Vivere fra le nuvole, senza farsi adottare (undici anni)

L’11 non consola. Non è una cifra da anniversario ufficiale, non ha il sorriso rotondo delle ricorrenze che si fanno incorniciare. L’11 è un anno in più, e basta. È il tempo che passa quando non lo stai contando, è la polvere che si deposita sulle cose importanti mentre fuori, intanto, si prepara la cerimonia.
Il 4 gennaio 2015 Pino Daniele è morto. Oggi sono undici anni. Undici anni di una cosa che Napoli sa fare benissimo: trattenere i morti più dei vivi. Non nel senso dell’amore, ma in quello del possesso. Li prende, li porta in piazza, li fissa in una posa che non disturba, li trasforma in icone che non hanno più voce. E poi ci si commuove davanti. Con una commozione che spesso somiglia a una prova generale: la città che si guarda piangere. È un meccanismo quasi perfetto, perché funziona anche senza malizia. Basta il bisogno — umano, comprensibile — di sentirsi parte di qualcosa. Basta una canzone che ti ha tenuto su una notte, e tu ci credi davvero, per un istante, che “meno male che ci sei tu”. Basta poco perché il morto diventi “nostro”. Diventi “Napoli”. Diventi il simbolo rassicurante di una napoletanità che si vuole bella, profonda, musicale, generosa. Una napoletanità che ama raccontarsi così, soprattutto quando non ha voglia di guardare il resto. Il resto è la parte scomoda. La parte per cui Pino Daniele, a ben sentire, non si è mai fatto adottare.
Napoli è una parola bifronte: da una parte è città, dall’altra è carattere. È pietra e abitudine. È panorama e morale. È una luce che ti educa l’occhio e una facilità che ti educa la coscienza al compromesso. Quando dici “Napoli”, a volte intendi il mare e le chiese, a volte intendi quella rassegnazione che si traveste da saggezza, quella furbizia da servi che si fa passare per intelligenza, quel sentimentalismo appiccicoso che pretende lo statuto di virtù antica. E la grande confusione sta proprio qui: nel fingere che sia un’unica cosa. Pino Daniele, invece, separava. E quando separi, ti fai nemici. Perché le città — come certe famiglie — preferiscono chi copre, non chi distingue. Molti lo ricordano come “cantante napoletano”, e certo lo era: per nascita, per lingua, per una certa temperatura emotiva che non puoi imitare. Ma se lo prendi sul serio capisci che “napoletano”, in lui, non è mai stato un recinto. Il dialetto non era un certificato d’origine da esibire. Era un materiale. Un impasto sonoro, una grammatica del corpo, un modo di tenere insieme ironia e ferita senza fare scena. Il dialetto come strumento, non come bandiera. E la sua musica era tutto fuorché un souvenir. Non cercava di rassicurarti con la tradizione. Non cercava di farti sentire a casa. Semmai ti spostava la casa. Ti portava in un posto dove il blues poteva stare accanto al Mediterraneo senza chiedere permesso a nessuno. Un linguaggio apolide, che non aveva bisogno di essere “rappresentativo” per essere vero. Questa è una cosa che Napoli fatica ad accettare: l’artista che non la rappresenta, ma la attraversa. Che non si presta al ruolo di portavoce, di sindaco spirituale, di mascotte. Perché