Sotto l’Eco dell’Allarme: Risonanze di Libertà e Responsabilità

Era un giorno come tanti, immerso nella routine dei rumori della vita, quando l’aria si è riempita di un suono che ha squarciato il silenzio: un allarme, un urlo metallico proveniente da centinaia di telefoni cellulari. In un bar all’aperto, dove l’aria dovrebbe essere di chiacchiere e risate, una cacofonia angosciante ha preso il sopravvento. Questo moderno carillon ci ha ricordato che viviamo in un’era segnata dall’emergenza, dove gli avvisi digitali hanno sostituito le campane a stormo dei paesi, quelle che avvertivano di un pericolo imminente. Ma ciò che fa riflettere non è tanto il suono dell’allarme, quanto ciò che rappresenta.
In tre anni, siamo stati sommersi da onde di terrore: il virus, la guerra, il clima. Emergenze che hanno dato vita a un regime di allerta perpetua, dove l’eccezione diventa la norma. E in questa realtà, dove ogni giorno può portare un nuovo allarme, la domanda che sorge è: come stiamo reagendo? La natura umana ha sempre avuto una strana affinità con il pericolo. Come un fiammifero che si accende nell’oscurità, ci ricorda che siamo vivi. Ma c’è un rischio nascosto in questa consuetudine all’emergenza: quella di diventare inerti, di perdere il senso di ciò che è veramente importante, di lasciare che la paura guidi le nostre azioni.
Il vero pericolo non è il suono dell’allarme, ma il silenzio che segue. Quel momento in cui ci rendiamo conto che abbiamo smesso di interrogarci, di mettere in discussione, di difendere la nostra libertà e la nostra intelligenza da chi vorrebbe ridurle a mere parole d’ordine. In questo clima, c’è un bisogno urgente di riflessione, di prendere una pausa dal tumulto e chiedersi: quale mondo vogliamo costruire? Una società che vive in perenne stato di emergenza, dove l’allarme diventa una colonna sonora costante, o una comunità in cui l’allerta serve a proteggere, ma non a dominare?
Il compito che abbiamo davanti è immenso, ma non impossibile. Dobbiamo imparare a navigare tra le onde di questa tempesta, ricordando che ogni allarme, ogni emergenza, è anche un’opportunità. Un’opportunità per riflettere, per crescere, per costruire un futuro migliore. Perché, alla fine, la libertà non risiede nel silenziare l’allarme, ma nel saperlo ascoltare e agire di conseguenza.

…un canto sussurrato al nostro orecchio

Chien-Chi Chang, un seme piantato nel campo del mondo, un filo sottile d’argento che lega il manto celeste alla terra. Il suo linguaggio, la fotografia, è un tratto delicato che unisce la verità nuda alla bellezza sfuggente dell’esistenza.

C’è una vena di poesia che si snoda attraverso le sue immagini, un sentiero percorso a piedi nudi che ci guida attraverso il fitto della vita. Le sue fotografie, in bianco e nero, sono un canto sussurrato al nostro orecchio, storie di esuli e viaggiatori, di amori perduti e ritrovati.

Il mondo di Chang non è semplicemente ripreso, è vissuto e respirato. Si muove silenziosamente tra le pieghe della realtà, un flauto che suona la melodia dell’esistenza, accompagnando i nostri passi nel labirinto della vita.

La macchina fotografica è il suo strumento, non un semplice oggetto, ma una chiave che apre le porte del visibile e dell’invisibile. Con essa, scava nel terreno dell’umano, lasciando emergere volti, gesti, sguardi. Raccoglie storie come un contadino raccoglie il grano, mietendo la realtà in tutto il suo mistero e la sua crudezza.

Nelle sue opere si respira il palpito del mondo, il respiro profondo del vivere, del soffrire, del gioire. C’è l’amore per l’altro, per l’umano nella sua infinita varietà. Ecco il cuore pulsante del suo messaggio poetico: cogliere la vita in tutta la sua complessità, rendere il comune straordinario, il nascosto visibile.

Le sue fotografie non sono solo sguardi rubati alla realtà, ma pietre preziose raccolte lungo il cammino. Con esse, tesse il suo racconto, una trama sottile come il filo della vita, un canto che risuona nell’infinito silenzio dell’universo. E ci invita a danzare con lui, seguendo il ritmo del mondo, ascoltando la musica delle esistenze.

Così, Chien-Chi Chang, con il suo passo leggero, ci conduce per mano nel viaggio della vita. E noi, spettatori e partecipanti, attraversiamo con lui questo variegato panorama umano, arricchiti e commossi da ogni nuovo incontro, da ogni nuovo sguardo.

A distanza…

Quando sento dire che la didattica on-line può mettere una pezza a queste settimane senza scuola, penso che sì, è vero… Per molti, però. Non per tutti.

