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Non sempre la fine è un punto.

Non sempre la fine è un punto. A volte è una parentesi che si chiude da sola, un atto di precisione, l’ultimo gesto coerente di chi ha vissuto troppo intensamente per accettare l’approssimazione. Renato Caccioppoli scelse la morte come si sceglie una formula perfetta: senza esitazione, con l’eleganza tragica di chi sa che non c’è più niente da semplificare. Non fu disperazione — o almeno, non solo. Fu lucidità portata all’estremo, la stessa che aveva guidato ogni suo ragionamento, ogni ribellione, ogni sorriso ironico contro il mondo.
Aveva speso una vita intera a misurare ciò che non si può misurare: la libertà. Aveva attraversato il dolore con la compostezza dei matematici e la furia dei poeti. E forse, quando tutto diventò troppo stretto — la città, il tempo, il corpo, le parole — decise di restituire all’universo ciò che aveva preso in prestito: la propria inquietudine.
Non per fuggire, ma per restare intatto. Per non lasciare che la vita, lenta e amministrativa, lo tradisse.
Caccioppoli non morì per resa, ma per fedeltà.
Alla sua idea di bellezza, alla logica severa che impone coerenza anche al caos. Morì perché non sapeva ridursi. Perché ogni compromesso gli sembrava una menzogna e ogni sopravvivenza un’equazione sbagliata.
Non è un atto da giudicare, ma da contemplare — come si guarda una linea che si interrompe proprio nel punto più luminoso. Come si ascolta un silenzio che non significa assenza, ma pienezza. C’è qualcosa di liberatorio in quella fine: il rifiuto del declino, la decisione di non trasformarsi in una didascalia di sé stesso. Un atto di proprietà, forse, sul proprio destino.
La sua vita era stata un esperimento, e anche la morte lo fu: l’esperimento estremo di togliere ogni variabile, di azzerare tutto per vedere cosa resta.
E ciò che resta — a distanza di anni — è un’intensità che non si è spenta. Un’eco che continua a interrogare chiunque ami la conoscenza, la libertà, la verità nuda.
Renato Caccioppoli non ha scelto di morire: ha scelto di non mentire più. E in questo c’è una dolcezza che pochi riescono a capire, ma che chi lo amava riconosce: quella del gesto compiuto per salvare la propria misura, l’armonia segreta di una mente che non sapeva sopravvivere al disordine. La sua morte non è una fuga, è una formula chiusa con grazia. Un addio come un’equazione risolta. E in quel gesto, in quell’istante esatto, c’è tutta la poesia feroce di un uomo che, fino all’ultimo, ha avuto il coraggio di non abbassare lo sguardo davanti all’infinito.