Napoli ama chi la conferma. Ama chi dice: “siete così, ed è bellissimo”. E quando qualcuno osa dire: “siete così, ed è un problema”, allora scatta l’equivoco più antico: se mi critichi mi odi; se mi odi non sei dei nostri. Il paradosso è che l’amore e l’odio possono convivere, sì, ma non come posa romantica. Convivono come convivono nelle cose serie: quando non vuoi rinunciare a ciò che potrebbe essere, ma non riesci più a sopportare ciò che è. Due Napoli, non una. Una che forse immaginava, o ricordava, o sperava. E una reale, concreta, fatta di vizi morali distribuiti democraticamente tra plebe, borghesia e nobiltà fatiscente: un minimo comune multiplo di difetti che diventano carattere, e poi, peggio, orgoglio. È qui che le commemorazioni sbagliano mira: perché trasformano quella frattura in un abbraccio. E l’abbraccio è comodo. Ti permette di ignorare il conflitto. Ti permette di prendere la parte che ti piace e buttare via il resto. Ti permette di dire “Pino Daniele è Napoli” senza chiederti quale Napoli. E invece lui — per come parlava, per come sceglieva, per come evitava — sembra appartenere a quella minuscola percentuale di napoletani che non sopportano la rassegnazione. Che non tollerano l’idea che “così è”. Che non scambiano il destino per un alibi. E quando possono, se ne vanno. Non con la nostalgia in bocca, ma con una lucidità che fa male: la consapevolezza che restare, a volte, significa diventare complice di ciò che ti disgustava.
C’è un’immagine, però, che mi torna addosso ogni volta che penso a lui, e non è una piazza piena né una corona di fiori: è quella sospensione ostinata di chi preferisce stare alto pur di non farsi tirare giù. “Io vivo fra le nuvole”, dice una sua canzone, e sembra una leggerezza; ma poi, appena sotto, c’è la fatica: “non scendo quasi mai”, “muovo tutti i muscoli lentamente”. Non è un sogno: è una reazione. Non è fuga elegante: è distanza di sicurezza. Le nuvole, in quel modo, non sono un paradiso. Sono un posto dove respirare quando a terra l’aria è troppo compromessa.
E allora, dopo undici anni, forse l’unica cosa onesta da fare non è “celebrarlo”. È evitare di usarlo. Usarlo come tappeto buono sotto cui infilare la sporcizia, come sudario identitario da avvolgersi addosso, come prova che “Napoli è grande” anche quando Napoli continua a essere piccola nelle cose che contano. Usarlo come pretesto di fierezza per chi, forse, avrebbe una speranza minima di riscatto solo cominciando con un gesto più semplice e più raro: vergognarsi un poco. Non per autolesionismo. Per dignità. Perché la vergogna, quella vera, non è un insulto. È un criterio. È la misura con cui capisci che non tutto ciò che sei merita di restare così com’è. Undici anni dopo, Pino Daniele resta un problema. E per questo resta vivo. Non un santino, non una statua, non una cartolina: una crepa nella narrazione comoda. E se Napoli vuole davvero “piangerlo”, dovrebbe fare una cosa che non le riesce quasi mai: ascoltare ciò che non le conviene. Rinunciare per un attimo al teatro della lacrima. E accettare che l’amore, quando è serio, non ti accarezza. Ti mette in discussione.

