Non c’è niente di veramente isolato al mondo. Ogni cosa, se la osservi abbastanza a lungo, rivela un legame: una causa che non è mai prima, un effetto che non è mai ultimo. Anche noi, quando pensiamo di essere soli, in realtà siamo un punto dentro una trama più vasta, un nodo momentaneo in una rete che ci attraversa. La vita non è una linea retta: è un sistema di relazioni che si muove, si piega, si disfa e si ricompone.
Tutto accade nello spazio tra le cose. Non siamo materia solida, ma confine che vibra. La nostra identità non è un centro: è un equilibrio dinamico tra ciò che riceviamo e ciò che restituiamo. Forse per questo nessuno sa mai davvero chi è, ma solo chi è diventato in presenza di qualcuno. Ci definiamo per risonanza, come strumenti che si accordano l’uno sull’altro.
Abbiamo un vizio antico: quello di cercare la certezza. La trattiamo come un talismano, un rifugio contro la paura. Ma la certezza è una forma elegante di immobilità. Ti protegge, sì, ma ti impedisce di cambiare direzione. È il pensiero che si chiude per non cadere, e così smette di volare. Il dubbio, invece, è una forma di movimento: non consola, ma fa respirare.
Ogni tanto confondiamo il conoscere con l’avere ragione. Discutiamo per prevalere, non per capire. Ma convincere qualcuno non è mai un atto di intelligenza: è una vittoria sterile. L’ascolto, quello vero, è l’unico modo per spostare il confine del proprio sapere. Non per bontà, ma per precisione. Ascoltare è un atto scientifico: significa accettare che anche l’altro possa avere un frammento del mondo che ci manca.
Viviamo in un tempo che semplifica tutto. Riduce, divide, etichetta. Ma la realtà — quella vera — è disordinata, piena di sfumature, di mezze verità che convivono. La semplificazione ci rassicura e al tempo stesso ci tradisce: ci fa credere di capire, quando in realtà stiamo solo eliminando ciò che non entra nello schema. La complessità, invece, ci obbliga a pensare meglio. È faticosa, ma è l’unica onestà possibile.
E poi, gli errori. Li trattiamo come macchie da cancellare, quando invece sono le uniche impronte che ci raccontano davvero. Ogni errore è un dato, una coordinata sulla mappa della nostra esperienza. Senza sbagliare non si impara nulla. Senza inciampare non si misura il terreno.
Perfino la morte, se la togli dal mito della fine, è solo un passaggio di stato. Non è l’assenza, ma una trasformazione. Ciò che abbiamo toccato, amato, insegnato, resta in circolo, si diffonde in altri. Non è immortale chi non muore: è immortale chi continua a produrre effetti.
Forse il senso sta tutto qui: non nel cercare la verità definitiva, ma nel restare in ascolto del mondo mentre cambia. Accettare che nulla è stabile, ma tutto comunica. La vita è un esperimento aperto, non un teorema risolto.
Ogni tanto bisognerebbe ricordarselo: non siamo sostanza, siamo relazione. Non centro, ma traiettoria. E ciò che ci salva, ogni volta, è questa fragile e meravigliosa capacità di entrare in risonanza — di lasciarci cambiare senza perderci.
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Siamo esattamente dove dovremmo essere.
Ci siamo passati tutti. Quell’ansia, quella corsa sfrenata a “finire il programma” prima della fine dell’anno scolastico. Genitori preoccupati, studenti in affanno, insegnanti che accelerano il ritmo delle lezioni come se fossero in una maratona, spuntando argomenti da una lista immaginaria, perché “così si è sempre fatto”. Ma poi, un momento: quale programma? Esiste davvero ancora un elenco rigido di contenuti che devono essere trasmessi entro giugno, senza possibilità di deviazioni, di approfondimenti, di adattamenti?
La realtà è che questa idea del programma da completare è un retaggio del passato. Un passato in cui la scuola era concepita come un contenitore di nozioni da riversare nelle menti degli studenti, in un ordine prestabilito, senza deviazioni. Un passato in cui il sapere era lineare, monolitico, impartito dall’alto, come una legge inappellabile. Ma la scuola di oggi non è più (o almeno non dovrebbe essere) così.
Le Indicazioni Nazionali, che hanno sostituito i vecchi programmi ministeriali, non parlano di un elenco fisso di argomenti da trattare, né stabiliscono in quale anno scolastico debbano essere affrontati. Parlano invece di traguardi di apprendimento, di competenze, di un percorso formativo che si costruisce intorno agli studenti, ai loro bisogni, ai loro ritmi. Non è una gara a chi arriva prima. Non è una corsa contro il tempo. È un viaggio.
Eppure, il mito del “siamo indietro” resiste. È radicato nella mentalità di chi ha vissuto la scuola come un insieme di tappe obbligate, dove l’unico obiettivo era terminare il libro di testo, come se fosse un sacro Graal dell’istruzione. Ma ha davvero senso? Se un argomento viene trattato in fretta e furia, con gli studenti che a malapena riescono a seguirne il filo, è davvero “insegnato”? O è solo una parvenza di apprendimento, un’illusione che soddisfa la burocrazia ma non la crescita reale degli studenti?
Forse dovremmo chiederci: vogliamo davvero una scuola che si preoccupi di “coprire il programma” o una scuola che insegni davvero? Perché la differenza è enorme. Coprire il programma significa spuntare argomenti come caselle di un elenco. Insegnare significa adattarsi, ascoltare, modulare il percorso in base agli studenti che abbiamo davanti. E se questo significa soffermarsi più a lungo su un argomento perché la classe ne ha bisogno, allora ben venga. Se significa saltarne un altro perché verrà ripreso più avanti in modo più efficace, allora così sia.
Non siamo indietro. Non esiste un traguardo unico per tutti, un punto preciso in cui ogni studente dovrebbe trovarsi a maggio, pena il fallimento educativo. Esiste invece un processo di apprendimento che è diverso per ciascun gruppo, per ciascun individuo. E il ruolo della scuola non è far correre tutti allo stesso passo, ma accompagnare ciascuno nel proprio percorso.
Dunque, smettiamola di misurare la scuola con il metro del “programma completato”. Iniziamo a chiederci invece: i nostri studenti stanno imparando davvero? Stanno sviluppando competenze, curiosità, capacità di pensiero critico? Se la risposta è sì, allora non siamo indietro. Siamo esattamente dove dovremmo essere.
Spatium…

