scrivere

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E allora scrivere non è mai solo raccontarsi, ma lasciare che le storie ti vengano a trovare e si mescolino con quello che hai vissuto. Così alla fine non si tratta solo di mettere su carta la propria vita. Ma di riempire quella vita di altre cose, di aggiungere vita ai giorni che hai vissuto.

[Roberto Cotroneo, da Il sogno di scrivere. Utet. pag 21]

La sfumatura.

Cameraman: Uè, Tony! Che he fatto ai capelli?
Tony Pisapia: M’hanno consigliato nu shampoo ‘e merda!

– Paolo Sorrentino, da L’uomo in più

Un nome, tutto quello che non supporto ha un nome. Non sopporto la vecchiaia. Le malattie che con essa arrivano. Non sopporto i vecchi. Le loro lamentele. La loro dipendenza. La loro inutilità. Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. I loro racconti ammuffiti. La centralità dei loro racconti. Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere sui bus. Non sopporto il loro disprezzo per le generazioni a venire. Non sopporto le generazioni a venire. I giovani. Non sopporto la loro arroganza. La loro ostentazione di forza. La prosopopea dell’invincibilità eroica dei giovani è patetica. Non supporto i giovani scostumati che mostrano la loro sguaiataggine con fiera audacia e si ostinano a non cedere il posto ai vecchi sui bus. Non sopporto i bulletti. Le loro risate del cazzo, sboccate e inutili. I loro atteggiamenti gradassi, sgraziati. Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Non sopporto i giovanetti a modo. I responsabili e i generosi. Tutto volontariato e preghiera. I fighetti, e chiattille. Tanta educazione, tanta morte e tanto vuoto. Nei loro cuori e soprattutto nelle loro teste. Non sopporto i bambini capricciosi e i loro genitori vanitosi. Non supporto i bambini che piangono e urlano. Quelli silenziosi invece sono inquietanti, e dunque non li supporto. I lavoratori e i disoccupati e la loro ostentazione melliflua e spregiudicata della sfortuna divina che li perseguita. Che divina non è. Solo mancanza di impiego, di volontà, di passione. E come sopportare quelli tutti dediti al comizio facile, alla lotta, alla rivendicazione, che quando parlano si scaldano e sputacchiano saliva in ogni dove e mostrano evidente il loro sudore diffuso sotto le ascelle pelose? E quelli che ti toccano mentre parlano? Impossibile a sopportarli. Non sopporto i manager. E manco sto qui a spiegare il perché. I piccoli borghesi, chiusi a ricco nel loro modo stronzetto. Alla guida della loro vita, la paura. La paura per tutto ciò che non rientra in quel cazzo di guscio. Non sopporto i fidanzati, perché stanno sempre davanti al cazzo, ingombrano. Non sopporto le fidanzate, perché stanno sempre davanti al cazzo, intervengono. Non sopporto quelli di ampie vedute, tolleranti e spregiudicati. Corretti all’inverosimile. Sempre ineccepibili. Sempre perfetti. Lucidi e sfavillanti. Da schifo. Li critichi e loro magari ti ringraziano della critica. Li disprezzi e loro continuano a sorriderti. Insomma, mettono in difficoltà. Perché rifiutano la cattiveria. Quindi, sono da evitare. Non li supporto. Magari sono capaci di chiederti anche “come stai?” e vogliono saperlo veramente. Uno choc. Ma sotto l’interesse disinteressato, da qualche parte, tra quei tizzoni neri della loro anima, covano le braci ardenti d’invidia. Ma non sopporto neanche quelli che sono attenti a non metterti mai in difficoltà. Ubbidienti, rassicuranti, fedeli, puttani. Non sopporto i giocatori di calcio, i nomignoli, gli indecisi, i fumatori, i non fumatori, lo smog e l’aria buona, i rappresentanti di commercio, la pizza al taglio, i cornetti vuoti, i falò, i tagli alla sanità, i parati a fiori, il commercio equo e solidale, Gigi D’Alessio, le canzoni di Gigi D’Alessio, quelli che ascoltano le canzoni di Gigi D’Alessio, il disordine, l’ordine, gli ambientalisti, i neomelodici, il senso civico, i cani, i gatti, le bevande alcoliche, la birra analcolica, le citofonate inaspettate, le telefonate lunghe, quelli che una mela al giorno toglie il medico di torno, coloro che fingono di dimenticare il tuo nome, i professionisti, i compagni di scuola che quando t’incontrano dopo trent’anni continuano a chiamarti per cognome, gli ex comunisti che perdono la testa per la musica brasiliana, i modaioli che dicono figata, i perfettini che dicono carino e stupendo, gli ecumenici che chiamano tutti amore, certe bellezze che ti riempiono di bellezza!, i fortunati che suonano a orecchio, quelli impreparati che prendono trenta-e-lode, i superiori che giudicano, i finti disattenti che fingono di non ascoltare, i finti attenti che fingono di ascoltare, le femministe, i maschilisti, i pendolari, gli artisti, i sottosegretari, i farmacisti, i registi, i politici, gli scarponi da sci, i maestri da sci, gli ingegneri, gli adolescenti, le