La didattica a distanza serve, certo. Aiuta. Ma in questo momento rischia di aiutare chi ha meno problemi, chi ha mezzi ed è fortunato ad avere il giusto supporto a casa.
Rischia di lasciare indietro, invece, chi avrebbe più bisogno di essere aiutato.

apostrofandole non per nome ma per etnia…

È buona memoria ricordare e tramandare che ogni persecuzione cominciò in questo modo, accusando di un episodio singole persone – a torto o a ragione – e apostrofandole non per nome ma per etnia, per di più deformata dal dispregiativo. (Enrico Mentana, da Open)

standalone

ZHFFO

Piccolo codice LaTeX che fa uso del package standalone per generare un’immagine. Utile per creare piccoli contenuti matematici per i social [*].

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\usepackage{xcolor}
\usepackage[italian]{babel}
\usepackage[T1]{fontenc}

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\begin{document}
\pagecolor[RGB]{255,255,254}

\begin{nothing}
  A \emph{group representation} is a group homomorphism
  \[
  \rho \colon G \longrightarrow GL(V)
  \]
  from the group $G$ to the general linear group $GL(V)$.
\end{nothing}\end{document}

Social

Poi vorrebbero farci credere che la politica non è un mestiere!

Politici

Un veloce giro tra le bacheche ed è inevitabile sorridere dei selfie-reportage dei nostri impegnatissimi social-politici. Non tanto per la mediocrità dei contenuti, quanto per il surreale accumulo di apparizioni multiformi a qualunque ora del giorno, seduti in televisione e in piedi a stringere le mani, in primo piano, a figura intera, di profilo, in macchina, a piedi, in giro per l’Italia per le elezioni, tra gli studi televisivi per le interviste e nella nowhere land dei social. Ovunque. Sempre. E costantemente. Oggi come ieri. Solo che oggi l’impietosa ribalta dei social, per giunta auto-prodotta, avvicina subdolamente a noi quelle persone che un tempo ci faceva comodo considerare altri, quasi una specie separata, coabitanti alieni. Facce sui manifesti, appunto. Provvisori imbrattamuri che poi vedevamo sbiadire, screpolare, strappare e infine sparire il giorno dopo il verdetto delle urne. Subitissimamente.
Mi chiedo, sinceramente, come facciano oggi i politici, nell’attimo della loro massima riproducibilità tecnica, a non sentirsi fagocitati, dati in pasto, divorati dal pubblico sguardo. Perché le modelle e gli attori – icone pubbliche per antonomasia – sono solo interpreti di un ruolo, truccatissimi, travestitissimi. Ma un politico è sempre e solo lui, non ha vie di fuga, la sua faccia è la stessa del suo personaggio, le sue parole le stesse della sua eterna esibizione. Silvio Berlusconi, per dire, interpreta Silvio Berlusconi. Non ci sono alternative. Anche nelle sue più fantasiose smentite, Silvio Berlusconi interpreta Silvio Berlusconi.
Poi ci vengono a dire che la politica non è un mestiere! Lo è a tale punto che non conosce tregua, neanche di notte, quando il politico dorme (o è in convalescenza forzata) ma la sua immagine circola, inesausta, parlando, parlando, parlando…

l’invasione degli imbecilli…

Non voglio trattenermi troppo a lungo su tutte le implicazioni della dichiarazione di Umberto Eco, sennò mi vengono le vertigini, e vado subito al punto. Dice l’illustre semiologo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Commento a caldo: che stronzata! Argomentiamo.
Chi — mi chiedo — metteva a tacere gli imbecilli? E come? E, ancora: chi impedirebbe a questo ipotetico silenziatore-da-bar ad agire anche sui social media? Ma, poi, è davvero così utile e saggio reagire alle cazzate di un imbecille? E perché? Arreca danno? E in che misura? E soprattutto: perché a un imbecille dovrebbe essere negato il diritto di parola?
Beh, sì: troppe domande, è vero, e a nessuna provo a dare una risposta; il fatto è che la questione sollevata da Umberto Eco mi pare difettosa già in premessa, sicché rinuncio ad approfondirla. Dico solo che il bello di Internet è la sua anarchia. E in tale contesto, chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza, fesso o saggio che sia.
Di fronte a Erostrato che, per passare alla storia, dava fuoco al tempio di Diana (e arrecava un consistente danno alla comunità – benché come diceva Lec, prima di condannare Erostrato vorrei aver visto il tempio di Diana in Efeso), ben venga chi si limita a portare in superficie le proprie idee, per quanto fesse siano, ché — al netto, questo è il danno — fa perdere al massimo solo pochi mega di traffico dati. Tutto qui.