Meglio una brutta verità che una bella bugia…

C’è un punto, nelle interviste ben fatte, in cui smetti di ascoltare le risposte e inizi a sentire la materia che le tiene insieme. Non è più “cosa dice”, ma “da dove lo dice”. E allora ti accorgi che certe parole non sono opinioni: sono geografie. Nell’intervista in cui Roberto Saviano conversa con Geolier, quella cosa lì si vede bene. Si sente, soprattutto. Perché Geolier non racconta Secondigliano come una cartolina nera da consegnare alla paura di chi guarda da fuori; la racconta come si racconta la normalità quando sei cresciuto dentro la normalità. È un dettaglio tecnico, quasi: la percezione del rischio non è un dato assoluto, è una variabile che dipende dal sistema di riferimento. Fuori, il quartiere è “pericolo”. Dentro, è “vita”. Dentro, il casco non è un simbolo ideologico, è un segnale di riconoscimento, un modo per non diventare improvvisamente anonimo nel posto in cui l’anonimato può costare caro. E poi c’è quella parola che, detta così, sembra perfino azzardata: poesia. La poesia della fila dei tossicodipendenti vista dal balcone. Non poesia come abbellimento, non la malattia romantica di chi trasforma tutto in estetica. Poesia come capacità di guardare senza voltarsi, senza giudicare in automatico, senza ridurre il dolore al suo cliché. “Che cosa c’è dietro?” È una domanda infantile e insieme terribilmente adulta. È il primo gesto di uno scrittore, di un cantante, di chiunque tenti di fare arte senza usare l’arte come trucco. Quella sensibilità, Geolier la descrive come nudità: sentirsi esposto, vulnerabile, deludibile. È un costo. Ma è anche la sola risorsa davvero non falsificabile: se sei troppo corazzato, scrivi bene forse, ma non scrivi vero. E infatti, quando parla dell’inizio — gli ascolti, i primi testi, la cosa semplice e quasi fisica del “questa è la prima cosa che mi ha fatto stare bene” — capisci che la musica, prima di essere carriera, è stata rifugio. Non fuga: rifugio. Un riparo che non nega la tempesta, la attraversa con un’altra grammatica.
Il passaggio più amaro, però, è quello del distacco. Perché l’idea comune è che “andarsene” sia sempre una liberazione lineare: migliori la casa, migliori la vita, fai pace con il passato. Lui invece dice una cosa più precisa, e più difficile: la casa vera non erano i muri nuovi, ma le scale del palazzo, l’abitudine, il brusio, la quotidianità condivisa. E qui si capisce davvero la parola che usa per definire il suo percorso: doloroso. Non perché il successo faccia male di per sé, ma perché il successo — almeno quello reale, quello che ti cambia davvero — non è un incremento: è una sottrazione. Ti obbliga a lasciare indietro pezzi che non si recuperano con la nostalgia. Studi interrotti, amicizie che restano ferme al punto di partenza, un Emanuele che deve imparare a convivere con un Geolier che non può più essere “uno qualunque”. E allora, quando arriva la domanda su Gomorra e sull’arte che “influenza”, mi sembra che la risposta tocchi il centro del discorso, senza proclami. L’arte non fabbrica criminali, dice in sostanza. L’arte, se è onesta, mostra. Non contagia: espone. È un microscopio, non un virus. E in quella frase — “meglio una brutta verità che una bella bugia” — c’è un’etica elementare che spesso dimentichiamo per pigrizia morale: edulcorare la realtà non protegge nessuno, semmai lascia impreparati. Il male non lo disinneschi coprendolo con una tovaglia pulita. Lo disinneschi se lo riconosci, se lo nomini, se lo studi. Anche quando fa schifo. Forse per questo, alla fine, la cosa più bella è quel dialogo immaginario col bambino di allora: “Bravo, avevi ragione tu”. E il bambino che risponde: “Quanto tempo ci è voluto?”. È una scena minuscola, ma dentro c’è tutto: la coerenza come residuo, come ciò che resta quando il rumore della fama si abbassa. Non il mito, non la posa, non la vittoria. La coerenza: l’asse di simmetria tra chi eri e chi sei diventato. Ecco, se devo portarmi via un senso da quell’intervista, è questo: la verità non è mai elegante, ma è l’unica cosa che non ti tradisce. E chi riesce a vedere poesia perfino nelle cose terribili — senza farne spettacolo, senza farne alibi — non sta glorificando il buio. Sta facendo luce con gli strumenti che ha: una domanda, una voce, una canzone. E, in controluce, quel bambino che ancora chiede tempo. E ancora pretende, ostinatamente, che tu non gli dia torto.