donne, gli scrittori virtuosi e seriosi, i parenti, i biondi, gli intellettuali, i vip, i mafiosi, i coglioni, gli amanti degli animali, gli stupratori, i pedofili, le meduse, le citazioni, le votazioni, gli assistenti sociali, le cravatte, le risate finte, i provinciali, i collezionisti, i colleghi, i pazienti, il jazz, la pubblicità, i fastfood, le mamme, le zuppe, le puzze, i baciamano, ‘e biutyfarm, i baristi, i batteristi dilettanti, i chitarristi dilettanti, i dilettanti, le piscine con troppo cloro, le piasciate in compagnia, le sigarette, i ladri, le vacanze, le docce negli spogliatoi, le supposte, la musica etnica, la musica rock, i finti rivoluzionari, le telline, i panda, i dinosauri, l’eccesso, le cozze, la congiuntivite, il congiuntivo, le docce con le tende, le voglie, le coliche, i vegetariani, i vegani, i cosmetici, i cantanti lirici, i parigini, i partigiani, i pullover a collo alto, il culo basso, la musica al ristorante, le feste, i compleanni, i meeting, gli inglesismi, i neologismi, i pressappochismi, i figli d’arte, i figli di papà, i figli di puttana, i figli d’altri, gli assessori, i sindaci, i magistrati, i musei, la poesia, i gioiellieri, i panettieri, i puttanieri, i sofisticati, i calzini bianchi, i calzini corti, i calzini corti bianchi, le persone troppo alte, le persone troppo basse, i tacchi a spillo, i peli, il pollo arrosto, le patate lesse, i telefonini, i capelli corti, i portachiavi, i giapponesi, i razzisti, i fancazzisti, i tolleranti, i gregari, le prostitute, le parrucchiere, le creme abbronzanti, le catenine d’oro, i libri prestati, i cuochi in televisione, la fòrmica, il rame, l’ottone, il bambù, la palestra, i modelli, i profilattici, le file allo stadio, il tufo, il tifo, il colera, le tangenziali, i gradini alti, il vomito, il puzzo di vomito, le cicatrici, i critici, i maturi, i battutisti, i socialisti, i controconformisti, i culattoni, i giovani vecchi e i vecchi giovani, i diseredati, i disgraziati, i ricchi, i mocassini, i mandarini, gli antifurti, i salumieri, tutte le persone con gli occhiali da sole, il caldo, l’afa, le mezze stagioni, i radical chic, la radica di noce, i fili che s’attorcigliano, l’antenna della TV, quelli che fischiano, quelli che cantano all’improvviso, i rutti, i peti, i preti, le lampade abbronzanti, i certificati, la sobrietà e l’eccesso, la genericità, la falsità, la responsabilità, la spensieratezza, l’eccitazione, la saggezza, la determinazione, l’autocompiacimento, i critici, i protestanti, i sobillatori, i rottinculo, le coppie lui giovane lei matura e viceversa, tutte le persone col cappello, i cappelli di lana, tutti i cappelli, i guanti, le sciarpe, i risvoltini, i pavesini, i paesini, la pioggia, agosto, la pioggia d’agosto, i tennisti, i raccomandati, i laureati, i licenziati, i mutilati, gli spericolati, gli spiritosi, i facinorosi, i condannati, i diseredati, i conformisti, i macchinisti, i senza tetto, le senzatette, i profumi da tabaccaio, i tabaccai, le serrande, le mutande strette, i calzini rotti, le mutande rotte, le riunioni, i malati, le riunioni di malati, gli infermieri con gli zoccoli (che poi perché cazzo gli infermieri dovrebbero indossare gli zoccoli?), le divise, le mimetiche, le miserie, le spiagge affollate, le spiagge bianche, i mozziconi di sigaretta, i Lions Club, il turismo sessuale, il turismo, quelli che dicono di odiare il turismo ché loro sono viaggiatori, quelli che parlano per esperienza, quelli che ragionano per sentito dire, la carne al sangue, il pesce cotto, i viziati, i rumorosi, gli untuosi, i bruschi, e tutti quelli che socializzano con relativa facilità. Non sopporto la nostalgia, la normalità, la cattiveria, l’iperattività, la bulimia, la gentilezza, la malinconia, l’ alleria, l’intelligenza e la stupidità, la tracotanza, la rassegnazione, ‘o scuorno, l’arroganza, la simpatia, il doppiogiochismo, il cazzochemenfrego, l’abuso di potere, l’inettitudine, la sportività, la bontà d’animo, la religiosità, l’ostentazione, la curiosità e l’indifferenza, la messa in scena, la colpa, la ragione, il minimalismo, il moralismo, l’irresponsabilità, la correttezza, l’aridità, la serietà e la frivolezza, la pomposità, la necessarietà, la necessità, la miseria umana, la compassione, la tetraggine, la testardaggine, la passione, la prevedibilità, l’incoscienza, l’innocenza, l’incoerenza, la rapidità, l’oscurità, la negligenza, la lentezza, la mediocrità, la velocità, l’ineluttabilità, l’esibizionismo, l’entusiasmo, la sciatteria, la virtuosità, la voluttuosità, il professionismo, il decisionismo, l’autoreferenzialità, l’automobilismo, l’autonomia, la dipendenza, l’eleganza e la felicità.
Non sopporto le liste. Le liste, come questa.
Non sopporto niente e nessuno.
Neanche me stesso.
Soprattutto me stesso.
Solo una cosa sopporto.
La sfumatura.

