PPP…

Pasolini non si spiegava, si esponeva. Ogni parola che pronunciava era un rischio, una ferita aperta, un modo per costringere chi ascoltava a smettere di essere spettatore. Non chiedeva di essere capito, ma di essere messo in discussione. È per questo che a distanza di cinquant’anni non riusciamo ancora a collocarlo da nessuna parte: né a destra né a sinistra, né tra i poeti né tra i politici. Pasolini è un cortocircuito — e come tutti i cortocircuiti, illumina bruciando.
Nel 1971, davanti a Enzo Biagi, aveva ancora lo sguardo fermo di chi non cerca consenso. Parla di sé, ma sembra parlare di noi. Del nostro modo di consumare tutto, anche i sentimenti. Dice che la borghesia ha vinto perché non ha più bisogno di imporre: seduce, persuade, addestra. È una rivoluzione gentile, che non si nota. Ti vende la libertà, ma confezionata. Ti lascia scegliere, purché tu scelga fra ciò che ti ha già proposto. Lui lo chiama “fascismo del consumo”. Non è una metafora: è un sistema nervoso. Penetra nelle case, nei gesti, nei sogni. Ci insegna che tutto è sostituibile, perfino la felicità. E allora Pasolini reagisce non con la rabbia, ma con una lucidità disperata. Si definisce “anarchico apocalittico”: uno che non crede più nei programmi, nei manifesti, nei partiti. Ma non perché si sia arreso. Semplicemente ha capito che ogni struttura di potere — anche la più ideale — finisce per riprodurre se stessa. Allora sceglie l’unico spazio rimasto incontrollabile: la parola. Quella poetica, disarmata, inservibile. “Produco una merce inconsumabile”, dice. E in quella frase c’è tutta la sua ribellione. In un mondo che trasforma tutto in prodotto, lui rivendica il diritto all’inutile. La poesia come atto economico improduttivo, come fallimento necessario. Un oggetto che non serve, ma resiste.
C’è però in Pasolini un fondo tenero, quasi infantile. Una malinconia che si posa su ogni idea come una polvere sottile. Quando parla della madre, la voce gli si spezza. Quando ricorda il fratello, il dolore è ancora vivo, feroce.
Dietro il poeta, dietro l’intellettuale lucido, c’è un bambino che non ha mai smesso di cercare la madre sotto i portici di Bologna. La cerca nei sogni, la rivede da lontano, la perde ogni volta. E forse è lì, in quella perdita, che nasce la sua ostinazione a capire, a nominare, a dire la verità anche quando fa male.
Amava i semplici. Non perché disprezzasse la cultura, ma perché sapeva che l’istruzione può diventare una corazza, un alibi.
Diceva che chi non ha studiato porta con sé una forma di purezza: l’innocenza di chi non sa mentire bene. E poi, il calcio. Non un passatempo, ma una liturgia. “L’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, la definisce.
Il corpo che corre, che sbaglia, che cade e si rialza. Il gesto fisico come antidoto all’alienazione televisiva.
Guardando un campo di calcio, Pasolini vede ciò che manca alla società dei consumi: la presenza reale. Gli uomini che sudano, il pallone che rotola su un terreno imperfetto. È la sua nostalgia per un mondo dove esiste ancora l’errore, l’imprevisto, la fatica. Forse è per questo che Pasolini continua a turbare. Perché la sua voce non è mai neutra. È un corpo che parla, che pensa, che soffre.
Ogni volta che lo ascolti sembra ti interroghi: “Tu, dove sei? In quale compromesso ti sei nascosto?”
Ha cancellato la parola speranza dal suo vocabolario, ma non l’amore per la verità. E c’è un punto — rarissimo — in cui la disperazione e l’amore coincidono: è quello in cui decidi di non smettere di dire ciò che vedi, anche quando nessuno ti crede.
Pasolini non appartiene al passato, perché il futuro che temeva è già qui. Siamo noi, i suoi personaggi.
Siamo noi a vivere dentro le sue profezie, nei centri commerciali, nei notiziari, nelle frasi pronte, nei sorrisi televisivi.
Forse, più che ascoltarlo, dovremmo fare silenzio. Perché la sua voce non è un ricordo. È un rimprovero.
E certe volte — le più importanti — amare qualcuno significa non riuscire più a giustificarsi di fronte a lui.