Tra i pittori che ammiro, Marc Chagall, nato Moishe, occupa sicuramente un posto di rilievo. Fin da bambino desiderava dipingere, ma era povero ed ebreo, in una cittadina ostile dell’Impero Russo. Nei suoi diari, si possono leggere i suoi sforzi per imparare, caratterizzati da uno spirito critico e da un forte desiderio di indipendenza.
I suoi primi incarichi retribuiti furono immagini pubblicitarie per negozi, quali insegne colorate appese al mercato, davanti a macellerie o fruttivendoli. Per Chagall, questa fu la sua prima esposizione, all’aperto e anonima. Il suo apprendistato continuò a San Pietroburgo, Parigi e poi negli Stati Uniti come profugo di guerra. Fu un percorso lungo e laborioso.
Credo fermamente nella necessità di un graduale avvicinamento dell’artista alla sua arte. Non credo nel talento come scorciatoia allettante, poiché può ostacolare e arrestare lo sviluppo con l’illusione di possedere un dono. Quello che si possiede è una vocazione che può coincidere con una totale dedizione all’opera, come accadde per Cézanne.
Il cinema italiano del dopoguerra raggiunse livelli eccellenti grazie alla vasta esperienza teatrale dei suoi protagonisti. Oggi, l’accesso immediato alla visibilità attraverso gli schermi illuminati annulla la progressione graduale verso l’espressione artistica, dando un falso senso di gratificazione e autoinganno.
Un proverbio delle mie parti dice che ci vuole tempo e pazienza per far maturare le nespole. È necessario anche prendere il largo. In latino, “spatium” significa sia la misura di uno spazio che la durata del tempo. Chagall riempì la sua arte con questa doppia dimensione spaziale e temporale.
Introduzione alla programmazione con il gioco del Tris…