…la conoscenza non salva, ma consola

Ci sono figure che non si raccontano: si inseguono. Come certi suoni lontani, o certe formule che non si lasciano chiudere. Renato Caccioppoli è una di quelle presenze che restano nell’aria, anche quando tutto il resto tace. Non è un personaggio, è una vibrazione. Un genio che sapeva quanto sia fragile la perfezione, e quanto spesso la logica serva solo a proteggersi dal dolore.
Aveva l’aria di chi gioca con l’infinito e intanto si consuma nel finito, di chi misura il mondo ma non riesce a starci dentro.
Caccioppoli era “diverso”, ma non nel modo con cui si usa oggi quella parola.
Diverso come una fenditura nella roccia, come una verità che disturba.
Aveva capito che non si può spiegare tutto, e che i passaggi più importanti — quelli che contano davvero — sono quelli che si saltano.
Saltava le dimostrazioni per pudore, come si salta una preghiera che non si osa pronunciare. Sapeva che in ogni campo — matematico o umano — c’è sempre un punto in cui bisogna chiudere un occhio per vedere meglio. Non era negligenza: era visione. Come chi intravede l’intero disegno e non ha più bisogno delle linee intermedie.
Lo si è raccontato in tanti modi, ma pochi hanno avuto il coraggio di liberarlo dalle caricature. Ci sono voluti occhi nuovi, non accademici né reverenti, per restituirgli la vita che aveva: la sua ironia feroce, il suo disincanto, il suo modo di essere un ribelle senza bandiera, un filosofo che rideva dei filosofi, un matematico che giocava a smontare i propri teoremi. Chi lo ha guardato davvero ha capito che la sua grandezza non stava nella follia, ma nella precisione con cui seppe attraversarla.
Caccioppoli non inventava leggende — le smentiva, con la lucidità di chi conosce la vertigine e la sopporta senza chiedere pietà.
Era l’uomo che Napoli, e forse il mondo, non sapevano contenere.
Nei bar, tra una risata e un bicchiere, discuteva di logaritmi e di libertà, di limiti e di destino.
Non separava mai la matematica dalla vita, perché per lui erano la stessa cosa: un problema irrisolvibile e bellissimo. Credeva che il limite fosse solo una linea timida, pronta a cedere davanti a chi ha il coraggio di toccarla. E che l’intelligenza, se non sa sporcarsi, diventa sterile.
Dopo la sua morte, intorno a lui calò un silenzio. Troppo fragile per essere eroe, troppo autentico per diventare leggenda.
Eppure chi, anni dopo, ha rimesso ordine tra le sue tracce — lettere, appunti, testimonianze — ha trovato la verità più semplice: non era il mito che si raccontava, ma un uomo vivo, scomodo, capace di commuovere ancora. Un uomo che non cercava consenso, ma precisione: quella morale, prima ancora che matematica.
Caccioppoli è rimasto l’incarnazione di un’idea rara: che la conoscenza non salva, ma consola; che la libertà è un rischio necessario; che la grandezza non è nel risultato, ma nel metodo, nel cammino, nell’errore affrontato a testa alta. È il simbolo di un pensiero che non pretende di dominare, ma di comprendere; di un sapere che non pontifica, ma si interroga. E forse è proprio questo, oggi, il suo lascito più attuale: l’invito a guardare le cose con un solo occhio, quello dell’anima, e accettare che la realtà — come le equazioni più eleganti — non si risolve, si contempla.

Epifania: tra rivelazione e mistero

Ci sono date che brillano, che si alzano come fari nella nebbia del tempo, segni impressi nel calendario e nella memoria. Il 6 gennaio è una di quelle. L’Epifania. La manifestazione (ἐπιφαίνω). Gesù bambino, Dio che si fa carne, mostrato al mondo. I magi che arrivano con i loro doni carichi di significati simbolici – oro per la regalità, incenso per la divinità, mirra per la mortalità – e il mondo intero che si inchina davanti al mistero dell’umano e del divino intrecciati in un corpo. È un racconto che affonda nella teologia e nella poesia, ma si perde anche nella polvere delle strade antiche e nelle tradizioni di un popolo.
E poi, ecco, c’è la Befana. La vecchia con la scopa, logora e affaticata, che porta dolci o carbone, giudicando il merito e la colpa, il bene e il male. È folclore, certo, ma è anche qualcosa di più. C’è il senso di un tempo che si rinnova, che spazza via l’anno vecchio con la scopa di una vecchia strega benevola. È Diana che ritorna, la dea della natura e del ciclo della vita, travestita con il cappuccio di una saggezza antica. È il pagano che si nasconde sotto il cristiano, come il carbone che si cela sotto i dolci. Perché non c’è manifestazione senza una qualche ombra, non c’è luce che non lasci dietro di sé una scia di mistero.
Dodici giorni dal solstizio d’inverno, dodici come un numero che ritorna, tra apostoli, mesi e segni dello zodiaco. Dodici giorni per transitare da una nascita che è promessa a una manifestazione che è rivelazione. Ma a chi? Ai magi, certo, stranieri in una terra lontana, simboli di un mondo che guarda al mistero con occhi spalancati e forse increduli. E a noi? Forse anche a noi. Perché ogni 6 gennaio non è solo la festa di un bambino che viene mostrato, ma la possibilità che ognuno di noi si manifesti. Che si mostri per ciò che è, senza maschere e senza veli.
La Befana, con le sue calze cariche di simboli, ci ricorda che siamo tutti bambini, in attesa di un giudizio, ma anche di un dono. E l’Epifania, nella sua semplicità straordinaria, ci dice che non c’è bisogno di essere re per essere accolti davanti al mistero: basta essere. Forse è questo il significato più nascosto, quello che non si trova nei libri, ma si intuisce tra le righe. Un invito a guardare il mondo con lo stupore di chi arriva da lontano e scopre qualcosa di più grande. Una rivelazione. Un’occasione, forse.

