cos’è il fascismo…

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Accade, di tanto in tanto, dover provare a fornire una spiegazione, a qualcuno o a noi stessi, di cosa sia il fascismo. E ci si accorge, con un lieve fastidio, che è categoria sfuggente assai: non è solo violenza, ché ci sono state violenze di vari colori; non è solo uno stato corporativo (esistono e sono esistiti corporativismi non fascisti); non è solo dittatura, nazionalismo, bellicismo, ché questi sono (stati) vizi comuni ad altre ideologie. Insomma, togli questo e quello, alla fine si rischia di definire come “fascismo” l’ideologia degli altri. Poca roba, insomma. Davvero poca roba.
Esiste, però, a ben vedere, una componente dalla quale è riconoscibile il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, comunque si manifesti. Condizione – potremmo enunciare – necessaria e sufficiente per poter stabilire con assoluta sicurezza che da quelle premesse non potrà che venire il fascismo è il culto della morte.
Nessun movimento politico e ideologico che non sia il fascismo si è mai così decisamente, incontrovertibilmente, assolutamente, orgogliosamente identificato con la necrofilia eletta, appunto, a rituale e a ragion ultima di vita.
Si badi: molta gente muore per le proprie idee, molta altra ancora fa morire gli altri (per ideali o per interesse), ma – e qui il punto – quando la morte non viene considerata un mezzo per ottenere qualcos’altro bensì un valore in sé, assoluto, allora, statene certi, lì abbiamo il germe del fascismo e dovremo perciò chiamare fascismo ciò che si fa agente di questa schifosa (è giudizio mio – giusto per mettere le cose in chiaro) promozione. Dico la morte come valore da affermare per se stesso. Insomma, non la morte per cui vive il filosofo, che sa che sullo sfondo di questa necessità, e tramite la sua accettazione, vengono meno, uno a uno, tutti gli altri valori; non dico la morte dell’uomo di fede, che non rinnega la propria mortalità e la giudica anche provvidenziale, benefica, santa e Sorella, ché attraverso di essa arriverà a godere un’altra vita. Intendo la morte sentita come urgente perché è gioia, verità, giustizia, purificazione, orgoglio, sia che venga offerta ad altri sia che venga realizzata su di sé.
L’amore della morte (che domina anche le pratiche dei drogati) fa si che appaia bello sprecare la propria vita. Per amare la morte bisogna profondamente odiare la vita (ci sono invece martiri e suicidi che muoiono senza odiare la vita, anzi, per eccesso d’amore). Amare la morte significa credere in fondo al cuore che essa risolva molte cose, e meglio.
Questo schifoso puzzo di morte, questo strano bisogno di morte, questo interesse smisurato per la morte, si sente purtroppo oggi in Italia.
Se è questo che volevano i fomentatori di odio (nel loro animo profondamente, ancestralmente squadristi) l’hanno avuto, sono riusciti a ottenerlo. Sono stati capaci di far emergere pulsioni profonde, fascismi diversamente mascherati, ignoti anche a chi li celava repressi nell’inconscio. E ha saputo farli ribollire nel ventre a persone altrimenti miti e nobilissime, che per un attimo hanno ceduto al richiamo delle Madri oscure, e hanno dimenticato che anche Mussolini appeso per i piedi e penzolante a piazzale Loreto, pestato a sangue e crivellato di pallottole, forse era giustizia, ma non affatto bene.
Ed è stato così che lettori di Beccaria hanno parlato come Julius Evola. Forse dovremmo difenderli anche da se stessi, perché non è questo che vogliono, non è questa l’alleanza che cercavano, né tantomeno la soluzione.
A mo’ di soluzione, invece, andrebbero fatti rivedere a tutti, i volti dei fucilati della Comune, le schiene dei fucilati di Villarbasse, i corpi martoriati in piazza della Loggia, le teste mozzate dal capolavoro del dottor Guillotin, i rastrellamenti a Palagano, i volti dell’eccidio di Montalto di Cessapalombo, quelli del poligono di Carpi, la faccia di chi nella camera a gas aspetta che la pastiglia cada nella vaschetta dell’acido a formare il vapore tossico. E i bambini impalati dal voivoda Dracula, e le ragazze streghe mandate sul rogo, e poi Moro, Bachelet, Tobagi, Alessandrini, Siani, Falcone, Borsellino, Livatino e qualche scheletrico ebreo nel campo di Birkenau. Una grande sagra della morte, insomma, messa in scena in tutte le nostre città da far venir su alle narici un puzzo mortifero da rimanere sbigottiti, il sapore della morte, l’impressione tattile del liquame che esce dagli orifizi di un corpo in decomposizione; lo schifo della morte provocata ad arte in nome di una qualsiasi giustizia. Indurre il vomito alle donne incinte, costringere la gente a fare le corna, a grattarsi i testicoli, a rintanarsi in casa come se ci fosse un morto all’uscio. Solo per un giorno, uno solo, in modo che il Paese si accorga che sta prendendo gusto alla morte e ricordi cos’è la morte, e tutti si chiedano se non stiamo diventando pazzi. Poi però occorrerebbe la forza di smettere subito, ché a giocare troppo con l’immagine della morte si rischia, ahimè, di prenderci gusto.

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