Tag: silvio berlusconi

rimango in silenzio e mi dispiace…

Sono una persona di poche parole e non mi ritengo un grande conversatore. Nonostante sia capace di ascoltare in mezzo alla gente, raramente prendo la parola, a meno che non abbia bevuto un po’ di birra. Amo il mio silenzio e mi sorprende l’effervescenza che circonda un evento che dovrebbe essere silenzioso: la morte.

Ho difficoltà anche ai funerali dove mi sento obbligato a partecipare. Non entro in chiesa, sia per mancanza di fede, ma anche perché apprezzo quel silenzio unico e peculiare che si vive fuori dalle chiese durante i funerali, un silenzio che consente riflessione e memoria.

Tuttavia, di recente siamo stati sommersi da un rumore tremendo e cacofonico alla morte del politico più amato e odiato della nostra storia recente. Chi lo ha amato ci ha tenuto a urlarlo ai quattro social, così come chi l’ha odiato, creando una contrapposizione identica a quella tra i perdenti della finale e quelli che godevano della sconfitta. In un paese dove tutto gira intorno al calcio e al tifo, la morte di Berlusconi è diventata un’occasione per esprimere le proprie opinioni, per ricordare, per raccontare.

La sezione necrologica del Corriere è così piena che non riesce a contenere tutti gli annunci. Almeno questi ultimi pagano per essere presenti, a differenza del mare di social media, dove nessuno riconosce la morte di un uomo complesso e sfaccettato. Alcuni lo vedono come un santo, altri come un individuo spregevole. Senza distinzioni, senza un senso di compassione o consapevolezza del dolore altrui che raramente emerge.
La mitomania si diffonde. I consiglieri comunali di Genova del PD e del Movimento Cinque Stelle lasciano l’aula durante il minuto di silenzio per Berlusconi, dimostrando la loro incapacità e segnalando la loro sconfitta nelle elezioni per i prossimi secoli. Parallelamente, un’immagine gigante di Berlusconi appare sulla facciata del palazzo della Regione Liguria, come se fosse morto un dittatore nordcoreano, trasformando tutto in uno show stile Las Vegas. Salvini va in tv e dei 30 anni di politica di Berlusconi ricorda solo che gli chiese di tagliarsi la barba e lui senza la barba sta male. Poi torna a casa e posta una foto di sé che si rade la barba in memoria di Berlusconi. (Mi domando, seriamente, se qualcuno lo stia seguendo – uno buono, intendo – o consigliando).

Tutti sono in fermento e quelli che fanno battute cercano di essere i primi a farle. “Aspettiamo tre giorni”, l’ho letta trecento volte. Molti di coloro che lo odiavano scrivono parole eleganti e compassionevoli, forse capendo che odiarlo ha definito la loro identità, ha dato un senso alla loro esistenza. Quanti giornalisti, comici, politici non sarebbero quello che sono senza l’antiberlusconismo militante? Il Fatto ha titolato “Il Banana” – con un orgoglio a malapena nascosto – Sì, siamo noi che per primi lo abbiamo combattuto. Lo abbiamo chiamato Il Banana, ma anche lo psiconano.
Ma ora è morto. La partita è finita. Non c’è un terzo tempo nella vita…

E così, rimango in silenzio e mi dispiace per la morte di un altro che invece mi ha fatto ridere consapevolmente.

Mi riferisco alla morte di Francesco Nuti che, tra i tanti errori commessi nella seconda parte della sua vita, ha sbagliato anche il giorno in cui morire. Ma Francesco Nuti faceva ridere, aveva senso del ritmo, sapeva scrivere. E “Caruso Pascoski” è un capolavoro. E quando toccherà a me, in quel momento in cui ti dicono che la tua vita ti passa davanti, mi rivedrò al cinema Lendi, ridendo fino alle lacrime, guardando la scena in cui, dopo aver picchiato un bambino che lo aveva infastidito per tutto il film, lo trascina in un vicolo per dargli una lezione, poi esce e il bambino gli urla ancora “stronzo!”. E lui prende in mano una sbarra di ferro e torna indietro per dargli il colpo di grazia.
Madonna!

…l’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

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A riguardare il discorsetto di sette secondi con il quale Berlusconi ha distrutto gli ultimi sette mesi di lavoro del centrodestra, ci si intravede, con efficacia esemplare e dunque emozionante, tutta la parabola berlusconiana: l’assottigliarsi inesorabile della quantità, delle dimensioni, della circonferenza del potere e dell’avere (e dunque dell’essere) di un ex mattatore che spariglia le carte e la butta in caciara pur di non arrendersi, pur di non dover ammettere la sconfitta: incapace di darsi per vinto, incapace di fare i conti con la realtà delle cose.
Al visto e rivisto tocca affiancare poi l’immaginazione. E il Salvini che in pubblico finge disinvoltura, lo si immagina qui, dietro le quinte, nero di rabbia contro il destino assurdo e beffardo che lo ha voluto legare, nel punto più alto della sua parabola politica, al viale del tramonto del vecchio satrapo. Si immagina, anche, l’imbarazzo del codazzo a libro paga ancora disponibile a testimoniare solidarietà e comprensione all’ex cavaliere; in cuor loro a masticar veleno, “ma tu guarda ‘sto rintronato che ha detto”, ma tutti intorno a dirgli, affettuosi, sornioni: “presidente che stile, che trovata”. Poveri cristi! Che brutto mestiere dev’essere il loro. Perché da un po’ di tempo, converrete, la fatica di essere Berlusconi è niente in confronto all’imbarazzo di doversi dire berlusconiani.