“…non è necessario invocare Dio” (Stephen Hawking)

Hawking

Affermare che «le leggi della scienza sono sufficienti per spiegare l’origine dell’universo. Non è necessario invocare Dio» (Stephen Hawking) equivale, spero ne converrete, a negare l’esistenza di Dio, ché se è possibile spiegare l’origine dell’universo senza dover ricorrere a un suo creatore, o – prima ipotesi – quello che viene indicato come tale è superfluo oppure – seconda ipotesi – non è creatore. Tertium non datur.
E così – stante la premessa – a Dio viene scippato l’attributo della sua necessità, in assenza della quale cadono, come tessere di un domino, le cinque vie ontologiche di Tommaso D’Aquino, che pongono ogni cosa in una relazione di necessità creaturale secondo ex motu (…dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio), ex causa (…dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio), ex contingentia (…dunque, bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio), ex gradu perfectione (…dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio) ed ex fine (…vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio).
Tommaso, obtorto collo, si muoveva in un ambito assai stretto, entro il quale le sue prove avevano parvenza sostanziale: appena, però, si esce da quel dominio, nel quale il tempo e lo spazio conservano la rappresentazione ormai dimostrata aleatoria, la logica di Tommaso perde consistenza e s’affloscia. Tempo e spazio non sono quello che ci sembrano e, soprattutto, non sono rigidi come gli assi sui quali costruiamo per comodità la rappresentazione degli eventi. Fuori dal contesto classico – quello newtoniano, per chiarire i termini – che assai si lega alle percezioni sensoriali, il concetto di eventi diventa irriducibile alle regole della logica corrente e, insieme ai concetti di spazio e tempo, sfugge alla comprensione della mente dell’uomo medievale.
Tuttavia Hawking è disposto a chiamare “Dio” ciò che può dare ragione della creazione dell’universo dal nulla («Io uso la parola “Dio” in un senso impersonale, come faceva Einstein, per riferirmi alle leggi della natura», dice Hawking), ma – seguitemi bene – in questo caso non sarebbe un Dio creatore, né potrebbe essere entità preesistente al nulla o esterno ad esso, prima, e all’universo, poi: coinciderebbe col nulla, prima, e con l’universo, poi. Ancora: Dio anche in tale accezione viene ad essere negato, almeno per come è immaginato dalla sensibilità religiosa: tutt’al più sarebbe funzionale alla nascita, non causa: legge che obbedisce a sé stessa.
Certo, al netto delle obiezioni banali sulle quali convien lasciar correre ché quella è robaccia buona solo a riempir la bocca (e le teste vuote), rimarrebbe in piedi l’obiezione che s’impernia sul concetto stesso di Teoria del Tutto: potrebbe – in ipotesi, dico – esistere un quid che non trovi adeguata spiegazione nel Tutto (ché quello il Tutto è così grande da voler inglobare qualsivoglia Legge naturale – ognuna caso particolare del Tutto stesso). Insomma: poiché la Teoria del Tutto, ancorché dimostrabile, dovrebbe essere assunta con gli effetti di un atto di fede, nulla vieta di credere che possa essere successivamente destituita di fondamento proprio da un caso (anche solo uno) particolare che potrebbe (o parrebbe) sfuggire alla generalizzazione.
Siamo – ve ne sarete accorti – alla ben nota elaborazione logica che assegna al divino il compito di spiegare quello che del naturale non si riesce ancora a spiegare, nella certezza che i mezzi umani non saranno mai in grado di afferrare tutto (o il Tutto). È – se mi consentite – il colpo di coda di Dio che si ripropone – o viene riproposto, se volete – come necessario per spiegare quello che l’uomo non riuscirebbe a spiegare nel caso in cui la Teoria del Tutto rivelasse la necessità di una revisione: privato dell’attributo della necessarietà, Dio – oplà – se lo ripiglia.
Eppure Hawking è stato chiaro sul punto: col suo metodo «la scienza funziona», finisce sempre col funzionare meglio di ieri, e costringe l’idea di Dio a far un passo indietro, ad arretrare, laddove non funziona oggi, ma – statene certi – funzionerà domani. Certo, ogni vuoto verrà riempito sempre da qualcuno con la fede, (e quindi) con l’ignoranza e la superstizione, ma questi vuoti sono, per nostra fortuna, sempre meno ampi e la fede è costretta ad arretrare laddove la scienza avanza: c’è sempre meno spazio per il vuoto, c’è sempre meno spazio per il buio e (quindi) per il medioevo.