Supponiamo che un giorno vi facciate una passeggiata a Napoli…

L’Ingegnere, come sempre, fa finta di scherzare. Dice «Supponiamo che un giorno vi facciate una passeggiata a Napoli…» come se stesse impostando un problema di statica, con le ipotesi ordinate in colonna. In realtà, in quelle righe sul Natale a San Gregorio Armeno, fa un’operazione molto più radicale: sposta le coordinate della nascita di Gesù. Da evento unico nella storia a variabile periodica, da Betlemme a Napoli, dalla geografia alla quotidianità.
San Gregorio Armeno è la via dei pastori, certo, ma soprattutto è il luogo in cui il presepe smette di essere una scenografia devota e diventa cronaca. Nel presepe napoletano non c’è solo la Sacra Famiglia: ci sono il macellaio, il fruttivendolo, il pizzaiolo, la signora affacciata al balcone con i panni stesi. C’è la bottiglieria, il barbiere, il banco del pesce. Ogni bottegaia che modella statuine aggiunge un frammento di realtà al racconto sacro, fino a produrre quella sensazione paradossale di cui parla De Crescenzo: dopo un po’ ti convinci che Gesù sia nato davvero “da queste parti”. Il punto non è la geografia. Non è un’operazione campanilistica – «Gesù è nostro». È, al contrario, l’esatto opposto: è la dichiarazione che il sacro, se non diventa “di quartiere”, se non impara il dialetto, resta un racconto lontano, innocuo, sterilizzato. Dire che Gesù è nato a Betlemme una volta sola e a Napoli tutte le altre significa affermare che l’Incarnazione non è un fatto archiviato in un libro di storia delle religioni, ma un principio che pretende di ripetersi, di mischiarsi al disordine del presente. A Betlemme c’è la data, a Napoli c’è il fenomeno.
A Betlemme c’è l’evento irripetibile, a Napoli la sua ostinata ripetizione simbolica.
Ogni anno, in quella strada, si consuma un piccolo esperimento teologico senza teologi: si verifica fino a che punto sia possibile infilare il Divino dentro la vita di tutti i giorni senza che esploda il cortocircuito. E il risultato, puntualmente, è che non esplode nulla. Gesù può nascere accanto al banco delle sfogliatelle, sotto la lampadina al neon di una salumeria in miniatura, a due centimetri di distanza da un Pulcinella o da un Maradona in terracotta. Non perde sacralità; se mai, la riscrive. È questo lo scarto geniale della frase di De Crescenzo. L’Ingegnere vede che il presepe napoletano è una specie di laboratorio in scala della città: un luogo dove coesistono miseria e splendore, ironia e tragedia, bestemmia e preghiera. Se Gesù nasce lì “tutte le altre volte” è perché Napoli si ostina a pensare che la salvezza, se esiste, non possa che passare per i vicoli, per le mani sporche di farina, per le facce storte e rumorose che affollano i suoi presepi e le sue strade.
C’è poi un’altra lettura, più sottile. Dire che Gesù nasce continuamente a Napoli è anche riconoscere che ogni bambino che nasce in una casa umida, in una stanza affacciata sui bassi, è una specie di variazione sul tema di Betlemme: una famiglia precaria, poche sicurezze, molto affidamento sulla provvidenza – chiamatela come vi pare. La mangiatoia, in fondo, è solo il nome antico di un’adolescenza vissuta in spazi stretti, con soldi contati e speranze larghe. Il presepe napoletano è questo: un dispositivo che ricorda, ogni dicembre, che la storia più famosa del mondo comincia in periferia. E Napoli, che periferia di se stessa lo è da sempre, si riconosce in quella sceneggiatura come in uno specchio. Per questo moltiplica le nascite: non si accontenta dell’originale, sente il bisogno di replicarla, di portarla a casa, di dirsi che sì, anche qui, tra una frittura e una statua di San Gennaro, Dio avrebbe potuto scegliere di nascere. In sottofondo, come sempre in De Crescenzo, c’è una fiducia sorridente nell’umanità. L’idea che il Divino, se davvero vuole farsi trovare, non andrà a bussare alle porte dei palazzi istituzionali, ma a quelle dei pianerottoli rumorosi, degli appartamenti con il tavolo sempre apparecchiato per uno in più. E poche città incarnano questa vocazione all’ospitalità, fisica e simbolica, quanto Napoli. Forse, allora, la sua battuta andrebbe rovesciata ancora una volta: Gesù è nato a Betlemme una volta sola, è vero; ma per capire che cosa volesse dire quella nascita, per vedere come si traduce nella vita reale, bisogna farsi una passeggiata a San Gregorio Armeno. Lì non si celebra un ricordo: si allena la possibilità che il sacro, ogni anno, trovi ancora un posto dove nascere. Anche se, guardandolo da vicino, quel posto assomiglia moltissimo a un vicolo stretto con i motorini parcheggiati male.