giornalai…

Il Corriere, nel riportare ‘sta notizia, produce un capolavoro di pavidità che al confronto quello svergognato di Emilio Fede mi si erge come modello di giornalista dalla schiena dritta. “In un tweet prima e nel corso di un’intervista a SkyTg24 Salvini – si legge nell’articolo – aggredisce le parole di un’abitante di un campo nomadi della periferia milanese”. Sarebbero state aggredite le parole, capite?, le parole, non la persona… roba da pazzi!

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Io non mi chiamo Miriam

Io non mi chiamo Miriam”, dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. È da questa rivelazione surreale, da questa verità sfuggita e tenuta segreta per settant’anni, che Majgull Axelsson costruisce un racconto incredibile, il racconto di una ragazzina rom di nome Malika che, sopravvissuta ai campi di concentramento, si finge ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta, durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbruck. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza, continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea, la Axelsson affronta, con rara delicatezza e profonda empatia, uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz.
Io non mi chiamo Miriam parla ai nostri giorni di crescente sospetto verso l’altro, verso il diverso da noi, interrogandosi sull’identità – etnica, culturale, ma soprattutto personale – e riuscendo a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della sua vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti: “Non si può dire tutto! Non se si è della razza sbagliata e si ha vissuto sulla propria pelle l’intero secolo”.

Anche le parole sono nomadi

Tutti morimmo a stento parla della morte. Non della morte cicca, con le ossette; della morte psicologica, morale, mentale che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi, forse, mentre vive s’imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte, in questi vari tipi, anzi, di morte, prima di arrivare a quella vera. Così, quando tu perdi un lavoro, quando tu perdi un amico… muori un po’, tanto è vero che devi un po’ rinascere dopo.

– Fabrizio de André, da Anche le parole sono nomadi