lente digestioni…

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Facciamo così, giochiamo a carte scoperte, ché quello è il modo migliore di tenerle nascoste. Fate una cosa, prendete dallo scaffale della vostra libreria non il tomo di quel rozzo anticlericale dell’Ottocento, no; prendete il De Divinatione di Cicerone, per l’esattezza il libro secondo, e sfogliatelo fino al paragrafo 58. Fatto? Bene, leggete con me: “E pensi che Talete, Anassagora o qualsiasi altro filosofo naturale avrebbe creduto a notizie del genere? Sangue e sudore possono provenire solo da un corpo vivente. Mentre invece una qualche alterazione del colore causata dal contatto con la terra può produrre effetti simili al sangue, e l’umidità proveniente dall’esterno, come accade sugli intonaci dei muri nei giorni di scirocco, può rassomigliare a sudore”. Ecco, io credo che lo scandalo non sia che Cicerone storcesse il naso verso l’incursione del soprannaturale nella forma dell’evento portentoso (che qui, visto che non vogliamo offendere nessuno, non chiamiamo “miracolo”), ma che, di tali eventi così simili a quelli dei nostri tempi (l’ultimo che ho letto è qui raccontato) pieni zeppi di paura e insicurezza, ne accadessero a iosa anche prima che nascesse Cristo. A Cuma – giusto per citare il primo che mi viene in mente – nel 130 avanti Cristo, una statua del dio Apollo pianse – almeno così dicono le cronache – per ben quattro giorni di fila. Una del dio Mercurio, invece, sudò ad Arezzo nel 93 avanti Cristo; un’altra del dio Marte iniziò a sudare a Roma esattamente quarant’anni dopo. Anche nell’Eneide di Virgilio c’è una statua che suda: il celebre Palladio che rappresentava la dea Atena. Ulisse e Diomede – il lettore se lo ricorderà – avevano strappato questa statua ai Troiani, ma la dea non ne voleva proprio sapere di stare nel campo greco: il simulacro era addirittura sobbalzato tre volte da terra, i suoi occhi avevano lanciato fiamme e un “sudore salato” aveva invaso le sue membra.
Se quelle statue di Atena e Apollo che piangevano sangue o sudavano essenze profumate erano frodi, l’intento sarà stato certamente l’abuso della credulità popolare – questo, suppongo, vorrà concederlo anche un fesso, sempre che non sia talmente fesso da credere ancora ad Atena e ad Apollo. Ma se il fesso cade in ginocchio davanti a una statua della Madonna che si inumidisce allo stesso modo e parla di evento portentoso, anzi di “miracolo”, solo perché non s’è potuto dimostrare la frode, gli additeremo i creduli che sono inginocchiati dietro di lui (nel tempo e nello spazio), gli mostreremo a che scopo dei furboni ne abusino (e ne abusarono), e finiremo col dire che per molte delle statue di Atena e di Apollo che piangevano non fu mai possibile accertare la frode. Certo, anche in quei tempi remoti, quando la frode fu scoperta, i creduli si levarono, spolverarono le ginocchia, ma non smisero di avere fede negli dei – semmai ebbero conferma della cattiveria umana.
Ma qui, lungi dal voler convincere nessuno, si vuole fare una considerazione altra e diversa. Il cristianesimo crebbe come un insaziabile parassita nel ventre dell’Impero che andava lento ammalandosi, si nutrì d’ogni sua parte, legge, cultura, usanza. Metabolizzò ogni cosa della paganità, per poi far piazza pulita dei resti indigeribili, di quelli che proprio gli davano rogne a masticarli – alcuni dei quali furono malamente bruciati nelle pubbliche piazze. Quella delle statue che piangevano sangue o che trasudavano, evidentemente, era cosa gustosa e digeribilissima e il cristianesimo di allora se ne cibò a sazietà con gusto. I fessi, oggi, stanno ancora lì a cagarla.