Era Napoli che diventava musica nera…

È morto James Senese. E sembra impossibile anche solo scriverlo. Perché ci sono artisti che non “appartengono” alla musica, ma alla terra. Alla voce di un popolo. Alla memoria di una città che sa piangere e ridere nello stesso respiro. James era così: una tromba d’aria che partiva dal ventre di Napoli e finiva dritta negli occhi di chi ascoltava. Il suono del suo sax non era una nota, era un grido. Una bestemmia contro la rassegnazione. Una preghiera scordata per chi vive ai margini.
Figlio di una donna napoletana e di un soldato americano, figlio di due guerre — quella del mondo e quella della vita — James Senese ha portato addosso il destino di chi nasce fra due identità e ne fa una terza, nuova, irripetibile. Dentro il suo fiato c’era il jazz di Coltrane e la rabbia di Miano, c’era l’America e la Vucciria, la Harlem e i Quartieri, le periferie del mondo tutte insieme, fuse nella voce roca di un uomo che non ha mai avuto paura di dire da dove veniva.
Con gli Showmen e poi con i Napoli Centrale aveva inventato un suono, una lingua, un modo di stare al mondo. Era Napoli che diventava musica nera, che diventava lotta, che diventava dignità. Era un tamburo, un basso, una ferita. Era la prima volta che il dialetto non serviva a consolare ma a protestare, a ricordare che il dolore, se lo suoni, diventa arte.
Con Pino Daniele ha formato una delle alchimie più belle della nostra storia musicale. Non una collaborazione: una fratellanza. Due anime che si riconoscevano a orecchio, senza bisogno di parole. L’uno era il canto, l’altro il respiro. E insieme hanno fatto respirare una generazione intera.
Oggi quel respiro si ferma.
Ma non il suono. Il suono resta. Resta nei vicoli, nei bar, nelle radio, nelle notti di chi ancora si ostina a credere che la musica possa salvare qualcosa. Resta in chi lo ha ascoltato una volta sola e non l’ha più dimenticato.
James Senese non era solo un sassofonista. Era un uomo che suonava la verità. E la verità, quando passa attraverso un sax, non muore mai.

Tu dimmi quando, quando…

“Tu dimmi quando, quando.” Non c’è domanda più vana e più umana.
Sembra la voce di chi ha amato fino al limite dell’acqua, fino a restarne disidratato. Una voce che non prega più per tornare a bere, ma per capire se esiste ancora una sorgente.
È la sete, il centro di tutto. Non quella che si placa, ma quella che ti tiene vivo. La sete che non chiede perdono, che non si estingue, che ti costringe a ricordare ogni goccia dell’altro come una ferita lucida.
“Ho sete ancora” — dice — e in quel ancora c’è l’inutilità di ogni tentativo di guarigione.
C’è un uomo che parla alla sua assenza come se potesse ancora ascoltarlo.
Non la chiama per nome, non la supplica: la interroga.
“Tu dimmi quando” non è un appello all’amore, è un appello al tempo, al destino, a quella forza che ha preso due persone e le ha poste ai lati opposti della stessa nostalgia.
Forse lei è in Africa, o altrove, ma “che importa”: ciò che importa è la distanza, la sua consistenza.
L’amore, quando sopravvive al corpo, diventa geografia: una mappa di luoghi che non esistono più, un deserto dove ogni miraggio ha la sua voce.
“Non guardarmi adesso, amore, sono stanco” — stanco di ricordare, di sperare, di tenere insieme la ragione e il desiderio.
Eppure vive. “Vivrà tutto il giorno per vederla andar via.”
È la condanna di chi ama davvero: restare lucido mentre il sogno si spegne. Guardare la fine, senza voltare lo sguardo.
C’è ironia e disperazione in quel verso finale: “Chi vuole un figlio non insiste.”
Come dire: chi ha ancora fede nella continuità della vita non si ostina a trattenere ciò che è già perduto.
È una canzone che non consola. Non racconta l’amore, ma la sua evaporazione.
E in quell’evaporare resta il sale: la sete che non passa, la promessa di una mancanza che continuerà a chiamarsi amore anche quando non ci sarà più nessuno a rispondere.
Ecco, forse è questo il senso ultimo: che l’amore, come la sete, non finisce mai — si trasforma in sabbia, in silenzio, in memoria che brucia ancora sulla lingua.

