su di un fatto incontrovertibile: l’Ncd non ha alcun programma.