Ciascuno di noi…

Ciascuno di noi esprime le proprie paure nel modo che ritiene opportuno.
Non giudico nessuno, ma in questi frangenti mi rendo conto di quanto non siamo cittadini ma abitanti, di quanto non sentiamo la nostra responsabilità collettiva ma solo la voglia di dire la nostra. Questa emergenza che stiamo attraversando fa emergere il vero tratto che ci identifica come Paese: una sconfinata egomania senza senso, che si rivela nella furia di comprare generi alimentari in un supermercato, di girare con una inutile mascherina o nel proporre ricette alternative all’Amuchina o, ancora, di mettere in dubbio ogni singolo provvedimento delle autorità preposte.
Un Paese così, secondo voi, come può vincere sfide ben più importanti?

Italiani…

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Gli italiani e la loro innata capacità di passare dalla parte del torto anche quando hanno ragione. [*]

i russi…

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Nella miniserie Chernobyl, i russi a me sembra siano dipinti come in occidente ci si immaginava fossero i russi cinquanta anni fa. E mi è venuto in mente il protagonista del poema ferroviario Mosca–Petuški, di Venedikt Erofeev, che sul treno fa finta di essere stato in Italia e al suo dirimpettaio, che gli chiede cosa pensano gli italiani dei russi, lui dice che gli italiani, ai russi, non ci pensano: che gli italiani «cantano, dipingono, e basta. Uno, per dire, sta in piedi e canta. E un altro, lì vicino, sta seduto e fa il ritratto a quello che canta. E un terzo, a una certa distanza, canta di quello che fa il ritratto. Ti vien su una tristezza. E la nostra tristezza loro non la capiscono…». «Son poi italiani. – gli dice il suo dirimpettaio, – Capiscono forse qualcosa, gli italiani?».

To-sca-ni…

Da ridere, se non fosse da piangere. Da indignarsi, se contro l’ignoranza bastasse l’indignazione. [*]

…non credeva negli italiani

C’era qualcosa fuori luogo, un dettaglio che mi sfuggiva. Insignificante, forse. Ma sapevo che c’era qualcosa che mancava: “come quando una cosa viene improvvisamente a mancare alle nostre abitudini, una cosa che per uso o consuetudine si ferma ai nostri sensi e più non arriva alla mente, ma la sua assenza genera un piccolo vuoto smarrimento, come un intermittenza di luce che ci esaspera”. No, non era il panellaro de “Il giorno della civetta” quello che mancava. In tutte le ricostruzioni lette sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e la strage della scorta, commosse, sensazioni personali, traboccanti di misteriose coincidenze. E il ruolo dei servizi segreti, di quelli deviati, e dell’Urss e degli Usa, e il Vaticano, e Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer, gli eterni processi. E poi, ancora, gli assassini in tv e l’imperitura lezione dell’assassinato, il depistaggio, l’infinito male eccetera eccetera eccetera. Un’unica e monotona voce e il profumo di incenso per il santino posto sull’altare della patria.
Ecco sì, c’era qualcosa fuori luogo. Poi, dal prezioso archivio di Radio Radicale, è venuta fuori una dichiarazione del maestro Sciascia su Moro. E ho capito. Non è per togliere qualcosa al maestro di Racalmuto, che come tutti è stato figlio e artefice e vittima del suo tempo; è per aggiungere qualcosa sui sentimenti profondi di questo Paese. Di una sua buona parte. Sentimenti che proprio Sciascia è riuscito a descrivere con acutezza e asciuttezza inarrivabili nei suoi preziosissimi scritti.
Io sono dell’opinione che Moro – dice Sciascia – non è stato un grande statista. È stato un grande politicante”. E ancora: “Moro era un uomo piuttosto scettico, piuttosto pessimista: non credeva negli italiani e tantomeno credeva nella Democrazia Cristiana”. E così, nella sua vita ”non ha fatto altro che mediare, da politicante: ha sempre mediato. Ecco perché s’aspettava, anche nel suo caso, che si mediasse”.
Ecco qual era il dettaglio che nella celebrazione di ieri mancava: mancava quella forma di onestà intellettuale che è nelle cose chiare, schiette e vere. Un dettaglio insignificante, forse. Un dettaglio la cui mancanza però ci qualifica. Un po’ tutti.

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