…è sempre il caso a decidere. O forse no.

Il caso si merita la maiuscola. Lo ha sempre avuta, anche quando ci siamo illusi di domarlo con oracoli e formule. Ma il caso non si doma, scivola, sfugge, si beffa di ogni tentativo di arginarlo. Erri De Luca lo sa bene e lo mette al centro di un dialogo epistolare con Paolo Sassone-Corsi, un biologo, uno scienziato abituato a decifrare il codice della vita. Eppure, neanche il DNA, con i suoi due metri di eliche avvolte in ogni cellula, riesce a spiegare tutto. Perché tra le sequenze di basi azotate, tra i legami chimici che ci compongono, c’è sempre un margine di errore, una finestra sul caos. E in quella finestra si affaccia la libertà.
La libertà, sì. Perché se tutto fosse scritto nel codice genetico, se ogni gesto fosse un’esecuzione cieca di un programma inciso nei cromosomi, allora saremmo solo marionette di adenina, citosina, guanina e timina. Ma il caso interviene, spezza la catena dell’inevitabilità, rende possibile la deviazione, la sorpresa, la disobbedienza. Qui sta il cuore del libro: un’esplorazione tra scienza e filosofia, tra genetica e destino, tra il rigoroso determinismo del DNA e l’anarchia imprevedibile degli eventi.
E poi c’è la scrittura, che è un altro caso, un altro azzardo. Erri De Luca maneggia la parola con la stessa leggerezza con cui un giocatore d’azzardo lancia i dadi, fidandosi di una combinazione che non si può prevedere ma che, alla fine, trova sempre un senso. È una scrittura che sa di vento e di Mediterraneo, di notti incrostate di stelle e di domande senza risposta. Lui e Sassone-Corsi si scrivono da lontano, da nove fusi orari di distanza, ma sembrano vicini, seduti allo stesso tavolo, a interrogarsi su quel croupier invisibile che distribuisce carte e destini con la sua logica imperscrutabile.
Il caso non è solo un tema: è un compagno di viaggio. E De Luca, con la sua prosa limpida e poetica, riesce a far danzare la scienza senza mai renderla arida, la trasforma in materia viva, in riflessione che non pretende di dare risposte, ma che ha il coraggio di sollevare dubbi. Il caso è il respiro di questo libro, il battito irregolare che lo anima, l’elemento che rende ogni pagina una scoperta, un passo nel vuoto, un invito a lasciarsi sorprendere.
Perché, alla fine, è sempre il caso a decidere. O forse no.