unicuique suum…

Certe volte faccio davvero fatica a capacitarmi, a cercar di comprendere l’impalcatura logica che vorrebbe reggere certe assurde pretese propagandate, semmai, anche come giuste.
Dove cazzo sta scritto — tanto per dire — che se non accetto una cosa, non riesco a condividerla, ad apprezzarne i principi, devo negare la possibilità a un altro di praticarla per il solo fatto che io quella cosa ritengo appunto assurda? Ti dici cattolico? Bene! E goditi, di grazia, la tua ostia. Anzi: se così per te è, ritienila corpo di Cristo e mangiatela di gusto; bevi il vino che è per te il suo sangue e, poi, bacia la mano a quel tipo in gonnella, acchitato a festa, tra merletti e sciarpe di seta; tipo che – mi dici – essere il vertice supremo della bontà e della saggezza, anche se poi ti s’incula il figliolo in sagrestia. Fai pure, non mi permetterei mai d’impedirtelo, ci mancherebbe! Ma, di grazia, cerca di non rompermi i coglioni con queste tue storielle assurde, cercando in tutti i modi di propagandarmele per vere. E poi, ancora, – lo dico anche a quell’altro tuo amico – basta a venirmi a citofonare il sabato, la domenica… nei fine settimana, il pomeriggio, m’appisolo un po’, io. Vuoi convertirmi? No, grazie: ho da fare! Facciamo così: a me il mio assurdo a te il tuo: c’è spazio a sufficienza, vedi? Alza i tacchi e corri a pregare: nel rispetto dell’unica legge possibile – ma possibile, dico, solo perché utile – che sancisce perentoria «fatti i cazzi i tuoi ché io mi faccio i miei», entrambi i nostri assurdi hanno la stessa dignità di sussistere. Suvvia, non metter il musetto a culo di gallina, non farne una questione personale, non prendertela tanto: smamma!
Scusa? Sei gay? Cazzi tuoi — mi vien da sbottare. Non mi ci immagino, io, davvero non mi ci immagino proprio. Ma questo, mi par chiaro, non deve, in alcun modo, spingermi a negarti (anche solo a pensarlo) la possibilità di aver figli, di adottarli e a ostacolarti nel diritto di sposarti (se proprio ci tieni, eh?!). Ma se ti dico – con grazia, per giunta – «togli quella mano dalle mie chiappe», deh, figliolo caro, toglila! forse, chissà, in un’altra vita… ma ora proprio no.
E tu? Ah, sì, è vero: hai deciso di morire. Avrai, non voglio in alcun modo metterlo in dubbio, avrai, dicevo, le tue buone ragioni: da par mio cerco d’offrirti tutto quello che posso offriti e tutto quello che tu hai deciso di accettare per farti desistere dal tuo proposito. Non foss’altro perché ti ritengo mio simile e, monco delle tue ragioni (figlie, semmai, del tuo dolore, delle tue paure e delle tue convinzioni), fatico un po’ ad accettare la tua estrema conclusione. Sì, ma poi, oltre una soglia, la mia empatia deve farsi i cazzi suoi, ché il mio simile, che vuol morire, potrebbe, tanto per dire, non gradire affatto questa mia eccessiva preoccupazione: e che vogliamo metterci a fare la gara a chi è più preoccupato?
