L’estate cede, non senza un rombo che sembra una puntualizzazione, un punto finale. Eppure, sappiamo che verranno altri giorni di calore e luce. Ma la pioggia d’ora sembra più un saluto, una carezza d’addio. In questi mesi, ci siamo immersi in discussioni effimere: politica, spese, scontrini, tutto incartato in parole che avranno breve vita.
Hanno occupato spazio i libri, le serie tv, le strade vuote per chi è rimasto a casa. Molti hanno lavorato senza tregua, perché per alcuni, estate non significa pausa ma fatica. I giovani hanno raccolto esperienze come conchiglie sulla spiaggia, mentre altri hanno scoperto o riscoperto l’amore, spesso sotto un velo di crema solare e incertezza. E poi c’è settembre. Non solo il cambio di calendario, ma una resa dei conti con noi stessi. L’estate è stata un intermezzo, una pausa anche per chi non si è fermato. Ora settembre torna con il suo incedere, come un debitore alla porta. Si fa strada il freddo, non ancora visibile ma palpabile, nelle ossa, nel pensiero. E il cuore, ah, il cuore. È lì che sentiamo il freddo più di tutto. Puoi costruire muri, ma il dolore ha già il suo piano di accesso, tracciato e inesorabile, per colpire esattamente dove conta. È la stagione delle verità, e come ogni verità, penetra dove meno te lo aspetti.
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Un Sussurro d’Agosto: La Danza tra Cielo e Terra…

In un caldo giorno d’Agosto, l’aria è impregnata di un calore soffocante e afoso, una calura che sembra stringere la terra in una morsa silenziosa. Le voci del giorno sussurrano languide, stanche dalla lotta con l’implacabile abbraccio del sole. Ma l’orizzonte comincia a fremere, a turbarsi con un palpito impercettibile. Le nuvole, prima lontane e innocue, avanzano come un esercito sordo, e l’ombra di un cambiamento si stende lentamente sulla terra assetata.
Il vento, prima assente, sorge con un sospiro gelido, come se trae respiro dalle profondità del mare. Le foglie delle alberature si agitano, scuotendosi dal torpore estivo, e l’aria si riempie del profumo di un imminente ristoro.
E poi, in un istante sospeso, una magia silenziosa: il primo ticchettio della pioggia sull’ombrellone, timido come un bacio rubato. Il sole, fino a quel momento sovrano incontrastato, è oscurato da un sipario di nuvole grigie, un velo che copre l’ardore della sua fiamma. Le gocce diventano una melodia, una canzone d’amore tra cielo e terra. La pioggia lava via l’arsura, accarezza la pelle dei presenti, bagna la terra arida. È un canto armonico, un ritorno alla vita, una danza fra gli elementi.
In questa pioggia d’Agosto, tutto parla, tutto canta, e il mondo sembra ritrovare un ordine più profondo, una bellezza nascosta. È un attimo fuori dal tempo, un sussurro della natura che racchiude in sé l’eternità.
Emergenza caldo.
Più opprimente del caldo ci sono solo i servizi dei telegiornali sul caldo. È una moda oramai: si intervistano uno o più esperti (o sedicenti tali) che spiegano che è consigliabile, causa la calura estiva, non fare sforzi fisici, indossare vestiti leggeri e chiari, mangiare frutta, bere acqua e – udite, udite – non uscire di casa nelle ore più calde della giornata. E io che m’ero messo in testa che col caldo fosse opportuno uscire alle 14:00 col cappottino di cachemire scuro dopo aver mangiato trippa; così, giusto per il gusto di farmi una bella corsa intorno all’isolato!
È misteriosa la recondita ragione che espone persone rispettabilissime, quali sono gli esperti (o sedicenti tali), all’emissione di fiato, e addirittura alla compitazione in italiano forbito di intere frasi sintatticamente corrette, senza che questo sforzo corrisponda al benché minimo significato. Se poi si pensa che a corredo di tale sforzo ci sono un cameraman, un tecnico audio e un giornalista e, di solito, un autista disposti a spostarsi per registrare il consiglio dell’esperto che raccomanda di bere quando si ha sete, allora si oscilla tra lo sgomento per un così alto spreco di energie (con questo caldo, poi) e l’incredulità per una società che riesce a dare lavoro comunque, e a qualunque costo, a uomini e donne altrimenti destinati non dico all’inedia ma a un sacrosanto ‘sti cazzi!