La Pena Silenziosa: Giancarlo Siani e la Sua Battaglia per la Verità…

Napoli, il 23 settembre 1985. Una data avvolta nell’ombra, un frammento di tempo che si è inciso come una cicatrice indelebile nella storia di questa città. È la giornata in cui un giovane cronista, Giancarlo Siani, ventisei candeline di vita appena spente, ha visto spegnersi per sempre la sua voce in nome della verità.
Le parole di Siani erano come frecce scoccate con precisione, dirette dritte al cuore di una Campania che spesso preferiva mantenere il suo oscuro silenzio. Non c’era argomento che sfuggisse alla sua curiosità implacabile: il malaffare, la corruzione, i politici coinvolti in loschi traffici, gli imprenditori senza scrupoli. Il suo sguardo scavava nel profondo delle ferite della sua terra, senza risparmiare dettagli scomodi, senza indulgere a compromessi.
Quell’articolo fatale, pubblicato l’10 giugno 1985, gettava luce su un intricato labirinto di alleanze e accordi segreti tra clan rivali. Siani, immerso nell’oscurità di minacce e intimidazioni, perseverava nella sua ricerca di verità. La sua penna non era solo un’arma di denuncia ma un faro che guidava gli altri verso la comprensione. In queste parole, ritorna il respiro dell’eroe silenzioso, che non si arrende di fronte alle tenebre che lo circondano. È l’uomo che cadendo mille volte, non ha mai conosciuto la sottomissione, perché la sua forza risiedeva nell’animo libero e nel cuore del saggio.
La notte di quel tragico 23 settembre, le pistole Beretta hanno cercato di porre fine al cammino di Giancarlo Siani. Ma la sua eredità è una fiamma che ancora arde, una luce che rischiara gli angoli più oscuri della criminalità e dell’ingiustizia. La sua memoria è un richiamo a non abbassare lo sguardo di fronte alle minacce, ma a gridare la verità con coraggio, sempre in piedi.

Sicurezza e Colpevolizzazione: Un Imperativo Sociale Oltre le Semplici Ammonizioni

L’impronta culturale che fa da palcoscenico a questo dialogo è carica di vecchi retaggi, ma anche aperta, se solo lo vogliamo, a una nuova comprensione. È facile cadere nella trappola della semplificazione quando si affrontano temi complicati come la sicurezza personale e l’abuso. Ma dare consigli per evitare il pericolo, soprattutto in un contesto pubblico e mediatico, spesso si trasforma in una subdola forma di colpevolizzazione della vittima.
Nel dibattito pubblico, dobbiamo alzare il livello della conversazione. Non possiamo più permetterci di sfuggire alla responsabilità collettiva in favore di consigli individualistici. La sicurezza non è un onere che grava sulle spalle delle singole persone; è una responsabilità condivisa, radicata nella tessitura stessa della nostra società. In uno spazio mediatico, come quello occupato da Giambruno, il linguaggio e le idee non sono neutri. Essi contribuiscono a plasmare la percezione pubblica, ad alimentare stereotipi, a rafforzare pregiudizi. Parlando di “ubriachezza” come fattore di rischio, per esempio, si passa il messaggio implicito che chi si trova in stato di vulnerabilità è in qualche modo colpevole di quella stessa vulnerabilità. E veniamo al nocciolo del discorso: la temporalità delle parole. Esiste un tempo e un luogo per ogni conversazione. Quando il tessuto sociale è straziato da un crimine orribile come uno stupro di gruppo, la sensibilità e la responsabilità dovrebbero guidare ogni dichiarazione pubblica. Parole sbagliate in un momento così delicato possono infliggere ulteriore dolore alle vittime e deviare l’attenzione dai reali problemi.
Ecco la questione: la sicurezza non è solo un dovere personale, è un imperativo sociale. Non si tratta di individuare modi per far sì che le vittime si proteggano meglio, ma di lavorare insieme per creare una cultura in cui l’abuso non possa trovare terreno fertile. È un obiettivo ambizioso, certo, ma ne vale la pena. E come in ogni grande sforzo, la prima pietra da posare è l’empatia, seguita dalla consapevolezza e dalla responsabilità.