Ecco, il mio liberalismo sta tutto qui: e dunque potrei ben essere intimamente omofobo, vile al punto da dar di stomaco davanti ad un rivoletto di sangue ma impormi il dovere di non permettere nulla alla mia omofobia o alla mia viltà; anzi, lottare per pari diritti tra etero e gay più che se fossi gay e, ancora, star lì a buttar bile allo stremo per il diritto all’eutanasia pur sapendo in cuore di non riuscire mai a praticarla per me o per un mio caro. E poi dicono che il liberalismo sarebbe un caleidoscopio di capricci: capricci, un cazzo! Il punto è che devi il rispetto a tutti quelli che ti rispettano. Alzar le spalle agli assurdi altrui e pretendere il rispetto per i tuoi di assurdi. Stop.
Altro esempio? Potrei considerare assolutamente piacevole star lì, fermo in un letto, in ozio, senza neanche aver le forze per alzarmi da solo per andare a pisciare; apprezzare il tocco soave delle mani di una suorina che sta lì a lavarmi i coglioni. Sai che bello? tutto il giorno poter perdermi nell’infinito ciclo dei miei pensieri che si rincorrono, star lì a fissar il soffitto, candido, beato. Avrei pure, tanto per dire, potuto disporre, nel mio testamento biologico, «nel sondino, di tanto in tanto, non lesinate una buona pinta scura, al doppio malto» – potrebbe pure essere – ma perché, chiedo, devo rompere il cazzo a quel mio simile che ritiene quelle condizioni di vita insopportabili? Indegne d’essere vissute? Ché quello, magari, si rompe i coglioni (puliti dalla suorina, sì, ma pur sempre irrimediabilmente rotti) a star lì, tutto il giorno, a fantasticare guardando fisso nel vuoto del soffitto della stanza. Lascia scritto che vuol morire? E mica tutti sanno apprezzare il tocco di una suorina?
Ecco, il mio liberalismo sta tutto qui. Di base sarei anche un tipo calmo io, ma non vorrei passare per fesso. E poi così, giusto per il gusto di non farti prendere troppe confidenze: se tu mi vieni a dire che il mio assurdo fa schifo rispetto al tuo – a cafone, cafone e mezzo – ti dico che col tuo assurdo io mi ci pulisco il culo! Tranquillo?! Devo star calmo? Ma guarda che il mio non è un liberismo incazzato; la mia è l’unica sana reazione che può avere un liberista italiano (e sottolineo, italiano) che vede i suoi principi molestati, violentati, maltrattati da fascisti, comunisti e cattolici di destra e di sinistra uniti, oramai, in un sol fascio: insinuanti, subdoli, fastidiosi, appiccicosi più della pece, perfino prepotenti. E poi di una bruttezza che non ti dico: dentro e fuori – roba che, al confronto, il demonio ci fa la figura del gaglioffo.

