
Avevo sete e non era sete.
Questo bisognerebbe capirlo subito, prima di chiamare le cose con il nome sbagliato e poi stupirsi se non obbediscono. Avevo sete, sì, ma l’acqua c’entrava poco. O forse c’entrava moltissimo, perché certe mancanze prendono sempre la forma elementare delle cose necessarie: pane, sonno, aria, acqua. Uno non dice: mi manca il senso. Dice: ho sete. Non dice: mi si è prosciugata dentro una stanza. Dice: dammi da bere. E intanto sa benissimo che il bicchiere non basta, che anche bevendo resterebbe quella gola stretta, quel nodo educato a non fare rumore, quel grido rimasto lì, tra petto e bocca, come una parola dimenticata appena prima di essere detta. Era questo, forse. Un desiderio arrivato fino alle labbra e poi rimandato indietro.
Non negato con violenza, no. Sarebbe stato quasi più semplice. La violenza almeno ha una forma, un colpo, una porta sbattuta, un prima e un dopo. Invece certe negazioni avvengono piano, con una grazia crudele, quasi con buona educazione. Nessuno ti strappa davvero qualcosa dalle mani. Semplicemente, quando allunghi le dita, non trovi più nulla. Il gesto resta sospeso. La mano, povera creatura, continua a credere per qualche istante che l’oggetto esista ancora. Poi capisce. E si richiude. Le mani capiscono sempre dopo.
Il pensiero, invece, arriva subito e rovina tutto. Si mette a lavorare come un muratore notturno: tira su muri, apre finestre finte, aggiusta crepe, inventa scale verso stanze che non ci sono. Cerca di colmare il vuoto, la distanza, l’assenza. Fa mappe, congetture, processi. Rilegge una frase detta male, una risposta mancata, un silenzio troppo lungo. Si convince che forse c’era un’altra strada, una parola più precisa, un momento meno sbagliato. Il pensiero è questo animale ridicolo e nobile che, davanti a una porta chiusa, non se ne va: resta lì a studiare la serratura. E intanto il corpo ricorda altro.
Ricorda una carezza rubata, per esempio. Non una carezza piena, dichiarata, legittima. No. Una di quelle carezze laterali, quasi abusive, che passano per caso e per questo diventano eterne. Il dorso di una mano sfiorato più del necessario. Un polso trattenuto un secondo di troppo. Una spalla toccata fingendo di indicare qualcosa lontano. L’alfabeto clandestino del desiderio è fatto di minuzie: un centimetro, un indugio, una temperatura. Chi non ha avuto sete non sa quanta acqua possa stare in una goccia.
Poi passano i giorni.
O meglio: fanno finta di passare. Perché certi giorni non passano davvero, si allontanano soltanto. Restano visibili, laggiù, come case abbandonate oltre la strada. Giorni smaniosi, pieni di una luce nervosa, di finestre aperte, di messaggi scritti e cancellati, di passi fatti senza sapere dove andare. Giorni in cui bastava pochissimo per sentirsi vivi e altrettanto poco per sentirsi perduti. Una voce. Un’assenza. Un nome che compariva sullo schermo. Un nome che non compariva.
Che cosa assurda, poi, affidare la propria salvezza a un nome che si illumina.
Eppure accade. Siamo modernissimi e primitivi. Abbiamo telefoni intelligenti e cuori ancora capaci di mettersi in ginocchio davanti a un segnale. Aspettiamo l’acqua come i pellegrini, ma l’acqua arriva in forma di notifica. E se non arriva, tutto il deserto si organizza dentro di noi con una disciplina perfetta.
La cosa più difficile non è il desiderio. Il desiderio, in fondo, è innocente. Chiede. Tende. Sbaglia misura, certo, ma non mente. La cosa più difficile è la mortificazione del desiderio: quando ciò che volevi non solo non viene dato, ma deve pure diventare indegno, improprio, esagerato, fuori luogo. Quando ti ritrovi a chiedere scusa non per quello che hai fatto, ma per quello che hai sentito. Come se sentire fosse una colpa amministrativa, una pratica da archiviare con timbro e marca da bollo.
Allora impari a tacere.
Non subito. Prima protesti dentro. Poi argomenti. Poi ti offendi. Poi ti assolvi. Poi ti condanni. Poi ti stanchi. Alla fine taci. Ma il silenzio non è pace: è solo una stanza senza finestre in cui il desiderio continua a respirare piano, per non farsi scoprire.
E i ricordi, quei pezzi di vetro sull’asfalto, brillano proprio perché fanno male. Ci passi accanto e dici: non guardare. Naturalmente guardi. Sono lì, dispersi, taglienti, senza più la forma dell’oggetto rotto. Non sai nemmeno cosa fossero prima: un bicchiere, forse. Una bottiglia. Uno specchio. Qualcosa che conteneva acqua o rifletteva un volto. Adesso sono frammenti. Ma basta un raggio di sole, anche minimo, anche vile, e tornano a scintillare come se avessero ancora una promessa da mantenere.
Forse la memoria fa questo: non restituisce, illumina.
E illumina male, spesso. Di traverso. Ingigantisce un dettaglio, ne cancella un altro, fa diventare destino ciò che allora era soltanto un pomeriggio. Però senza quella luce obliqua saremmo più giusti e molto più poveri. Perché la vita non è fatta soltanto di ciò che abbiamo avuto. È fatta anche di tutto quello che abbiamo desiderato senza ottenerlo, di ciò che ci è stato negato e tuttavia ci ha dato una forma. Una sete può scavare più di una bevuta. Una mancanza può educare la bocca più di mille baci.
Non è una consolazione. Le consolazioni sono quasi sempre maleducate.
È piuttosto una constatazione, detta a bassa voce, mentre si raccolgono da terra i vetri senza sapere se buttarli o conservarli. Certe assenze non si superano: si imparano. Diventano un modo di inclinare il capo, di ascoltare le parole, di non credere troppo alle promesse ma nemmeno abbastanza al disincanto. Restano lì, nel gesto con cui si porta un bicchiere alla bocca, nella prudenza con cui si accarezza qualcuno, nel piccolo panico che prende quando una cosa bella sembra finalmente vicina.
E allora viene da pensare che forse crescere sia anche questo: smettere di chiedere all’acqua negata di tornare indietro, ma non fingere di non aver avuto sete.
Perché quella sete c’è stata.
Ha avuto un nome, una pelle, una voce. Ha avuto giorni lontani e smaniosi. Ha avuto mani che ricordano ancora, benché nessuno glielo chieda. Ha avuto il coraggio impudico di volere e la vergogna successiva di essere stata respinta.
Poi il tempo ha fatto il suo mestiere, che non è guarire, come dicono, ma cambiare disposizione alle cose. Sposta i mobili del dolore. Mette una tenda davanti a certe finestre. Abbassa il volume. Non cancella: rende abitabile.
E un giorno, senza avvisare, ti accorgi che quel grido strozzato non vuole più uscire intero. Si è fatto più piccolo. Non meno vero, solo più sopportabile. Come una scheggia rimasta sotto pelle che ogni tanto punge, ma ormai appartiene al corpo.
Allora bevi.
Non perché sia tornata l’acqua desiderata. Bevi perché sei ancora qui. Perché la gola, nonostante tutto, ha conservato il suo passaggio. Perché anche ciò che è stato taciuto, negato, azzerato, da qualche parte continua a cercare una forma.
E forse scrivere serve proprio a questo: dare da bere alle parole che non siamo riusciti a pronunciare.
io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai amore che vieni, amore che vai…