Se vuoi avvicinare tuo figlio alla programmazione e stai cercando un progetto interessante e coinvolgente, il gioco del Tris (conosciuto anche come tic-tac-toe) è un’ottima scelta.
In questo articolo, presenterò una versione procedurale del gioco del Tris, che ho scelto perché è più accessibile per i principianti rispetto a un approccio orientato agli oggetti. Scopriamo insieme come funziona!
Il gioco del Tris procedurale utilizza la libreria Tkinter di Python, che consente di creare interfacce grafiche in modo semplice e veloce. L’obiettivo del gioco è formare una linea orizzontale, verticale o diagonale di tre simboli uguali (solitamente “X” e “O”) su una griglia 3×3. Il gioco procede a turni, con i due giocatori che inseriscono il proprio simbolo in una cella vuota della griglia. Il primo giocatore che forma una linea di tre simboli uguali vince la partita.
Il codice procedurale del gioco del Tris è composto da diverse funzioni che gestiscono le varie parti del gioco. Di seguito è riportata una breve descrizione di ciascuna funzione:

initialize_game(): Questa funzione inizializza le variabili del gioco e crea i pulsanti interattivi per ciascuna cella della griglia. Imposta il turno del primo giocatore e crea una griglia vuota.

make_move(i, j): Questa funzione viene chiamata quando un giocatore fa una mossa. Controlla se la cella selezionata è vuota e, se lo è, inserisce il simbolo del giocatore corrente. Dopo ogni mossa, verifica se c’è un vincitore o un pareggio. Se non ci sono vincitori o pareggi, passa il turno all’altro giocatore.

check_vittoria(): Questa funzione controlla se c’è un vincitore, verificando se esiste una linea orizzontale, verticale o diagonale di tre simboli uguali. RestituisceTruese c’è un vincitore, altrimentiFalse.

check_pareggio(): Questa funzione verifica se tutte le celle della griglia sono piene e nessun giocatore ha vinto. Se è così, restituisceTrue, altrimentiFalse.


annuncia_vincitore()eannuncia_pareggio(): Queste funzioni vengono chiamate quando il gioco termina con una vittoria o un pareggio. Mostrano una finestra di dialogo con il risultato del gioco e chiedono ai giocatori se vogliono iniziare una nuova partita o uscire dal gioco.

disabilita_pulsanti(): Questa funzione disabilita tutti i pulsanti della griglia quando il gioco termina, impedendo ulteriori mosse.

reset_board(): Questa funzione viene chiamata quando i giocatori decidono di iniziare una nuova partita. Ripristina lo stato iniziale della griglia, reimpostando i pulsanti e il turno del giocatore.

Un approccio procedurale è spesso più accessibile per i principianti rispetto a un approccio orientato agli oggetti, perché è più facile da comprendere e richiede meno concetti avanzati. Inoltre, un codice procedurale è generalmente più breve e semplice da leggere e modificare, il che può aiutare i principianti a concentrarsi sulle basi della programmazione senza dover affrontare la complessità aggiuntiva delle classi e degli oggetti.
Il gioco del Tris è un progetto semplice ma coinvolgente per avvicinare tuo figlio alla programmazione. La versione procedurale del gioco presentata in questo articolo è ideale per i principianti, poiché offre un approccio più accessibile e comprensibile rispetto a un’implementazione orientata agli oggetti. Attraverso questo progetto, tuo figlio può imparare le basi della programmazione e acquisire familiarità con la creazione di interfacce grafiche utilizzando la libreria Tkinter.
Buon divertimento e buona programmazione!
…nessuno sia schiavo