…oltre che soddisfazioni

  

Immaginate che Francesco – vostro figlio – sia sempre taciturno, schivo, introverso, non ami giocare coi suoi coetanei; di notte, mettiamo che il fanciullo confessi di sognare il diavolo e vi capiti – siamo già verso i nove anni – di sorprenderlo a flagellarsi la schiena con una catena. Immaginate ancora che Francesco, vostro figlio, sia attratto ossessivamente dal “sistema pilifero” di Padre Camillo da Sant’Elia a Pianisi: “La barba di fra Camillo – avrà modo di confessarvi – si era ficcata nella mia testa, e nessuno mi poté smontare”; che il piccoletto abbia febbri continue, spesso oltre i quaranta, intervallate con continui malanni respiratori e intestinali. Che vi chieda, in continuazione, di ripetergli la storia delle stigmate di San Francesco e che a sentirsela raccontare vada ogni volta fuori di testa, come in trance. Che lo troviate spesso gonfio come un pallone, pieno di lividi e tagli e, a domanda, la risposta sia: «L’altra notte la passai malissimo; quel cosaccio da verso le dieci, che mi misi a letto, fino alle cinque della mattina non fece altro che picchiarmi continuamen­te. […] Credevo proprio che fosse quella propriamente l’ultima notte di mia esistenza; o, anche non morendo, perde­re la ragione. Ma sia benedetto Gesù che niente di ciò s’avverò. Alle cinque del mattino, allorché quel cosaccio andò via, un freddo s’impossessò di tutta la mia persona da farmi tremare da capo a pie­di, come una canna esposta ad un im­petuosissimo vento. Durò un paio d’ore. Andai del sangue per la bocca». Che su un suo tema in classe, a quindici anni, leggiate: “Oh, se fossi re, combatterei prima di tutto il divorzio, da molti cattivi desiderato, e farei sì che il sacramento del matrimonio fosse maggiormente rispettato… Io cercherei di illustrare il mio nome col battere sempre la via del vero cristiano; guai poi a coloro che non volessero seguirla. Li punirei subito o col metterli in prigione o coll’esilio, oppure con la morte“.
Immaginato tutto? Fatto? Bravi! Adesso – mi pare lecito – la domanda è: voi, da genitori, che fareste? Ricovero? Psicoterapia? Oppure, che ne so, esorcista? Col cuore in mano, credetemi: qualunque cosa decidiate di fare, siete in errore. Per carità di Dio, fermatevi! Mi raccomando! Ché con un po’ di culo, qualche goccia di acido fenico puro e, magari, l’interessamento di qualche buon prelato in alto loco avrete un autentico santo in famiglia. E so’ soldi (oltre che soddisfazioni)!

Né cuore, né fede, né fegato…

Coniglio oca

Folla di persone in fila a osservare una macchia grigiastra affiorata su un muro; macchia che ha fattezze di un volto – quello Santo di Padre Pio, manco a dirlo. Lo aveva scorto – questo è il ricordo – una donna e ne aveva dato voce al paese intero. Storcevano il muso i cinici e gli scettici: l’è umidità, il piscio d’un cane bla-bla-bla. Nulla, nessuno dei presenti accorsi si curò di quelle voci stonate e tutti sfilarono, piansero, videro e pregarono, a ribadire la superiorità della nostra cultura giudaico-cristiana su quella dei fanatici mussulmani. Il vero Dio, è risaputo, sa a chi mandare i segni. La differenza la fa il cuore di chi vi si pone di fronte, ai segni, e col cuore la fede.
Questo ricordo riaffiora alla mente come efflorescenze di salnitro su un muro e me ne richiama un altro legato a ciò che mi diceva, quand’ero adolescente, S.: dottore in ingegneria, temibile scassacazzo, cirrotico e, dimenticavo, d’animo cinico assai; morì giovane (ne soffrii nel profondo, stragiuro). Egli, fumando beato la sua cicca (accesa e spenta chissà quante volte) e sorseggiando, di nascosto dai suoi ma non da me, la mitica Sambuca Molinari, era solito indicarmi nella vastità del cielo, a lavoro finito – uno dei tanti che svogliatamente conduceva e che mi costringeva a seguire –, qualche barocca nuvola lontana, che a me di volta in volta pareva somigliare a galeone, amerindio o pescecane. Ed egli a me, svogliatamente, col labbro sporgente e sempre screpolato: “Ma no, ma no, testa di cazzo, non hai un briciolo di sensibilità artistica… Ma qua’ indiano o pescecazzo. Guarda là, guarda bene quella è una vulva! Non la vedi?” E guai ad ostinarsi col pescecane o col pellerossa. Io, poi, pur molto affezionato e a lui legato da una devozione pressoché filiale o, se volete, di paracula riconoscenza (ché lui poi, a modo suo, m’aiutava con la matematica), non ero mai capace di convenire, foss’anche per rispetto o per antipatico dispetto. Al massimo, ammettevo: “Sì, a ben vedere un galeone e una vulva…”. Sempre stato di una civiltà inferiore, io. Né cuore, né fede, né fegato.