Il livellamento verso il basso…

Berlusconi 19

Impossibile non provare stupore (quando non è mestizia) per il profilo ormai bronzeo di Berlusconi, evoluzione pluridecennale di costosissimi e sofisticatissimi lifting, dalla plastica al bronzo e dal bronzo, scommettiamo?, alla pietra – quando Silvio, nelle prossime tornate elettorali, assumerà le fattezze austere e pensose di un Moai dell’Isola di Pasqua. Nei talk di questi frenetici giorni di campagna elettorale, l’ex Cavaliere presenta nel volto rigidi caratteri di immutabilità ed eternità, sfuggevoli, tenuti assieme a quelli lievi di una vecchiezza nei modi a dir poco rassicurante (il nonnino coi cagnolini della Brambilla) dall’imbarazzante bitume che ogni giorno è costretto a spalmarsi sulla pelata; maschera sospesa sulla voragine del tempo che (per gli altri) inevitabilmente scorre: e noi qui, come tanti sarchiaponi, a chiederci chi, tra i suoi, sarà il nuovo premier. Alternativo a lui – suo avatar virtuale -, nel cosiddetto centrodestra, è il bruto Salvini, ducetto della ex Padania ormai stiracchiata, per convenienza ma non per coerenza, giù giù fino a Trapani; oppure, giusto per non spaventare troppo i bambini, il suo fidato e sempre troppo poco incensato Tajani, che per farsi riconoscere, qualora le urne dessero ragione a Silvio, uscendo dall’Europarlamento dovrà apparire in tv con un cartello appeso al collo con tanto di TAJANI scritto in grande.
Se poi vogliamo dire della corsa a Palazzo dalle parti di Grillo, be’, meglio non parlarne neppure, ché da quelle parti è stato tutto già deciso da una app, un poke, un clic, un get con tanto di copyright della Casaleggio Associati, opaca e sfuggevole entità il cui solo aspetto evidente è che gli Associati non siamo affatto noi.
Quanto sopra, lo avrete già capito, per dire agli altri partiti (grandi e piccini) più o meno in affanno nei sondaggi clandestini, che la smettessero di considerarsi messi peggio degli altri. Il livellamento verso il basso li soccorre, e non poco.

andrebbe ricordato ogni mattina da ogni italiano

Silvio berlusconi 1994

La ridicola vicenda capitata al sindaco di Modena, raccontata da Mattia Feltri su la Stampa di oggi (*), mostra, se ve ne fosse ancora bisogno, quanto ridicola sia l’applicazione del decreto sulla par condicio. Viene da ridere a pensare allo spreco di energia dei solerti funzionari pronti a misurare e a sanzionare ogni abuso, ogni possibile squilibrio di poveri giornalisti trasformati in clessidre a disposizione dei politici. Ma, come tutte le foglie di fico, il decreto sulla par condicio almeno un pregio lo possiede: evidenzia, come una toppa bianca su un cappotto nero, la vergogna sulla quale è apposta, e cioè la scandalosa mancanza di una legge antitrust sulla proprietà delle televisioni e dei giornali. Nessuno, neanche il più fiscale degli svizzeri, si sarebbe mai sognato di invocare una legge a tutela dei diritti politici (perché, in soldoni, di questo si tratta) se i politici stessi non fossero strutturalmente minacciati dal grottesco strapotere di un politico-imprenditore che ha contrapposto alla televisione pubblica, lottizzata da tutti, un equivalente monopolio personale, lottizzato da lui solo e infarcito di suoi suffragetti travestiti da giornalisti, suoi spot di partito camuffati da telegiornale, suoi guitti, vallette, conduttrici, prestigiatori, animatori, cortigiani e ballerine scosciate comprati all’ingrosso un tanto al kilo che per fame o per potere sventolano la bandierina di Forza Italia. Questo schifo andrebbe ricordato ogni mattina da ogni italiano (di qualunque schieramento esso sia). Se – e sottolineo se – fossimo un Paese civile.

non è proprio un déja vu…

Berlusconi

È sicuramente il più noto tra gli imprenditori del paese. È ricchissimo. Ha una fissa per i suoi capelli — almeno per quelli che ancora gli restano. Ha detto, con gusto, frasi del tipo: «La pigrizia è un tratto caratteristico dei neri». Oppure: «L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e le mie donne sono più belle». O anche: «Non lo faccio per i soldi. Ne ho già abbastanza, più di quelli che mi potrebbero mai servire».
Ha iniziato a guadagnare nel settore edilizio immobiliare; proprietario di una squadra di football, gli piace andare in TV ed è accusato di aver fatto affari con la mafia. Fa battute maschiliste e politicamente scorrette. Si è sposato due volte e ha cinque figli — due dei quali lavorano nelle sue aziende.
A chi gli chiede il motivo della discesa in campo, risponde convinto che un imprenditore, meglio di un politico di professione, è più adatto alla gestione del Paese. Si presenta come un outsider e mira a colmare il vuoto di leadership lasciato a destra. È talmente grossolano e ridicolo che potrebbe riscuotere un discreto successo nel peggiore elettorato di destra, anche se i suoi avversari politici sono convinti che non vincerà mai le elezioni: lo considerano poco meno che un pallone gonfiato, pieno di quattrini, che di punto in bianco, ritenendosi uomo della provvidenza, ha deciso di comprarsi (letteralmente) un palcoscenico politico di prima grandezza per giocare a far politica.
Sì, lo so che Donald Trump provoca in noi italiani una strana sensazione, come di déjà vu. Comprensibile. Ma, fidatevi, quel bruciore al culo non è proprio un déja vu. Puntini, puntini, puntini.