L’intelligenza…
“Идите, идите ио леcтницe, кoтoрая наз- cя цивилизацией, nporpeccoм, кулbтурой, нo куда идти? Право не энаю.” “Andiamo, andiamo — riflette Čechov — su per la scala cosiddetta del progresso, della civiltà e della cultura. Ma dove si va? Io davvero non lo so.” Questa riflessione dello scrittore russo, nella sua lineare chiarezza, mostra come la cultura contemporanea continuamente perda pezzi: forfora di saperi, cumuli di isole resi quasi inservibili, ché mancano i ponti, collante per tentare di tenerli assieme; è smemorata la cultura contemporanea, non ricorda, utilizza il tempo per il tempo, come fosse un luogo orizzontale, una freccia scagliata per dritto, e non scava a fondo, non mette radici e non sfrutta quelle del passato. O, comunque, crea con questi legami così flebili da risultare inefficaci e vani. I miti antichi, i cosiddetti classici, sono importantissimi per la nostra psiche, la psiche di noi uomini contemporanei. Ma quasi più nessuno legge di mitologia, né prova a recuperare i saperi perduti: non c’è tempo — si dice. E lo si dice con tanta superficialità e convinzione come se si sapesse davvero cos’è il tempo, come se fosse semplice rendersi conto di cosa si parla quando ci si riferisce al tempo.
“Mηϰέτι πάπταινε πóρσιoν”, ammoniva Pindaro, “non guardare troppo lontano”, proiettato troppo nel futuro; ma nessuno è più capace di fermarsi per far sedimentare il sapere. L’intelligenza, soprattutto nell’era del web, è velocità, rapidità, concretezza. La lentezza è vista come uno spreco di risorse, non è moderna. Un lusso che nessuno può più permettersi. Solo che si spaccia — con efficacia, visti i risultati — si spaccia, dicevo, per intelligenza un surrogato di essa: proiettiamo sull’individuo, sul singolo, un concetto che di per sé non può essere singolare; decliniamo un concetto collettivo in modo soggettivo, personale, individualista. E ristretto. L’intelligenza, per come l’intendiamo, è capacità di comprendere, di prendere decisioni, è efficacia: nella contemporaneità è talmente staccata dalla cultura a cui apparteniamo che può anche diventare artificiale, può essere gestita attraverso una serie più o meno complessa di algoritmi numerici.
Ma l’intelligenza che conta, quella che incide profondamente nel sistema organizzativo, consolidandone l’identità, quella che aiuta a capire è sempre un’intelligenza collettiva. È l’intelligenza collettiva che spinge al progresso, perché è capacità di leggere il passato attraverso strumenti che sono di tutti e sono condivisi: il linguaggio, la scienza, l’arte, la storia, la religione, in una parola la cultura.
E — e questo è, se volete, l’aspetto più inquietante — più le società perdono gli strumenti di comprensione, di codifica delle cose, più il sistema tende a rifiutare le origini e a proiettarsi in un futuro snello, veloce, sbiadito tra le maglie del web, più vanno a dissolversi i saperi, più il sistema culturale diventa inutile e più si immagina che l’intelligenza sia qualcosa di infuso dall’alto, dote innata che brilla, solitaria, in un grigiore che tutti accomuna. E questa visione, di per sé, conduce, inevitabilmente, all’impossibilità di progettare il futuro, di fare dell’intelligenza collettiva il punto di partenza di qualsiasi cosa. “If I have seen further it is by standing on the shoulders of giants”, scriveva Newton a Hooke, “Se ho visto più lontano, ho potuto farlo stando in piedi sulle spalle di giganti”, sfruttandone, appunto, le conoscenze, i pensieri. Studiandoli.
Insomma, e qui chiudo, l’intelligenza — a dirla con una massima — non è un sapere autoreferenziale, spirale che collassa in un punto, ma è sapere condiviso, assieme agli altri. Non è la velocità del tempo, il lampo dell’intuizione, scintilla viva nel buio, non è l’eccezione del genio solitario, ma è il sentimento del tempo.