Questi fantasmi…

Siamo orfani di un mondo che non vediamo più, eppure ci abita. I fantasmi, quei richiami dall’invisibile, sono diventati nell’immaginario collettivo mere proiezioni, attrazioni da luna park, palesi solo in una stanza oscura del cinema. Ma c’è qualcosa che ancora ci lega a loro, un filo invisibile che unisce l’antico all’odierno, l’anima alla materia. La commedia “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo non è solamente una rappresentazione, ma un monito, un invito a non scordare ciò che sta al di là della vita tangibile.
Le culture del mondo, attraverso favole e leggende, ci parlano di un altro mondo che esiste, abita, e si manifesta. La tradizione Yiddish con il suo “dibbùk”, i racconti locali delle nostre città, sono eco lontane di un sapere che abbiamo seppellito. Ma se ci fermiamo un momento, se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo il silenzio, potremo sentire quel respiro profondo che ci abita. Non è nostalgia di un tempo andato, né superstizione puerile. È una comprensione profonda dell’essere, dell’aldilà che non è estraneo, ma parte integrante di noi.
I fantasmi non sono il riflesso di una mente contorta, ma il segno di una sensibilità aperta, capace di ascoltare le voci lontane, le voci interne. Sono cresciuto con queste voci, le ho ascoltate, e oggi so che hanno plasmato il mio essere.
Nell’epoca moderna, dominata dalla pretesa di attenersi al tangibile, abbiamo perso la capacità di ascoltare l’invisibile. Ma non è una perdita senza rimedio. Siamo ancora capaci di percepire, di sentire, di intuire.
Mentre scrivo queste parole, il richiamo di un asino mi giunge da lontano, non come un saluto, ma come una conferma. Non è un cenno nostalgico, ma un monito vivente. I fantasmi sono con noi, nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre paure e speranze. Sono parte di noi. L’arte di ascoltarli è una saggezza antica, un dono che ci è stato fatto e che possiamo ancora coltivare. Non è un gioco di specchi, ma una profonda conoscenza dell’anima. Non è un’ombra vuota, ma una presenza piena. Gli occhi non vedono i fantasmi, ma l’anima li riconosce. E in questo riconoscimento, ritroviamo noi stessi, più profondi, più umani, più veri.

[…]

La superstizione danza silenziosa sulla linea sottile tra l’umano e il divino, si insinua nell’intreccio misterioso dell’esistenza. Non è un tentativo rozzo di domare l’indomabile, ma un rito, un dialogo, quasi sacro, con le forze invisibili del caso.
Immagina l’uomo in piedi davanti al mare in tempesta, urlando nel vento, cercando di placare le onde con parole ancestrali. Non cerca di dominare il mare, ma di comunicare con esso, di instaurare un dialogo con il suo fragore. La superstizione è questa danza intima, questa preghiera sommessa. Non un grido di guerra, ma un sussurro di comprensione. Il rischio, però, è di cadere in un equivoco. Le forze incontrollabili del caso non sono né benevole né maligne, sono indifferenti. L’uomo, nel suo tentativo di dialogo, può dimenticare questa verità. Può confondere il rumore del vento con la voce del destino, la caduta di una foglia con un segno degli dei. Può scambiare il silenzio del caso per un assenso, la sua indifferenza per affetto.
Tuttavia, il caso, come il mare, rimane sordo ai nostri appelli, indifferente alle nostre preghiere. E la superstizione diventa allora un canto solitario, un grido che si perde nell’immensità del cosmo, un bisogno di risposte che rimane inascoltato. Ma non è forse questo il cuore pulsante della nostra umanità? La ricerca costante di significato, la sete di risposte, l’eterna lotta per dare un volto all’invisibile. La superstizione è una melodia umana in una sinfonia universale, un grido di resistenza e di vulnerabilità. È un canto alla vita, una dichiarazione d’amore per il mistero, un ponte gettato verso l’ignoto. Ed è in questo, nella sua essenza più profonda, che la superstizione diventa affascinante, coinvolgente, irresistibile. Un inno all’umano nel suo tentativo di raggiungere l’infinito.